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Francesco De Gregori – Calypsos

Il nuovo album

Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è un’esegesi. Non potrebbe che essere così per un prodotto così fresco, spontaneo, vitale. Il frutto naturale di un genio artistico, che racchiude in sé evidenti capacità tecniche e un’ispirazione formidabile.


di Antonio Piccolo
articolo di Antonio Piccolo
.De Gregori torna dopo undici mesi da “Pezzi” – contro ogni logica di mercato – con nove brani inediti sull’amore o, comunque, sulla vita, isolandosi dai tempi bui che aveva descritto (splendidamente) nel disco dell’anno scorso. C’è chi parla di un concept album sull’amore: non è così scorretto, perché un’unità di fondo nell’amore è palese. Questo è un disco strano, unico. Non solo composto, ma anche suonato in poco tempo. Cosa che non può andar bene per ogni album, ma per questo sì. Può essere suonato senza maniacali precisioni, senza essere inciso e re-inciso più volte prima di essere reso pubblico. Perché basta il traino irresistibile dell’ispirazione. Perché è come un universo a sé: ha un meccanismo proprio. Al primo ascolto ero perplesso. Al secondo stavo iniziando a entrare nella sua logica. Al terzo ne ero perdutamente innamorato.

Inoltre, questo è De Gregori e basta. Ci sono influenze esterne e riferimenti altrui, ma per lo più consapevoli e voluti. Chiariamo che non c’è niente di male se l’ombra di Bob Dylan è presente, come nel memorabile “Pezzi”. Però fa piacere che questo disco possa dimostrare che, se De Gregori vuole, è capace anche di farne a meno.

Cominciamo con la copertina, che contiene tre citazioni. Uno: la sua forma scarna – con il titolo scritto a penna – è una dedica affettuosa a Lucio Battisti, che così aveva voluto le copertine dei suoi ultimi album. Due: il titolo, che è il nome della bellissima ninfa Calipso (“l’ho scritto al plurale perché i rapimenti d’amore sono molti”, dice De Gregori), innamorata di Ulisse più che di se stessa e che, per amore, lo aiutò a partire per Itaca a costa di allontanarlo da lei; ma è anche il nome di una danza delle Antille. Tre: il sottotitolo – “9 canzoni nuove” – che richiama “Ten new songs”, un album di Leonard Cohen.

Continuiamo sottolineando che i testi sono la vera forza di questo disco: parlano del tema più abusato dell’arte, eppure non sono né scontati né banali. Anzi. A costo di essere odiati da De Gregori, diciamolo: sono poetici. Intendendo per “poetico” non il senso tecnico che appartiene al genere della poesia, ma “alto, elevato, onirico”. Le musiche non sono originali, ma accompagnano perfettamente lo spirito e, soprattutto, la parte melodica è portata ad altissimi livelli dal canto superlativo, che viaggia tra note e timbri tra loro lontanissimi. E poi, è prodotto così amorevolmente da Guido Guglielminetti, che i loro arrangiamenti sono la cosa più giusta al momento giusto. Niente di più e niente di meno.

1. Cardiologia
Primo brano in tutti i sensi. Capolavoro del disco. Cosa c’è che non va in questa canzone? Niente. A dispetto del freddo titolo che indica la “scienza del cuore”, è di un’emotività penetrante. Per questo canto perfetto, che scende e risale a mo’ dell’album “Bufalo Bill”; per questo preponderante pianoforte suonato da Alessandro Arianti e delicatamente supportato dal basso di Guglielminetti; per questo testo che è veramente un breve saggio in toto dell’amore, “che raccoglie conchiglie dopo la mareggiata / e il cielo è ancora scuro ma la notte è passata / e macina la sabbia dentro i mulini a vento / e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”. Ah, palesiamo l’imbarazzante errore di Gino Castaldo che sulla Repubblica annuncia ai quattro venti che in questo pezzo per la prima volta De Gregori dice “ti amo”: e Pezzi di vetro dove la mettiamo?

2. La linea della vita
Un pezzo ritmato dal testo spontaneo, arrangiato con invettiva e divertimento (sacrificando un po’ di estetica per dei ridicoli cori femminili alla Bongusto!). Ma è il testo che è sbalorditivo, con considerazioni generiche sui rapporti, su quegli strani meccanismi che si creano, per cui magari si fa finta di non riconoscersi, e non ci si saluta. Com’è genuina la goffaggine dell’io parlante che, quando lei dice “una bussola dovevi almeno portarla con te!”, risponde “una bussola! potevi almeno spiegarmelo come si usa una bussola, scusa!”.

3. La casa
Per dirla simbolicamente, è la versione adulta de La casa di Sergio Endrigo. E’ la casa che costruiamo nella nostra mente, fatta delle nostre illusioni, utili e necessarie per la nostra sopravvivenza. Una piccola perla dolce e delicata, con un melodia fiabesca. Dice De Gregori: “è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto”. Dice anche che ultimamente sta ascoltando quasi esclusivamente musica classica. E si sente: un gioco di timbri studiato e raffinato, archi lievi diretti da Guglielminetti che fanno brillare il tutto. Quant’è bello il cambio melodico nel verso “e ci pianto quattro rose / e ad ognuna do il tuo nome” o nel simmetrico “e ci metto la scommessa / che ti voglio amare sempre”?

4. L’angelo
L’unico calypso (nel senso della danza) del disco, cantato insieme a Luci Campety. Musicalmente non molto convincente, a dirla tutta. Ma che idea geniale: il protagonista è l’angelo della morte, ma non è minaccioso. Anzi. Danzando sul ritmo caraibico, arriva con assolute buone intenzioni, “e dice sono venuto a sciogliere / e non a spezzare”, “sono venuto a prendere / e non a rubare”. Perché la morte, sembra strano, fa parte della vita. Sarei portato a pensare che prima di scriverla, De Gregori ha letto l’ultimo romanzo di Saramago – “Le intermittenze della morte” -, se non sapessi che è uscito mentre lui registrava.

5. In onda
Rivive il mito di Ulisse, che si butta in onda, nel senso del mare, ma anche nel senso che è in gioco, visibile a tutti. Forse. Perché nemmeno l’autore sa bene di cosa parli questa canzone alienata, fatta di atmosfere quasi futuristici, un ritmo che lentamente scorre e un arrangiamento estraniante. Come se fosse tutto un sogno, fatto di silenzi e forti immagini della natura (fra strada, pioggia, vento, porte, luce, tappeti, vestiti e colori). Il cantato arriva a degli acuti rischiosissimi, e si sperimenta irrefrenabilmente.

6. Mayday
Uno dei vertici dell’album. Pur ringraziando tutta l’infleunza dei Dire Straits, questo rock cupo e travolgente è un centro pieno. A partire dalla sezione ritmica perfetta, passando per gli stupendi assoli della chitarra elettrica Fender Telecaster 55 di Paolo Giovenchi e i cori finali di Elsa Baldini, Claudia Bertè e Moira De Santi. Fino a finire in questo testo straordinario, che si rivolge ad un Ulisse qualunque che, per salvarsi la vita, deve mettere fine ad una storia d’amore logorante, “lasciare la vecchia strada”, “rischiare di più”, “comprare un vestito nuovo”, “non aver paura di dimenticare”. “Mayday”, come la richiesta di aiuto del Titanic ed infatti la canzone si conclude così: “per salvarti la vita / non ci stare a pensare / chiudi bene la porta alle spalle / e butta la chiave / guarda dritto negli occhi / l’amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave”. Piccola nota: viste e considerate le sonorità distorte del pezzo, sembra essere interscambiabile con Passato remoto, contenuto nel precedente “Pezzi”.

7. Per le strade di Roma
Anello debole del disco. Testo privo di retorica, senza dubbio, dove è rappresentata la Roma del popolo e quella della dolce vita, quella delle campane e quella di ragazzi che “sognano di fare il politico o l’attore”, quella di “donne da guardare” e quella di “zoccole in via Frattina”. Ha anche un suggestivo minimoog nella coda finale, ed è una novità per De Gregori. Però pare scritta a tavolino e non spicca mai il volo. Senza contare la partenza identica (musicalmente) a In onda.

8. L’amore comunque
Degregoriana fino all’osso, un’elegia ad una “regina del tempo, della sabbia e del vetro”, carica di immagini d’impatto. Un ritornello rimato ed orecchiabile, cantato a due voci (entrambe registrate da De Gregori stesso). Piccola considerazione sull’amore, e anche difesa a suo modo. “Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di carnevale”…l’amore, comunque, c’è sempre.

9. Tre stelle
Finale azzeccato più che mai: tre stelle, come quelle di un motel. “E’ un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alla fine, abbiamo scherzato, l’amore ci può essere anche in un motel, vicino all’autostrada”, dichiara De Gregori. Come in Stella della strada, pure incentrata su una prostituta, anche qui ci sono le stelle e il country. Un divertissment significativo, con un pianoforte spensierato ed un allegro clarinetto (è dai tempi de Il cuoco di Salò che non si sentiva nei suoi dischi uno strumento a fiato che non fosse l’armonica a bocca). Dopo otto canzoni di un certo spessore, ci voleva. In fondo, parafrasando Guccini, l’amore e la morte non sono altro che due delle tante sciocchezze della vita.

Antonio Piccolo

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