Sonoma County (California). Coscia d’anatra confit, broccoli cinesi e un Redemption Rye. Già il nome, il whisky della redenzione, porta il peso di un fallimento, di qualcosa andato storto e che cerca di rimettersi in piedi. Sceglierlo sarebbe come mettere le mani avanti sull’esito di questa intervista. Lo scarto.
Sono le 17:30 di una gelida sera di dicembre. Da mezz’ora leggo il menù di un vecchio diner nella Sonoma County. Sedili di velluto rosso. Rosso vinaccia. Terra di vino! Ok, segno un argomento di conversazione. Potrei sfoderare una perla da italiano in trasferta: Il Taurasi della provincia di Avellino, quello sì che è un vino da scoprire! No, meglio tenere un profilo basso. Riavvolgo lo sguardo sul menù. A distrarmi da questa fondamentale decisione – perché si sa, siamo ciò che mangiamo – una coppia attraversa la sala. Lui indossa un pigiama particolare, con sopra stampato il faccione sorridente di Donald Trump che serve hamburger al McDonald’s. Memorabilia della recente campagna elettorale. Stride con l’ambiente, lo capisco dalle occhiatacce degli altri clienti. Siamo pur sempre in California.
Sto per buttarmi sul Pad Thai – perché l’asiatico è sempre una buona scialuppa di salvataggio – quando arriva lui, accompagnato da una cameriera: «Il signor Waits è qui». In un attimo è davanti a me. Mi guarda. Mi studia. Mi tende la mano. «Ciao Luigi, piacere Tom». La voce è quella. Inconfondibile. Con lui c’è la compagna di una vita, Kathleen. Mi do un pizzicotto.
Avevamo mandato la richiesta d’intervista quasi per gioco, mentre preparavamo un reportage sulla condizione degli homeless in America. (Il documentario Ultima fermata di Angelo Loy, Martino Mazzonis e Luigi Montebello andrà in onda martedì 25 febbraio su Rai 3 nell’ambito del programma Il fattore umano di Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello, disponibile anche su RaiPlay, ndr)

Negli ultimi anni il numero dei senza tetto è esploso, quasi 800.000 persone vivono per strada, e una recente sentenza della Corte Suprema (Johnson vs Grant Pass) ha stabilito che il divieto di dormire in pubblico non è una pena crudele, nemmeno quando non ci sono posti letto disponibili. Tradotto: se sei povero, è colpa tua. E se provi a dormire su una panchina, sei un criminale. La fedina penale si sporca, e trovare un lavoro diventa impossibile.
Chi meglio di Tom Waits per raccontare questo mondo? Per tutta la carriera ha cantato le vite che non finiscono nei bilanci aziendali o nei discorsi motivazionali. Se la sua musica fosse un film, lui racconterebbe la storia delle comparse sullo sfondo. Ma lui non rilascia interviste. Non gira per le televisioni. Quella mail era rimasta lì, tra i sogni impossibili. Eppure, dopo mesi di silenzi e attese infinite, un giorno ci arriva la risposta: “Tom ha accettato. Sono anni che non succedeva una cosa del genere. Però ha in mente qualcosa di speciale. Vorrebbe leggere poesie e cantare qualche canzone, se per voi va bene, si capisce…”.
Per noi andava benissimo. E ora eccoci qui allo stesso tavolo. Alla fine scelgo l’anatra confit, supportato da Roger, il suo manager, che siede con noi. Tom prende del pollo e l’insalata. Da bere, rigorosamente acqua.
«Le vedo le ingiustizie attorno a noi, ma non ho soluzioni. Racconto il mondo con la mia musica, l’unico strumento che conosco. Non mi occupo di politica, di leggi, né ho risposte alle grandi domande che ci riguardano tutti. Quello che domani potrò dare, per lo più, avrà la forma di canzoni e poesie. Sono qui per ispirare e magari aprire gli occhi di qualcuno. Almeno un po’, se ci riesco».
Tom parla poco, ma ogni parola pesa. Ragiona per metafore, per liste. Fa connessioni impreviste. Realizzo che in inglese esistono un’infinità di sinonimi per “senzatetto”. Lui annuisce, poi tira fuori un libriccino. Lo farà spesso, da qui in poi. È un pamphlet del 2011, raccoglie le sue poesie sugli homeless: Seeds on Hard Ground, semi sulla terra dura. Lo sfoglia con calma, attento a non inzuppare le pagine. Si ferma a metà. Legge:
Squattrinato / Derelitto / Nomade / Randagio / Vagabondo / Esploratore / Girovago / Pellegrino / Trovatello / Mendicante / Errante / Giramondo / Io

Capisco subito che sarà una conversazione fuori dal comune. Il resto della serata scorre tranquillo. Le grandi domande le lasciamo a domani. Per ora, si parla di cani. Tom e Kathleen adorano il loro Ernesto DeBesto, un cagnetto dal pelo arruffato.
La mattina dopo entriamo nel suo regno: una vecchia scuola di legno trasformata in studio a nord di San Francisco. La campanella è ancora lì insieme alle lavagne coperte di scarabocchi, parole, frammenti di canzoni. Prima della sala di registrazione, ci fermiamo in un’altra stanza. Una wunderkammer di oggetti improbabili. Strumenti musicali autocostruiti, rottami, chitarre, organi a vapore. Qui ci sono i suoni di Swordfishtrombones, nati dalla strada. Altro legame con il nostro documentario sugli homeless d’America. Tom indica un quadro appeso alla parete.
«Vedi quello? È un regalo di un senzatetto per mio figlio, quando lavorava nel sociale. Ho tanti ricordi appesi alle pareti, tanti oggetti accumulati. Alla fine, è questo che ci rende quello che siamo, no? Chi non ha una casa, non ha neanche un posto dove tenere le proprie memorie. E senza memorie, cosa ci resta?».
Guardo la mia lista di domande, scritta e riscritta chissà quante volte. Non serve più. Qui e ora, non esiste scaletta. Sto per registrare una performance acustica di Tom Waits. A pochi metri da me. Lui prende il controllo della stanza senza dire una parola. Si siede al piano. Qualche nota, un suono graffiato, sospeso. Ci trascina nel suo mondo, ci lascia entrare. La camera gira. E poi, la voce:
«È ovunque. In ogni città, in ogni paese, in ogni stato. Per chi dorme sotto un ponte e non mangia da cinque giorni, una canzone non cambia la vita. Cosa può fare una canzone? Può entrare dentro, scavare. Ci sono situazioni che hanno bisogno di una canzone, tutto qui. I numeri, le statistiche, i dati sono una cosa, ma a volte una poesia raccoglie le parole che sono cadute sulla pagina, come le persone che sono cadute dal marciapiede».
Inizia a intonare Tom Traubert’s Blues. Una canzone che racconta quel passo cadenzato e stanco che hanno i viandanti quando portano sulla spalla una borsa con dentro tutta la loro vita. Un passo che somiglia a un valzer.
«Nell’ultimo tour abbiamo evitato le città più grandi. Ci siamo fermati nei posti del Sud meno battuti, quelli un po’ fuori dai soliti radar. Birmingham, Jacksonville, Atlanta… che sono anche i luoghi più colpiti da inflazione e povertà dilaganti. Ma anche i posti dove la musica americana ha piantato le sue radici».
Qual è il ruolo di chi vive ai margini nell’America di oggi? Sfoglia il suo taccuino:
Sono un seme caduto / Sulla terra dura / La terra dura / Sono un seme caduto / Sulla terra / Sono una foglia caduta / Da una quercia / Una quercia / Da una vecchia quercia / Sono una foglia caduta / Da un albero
La maggior parte degli Stati ostacola il modo di vivere di queste persone, vietando cose come dormire, mangiare o sedersi nei luoghi pubblici. Tom mi guarda. E capisco subito che qualcosa, nel modo in cui ho posto la domanda, non gli è andato giù.
«Esseri umani! Siamo tutti esseri umani. Bisogna stare attenti a non cadere nell’errore di parlare dei senzatetto come: “quelle persone, quelli là”. Perché la prima cosa che ti viene da fare è girare la testa dall’altra parte. Mentre loro vogliono solo essere visti, come tutti noi».
Mentre finisce la frase ha raggiunto la pagina che stava cercando:
Tutto è contato / Tutto / C’è solo una certa quantità / Di tutto / Risate / Rasate / Ginocchia sbucciate / Neonati / Lacrime/ Bistecche / Sigarette /Canzoni
Lo ascolto in silenzio. E allora è lui a rispondere per me: «Anche le nostre occasioni sono contate, sì…». Il pomeriggio scorre. Registriamo canzoni, una dopo l’altra. A un certo punto, inizia a recitare Brecht a memoria. Tra un take e l’altro, provo a infilare qualche domanda. Lui risponde sempre con la poesia adatta.
Non c’è niente di giusto in questo mondo / Niente di giusto / Quando sono nato / I miei piangevano per come ero bello / Ero la manna arrivata dal cielo / Ero luminoso e scintillante, magnetico / E fiammante / Sono solo uno che è stato mangiato / Dagli dei? / I miei erano brava gente / Shirley e Raymond / Pregavano per avere un bambino / Proprio come me / A volte mi chiedo se dentro questa / Ci sia un’altra vita / Era deciso che vivessi / Adesso devo andare
Dopo ogni ripresa, uno sguardo a Kathleen. Un cenno appena, ma è chiaro: è il suo punto fermo. Ci spostiamo nella sala mix. Riascoltiamo la sua voce dura, roca eppure dolcissima cantare le storie di chi non ha mai avuto un posto al banchetto.
Provo un’ultima domanda. C’è qualcosa che proprio non ti va giù? «Le calze bagnate».
(Le poesie sono state tradotte da Tiziana Lo Porto)

