Ho sempre fatto fatica a digerire quel piglio vocale ruvido agli spigoli, sempre proiettato a sposare soluzioni recitative al posto di quelle melodiche. Qui la voce spesso recita, parla in luogo di un canto e probabilmente, anche quando si produce in questo, non mostra chissà quale qualità. E come si capisce, non si di quella scuola che quando sente Dylan stonare in modo orrendo archivia tutto dicendo che l’espressione è il sale di ogni cosa. Stiamo facendo canzoni: l’intonazione è parte fondamentale non una quisquilia marginale. Archiviato il punto debole del nuovo disco di Pierfrancesco Nannoni dal titolo “La matematica dell’anima”, mi siedo con meno pregiudizi del solito di fronte a 5 brani che stupiscono alla fin della fiera, come siano capaci di sfornare una produzione ricca di arrangiamenti acustici, classici e futuristici insieme e per niente banali.
La prima traccia “L’alto rappresentante” ci richiama alla mente un Renato Zero in grande spolvero (soprattutto all’inizio), anche dentro ammiccamenti espressivi che la voce cerca dentro le numerose allegorie a cui affida la sua intelligente critica allo stato sociale dentro cui ci costringiamo a vivere. Il tutto viaggia dentro sentori di plastica moderna, anzi di quando il futuro era visto dagli anni ’80 e ’90, rivive la luce accesa del buon Alberto Camerini e compagnia cantando. Dentro la title track veste i panni del cantautore moderno, sfida un po’ i richiami corali de “La cura” di Battiato (a cui probabilmente deve molto in generale) e comunque regge bene quel suo modo orchestrale di arredare il tutto, non è invasivo, non è didattico e neanche fuori luogo con finiture eccessive. Segue un brano di delicatissima quiete, di pianoforte (pregiato) e veli orchestrali confortevoli. È “L’uomo di spalle” che assieme alla traccia finale “Stella marina” – dove campeggia anche un modo ritmato da chitarre acustiche e soli di elettrica dentro stili a la De Gregori – penso rappresenti il momento più alto del disco. Se qui ci fosse stata la voce di Paolo Capodacqua probabilmente il tutto avrebbe trovato una quadra più funzionale visto che qui Nannoni si mescola alla massa senza troppe caratterizzazioni e valori aggiunti.
Ed è “Contatto” che torna a sfornare soluzioni interessanti che escono dal mood precedente: c’è del Soul che vorrebbe un coro gospel a corredo (coro che in qualche modo Nannoni cerca e raccoglie, ma dai colori troppo italiani), e avrei preferito nettamente dei fiati veri a determinare dinamiche invece di questi suoni fin troppo sintetici e poco arroganti e “liberi” di andare.
È un disco di identità, di consapevolezza, un disco di parole mature che cercano la poesia e la trovano forse dentro la title track ma sempre dentro modi e forme assai troppo abusate. È comunque un disco di necessità e di ispirazione… il che significa anche avere tra le mani un suono personale (almeno si sente d’averci provato e con forza), nonostante i nei sparsi qui e la per palati non so se fini o fin troppo pregiudizievoli. Di sicuro lo penso come punto di partenza: da qui la strada è ancora da fare. Anche se Nannoni non è certo un novellino… anzi…



