in , , , ,

AdriaCo: delicatissima scelta di parole e di suono

Eccolo “Collezione di arretrati”, il disco d’esordio di Adriano Meliffi

La delicatezza della sua voce che tanto richiama gli esordi di Antonio Calabrese o le più “spagnoleggianti” vicissitudini etniche di Alessio Arena. AdriaCo ha scelto di scrivere un album che è più un rito che un esordio: un viaggio personale che attraversa l’adolescenza, le scelte, le fratture, le guarigioni. Dentro “Collezione di arretrati” convivono la fragilità e la volontà di rinascere, il desiderio di capirsi e quello di lasciarsi finalmente andare. È la canzone d’autore più semplice, più pop, dove non serve attendersi una ricerca o una trasgressione, che promette invece un suono solido, sicuro, senza sbavature a contorno…

C’è un senso di ansia dentro… lo avverto… sbaglio? Diviene invece uno strumento di estetica e di sfogo?
Ansia, ansia ovunque, sì. È strano se dico che sono contento si percepisca? È quasi il filo conduttore dell’intero disco, l’ansia del tempo, della vita, delle aspettative. Ed è anche un tema importantissimo oggi, con chiunque parlo appena scendo in profondità trovo la loro ansia. Anche chi fa finta di non averne, ce l’ha. Forse questo ci dice qualcosa di importante sulla società che abbiamo costruito. Per quanto mi riguarda, scrivere ha sempre avuto un potere catartico e avendo sofferto di ansia per tutta la mia vita, naturalmente questa è un ingrediente fondamentale della mia musica. Più che sfogo direi un antidoto e questo album lo è stato ancora più del solito perché mi ha fatto mettere al microscopio i miei meccanismi interni.

Che rapporto hai con la parola? Che qui, in questo esordio, vedo pulita, sento puntuale e mai arrogante o trasgressiva…
Le parole mi piacciono, amo giocarci, amo cercarle. Nel cantautorato poi la parola è il centro e il motore. Mi è capitato anche di essere più aggressivo in altri testi, ma trasgressivo… non saprei. Servono buoni motivi per esserlo, non si può solo seguire una tendenza, si rischia diventare solo volgari ma vuoti, mentre la trasgressione può essere autentica. Piuttosto mi hanno criticato spesso perché metto troppe parole nelle canzoni. Sto cercando un maggiore equilibrio in questo, ma lì è anche l’ansia di cui parlavamo che crea questi pensieri a valanga e nelle canzoni mi piace poterli verbalizzare. D’altronde anche nella vita sono un gran chiacchierone.

Nel video di “Dire” anche le animazioni… e qui il disco prende anche altre direzioni espressive. Sono necessarie? Come ti rapporti all’espressione che prescinde dal suono?
Non direi che siano necessarie, ma sicuramente mi piace quando più arti si toccano. Oggi poi con l’intelligenza artificiale sarebbe facilissimo realizzare grafiche senza coinvolgere professionisti del settore. Questo un po’ mi preoccupa, che alla fine per risparmiare, venga meno il dialogo bello che ci può essere tra i creativi. Ho voluto che il grafico Matteo Lucibello creasse qualcosa ascoltando i brani, lasciandosi ispirare. Quello che mi ha proposto si prestava ad essere animato in stile cartoon e così ho affidato il lavoro a delle giovanissime studentesse del Rossellini di Roma, anche lì lasciando carta bianca. Sono molto curioso rispetto a ogni altra forma di arte, il cinema oggi sicuramente tra quelle che mi coinvolgono maggiormente, ma da bambino usavo il disegno come mezzo espressivo, disegnavo tutto il tempo. E mentre pubblico questo album sto iniziando a scrivere un romanzo. Insomma, credo semplicemente che dovremmo godere del fatto che dopo centinaia di migliaia di anni l’Homo sapiens non si sia ancora stancato di creare, im qualunque forma sia.

Ti sei mai chiesto se alcune scelte musicali — orchestrazioni, interludi, voci corali — siano state un modo per dire ciò che le parole non riuscivano più a contenere?
Sicuramente lo sono stati. Gli interludi sono in continuità con i temi del disco. Sono nati per collegare delle tracce e mi sono divertito a farli riassemblando materiale registrato per le canzoni del disco, ma sono ben lontani dall’essere semplici sperimentazioni. “!” si focalizza sull’ansia del tempo, “?” sulla difficoltà di comunicazione, “…” sul cambiamento. La scelta di inserire i cori in inglese in un disco in italiano, gli stessi incisi per la canzone Amati, è stata fatta per sottolineare come a volte le voci degli altri ci arrivino lontane, incomprensibili, anche quando ci stanno tendendo una mano e vogliono offrirci sostegno.

E poi, vista la potenza personale di questo disco, mi chiedo sempre: cosa succede dentro di se quando un brano autobiografico diventa anche un spazio in cui altri possono riconoscersi?
Fa sempre strano. Soprattutto perché io magari delle parole le ho scritte per un motivo personale mentre altri ci proiettano cose proprie, ma è anche questo il bello. Poi penso che la bravura di un cantautore sia quella di riuscire a parlare degli altri e agli altri anche quando parla di sé e della propria vita. Altrimenti poi diventa una cosa tutta egoriferita. È anche bello da feedback che ricevo realizzare che il vissuto emotivo di tante persone possa invece entrare in risonanza. In tempi di individualismo e divisioni, credo ci faccia bene ricordare che possiamo tutti empatizzare tra noi.

Quanto è stato difficile far convivere la spontaneità delle vecchie bozze con la consapevolezza maturata negli ultimi anni?
Non troppo. Con i musicisti che mi hanno aiutato ad arrangiare e riarrangiare, abbiamo cercato di essere sempre fedeli alle idee di partenza e semplicemente rendere tutto più funzionale al risultato, a veicolare il messaggio, mettere la musica a servizio del contenuto. Nella maggior parte dei casi le vecchie bozze erano molto simili solo più incasinate. Dove ci sono stati cambiamenti grossi e perché sentivo io stesso che qualcosa non andava, come nel caso più eclatante di Cicatrici che è stata tradotta dall’inglese. Anzi il disco nel complesso mi suona a tratti naïf e acerbo proprio perché abbiamo cercato di non stravolgere anche canzoni scritte più di 10 anni fa. Tipo in Sogno dico “a 22 anni”. Ora ne ho 35, ma è giusto che rimanga così, è la fotografia del momento in cui l’ho scritta.

A chiusa: dietro questo disco c’è la firma di tanti collaboratori. Non pensi che un poco si sia persa la tua identità? O forse la tua identità è figlia di una contaminazione necessaria?
No, non penso si perda l’identità. Ovvio che bisogna scegliere i collaboratori giusti che ci sappiano leggere e che sappiano mettersi in dialogo con noi. Ma sarebbe come dire che smettiamo di essere noi stessi quando interagiamo o ci relazioniamo anche intensamente con qualcuno. Per me collaborare significa anche capire meglio se stessi. È un po’ il senso di quel Co che ho voluto nel mio pseudonimo. Che poi nella musica è raro che qualcosa sia farina di un solo sacco. Io ho voluto dichiararlo in maniera limpida, le canzoni sono tutte scritte da me, testo e musica, ci sono io, i miei ascolti, la mia vita, ma ho voluto riconoscere e dare credito a tutte le persone che per questi pezzi hanno ideato anche solo un arpeggio di chitarra, una linea di basso o un suono particolarmente caratteristico.

Written by Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

What do you think?

LOSTE: il punk d’autore dei tempi moderni

Nodo Prusik: irriverenza, critica e velenose liriche a corredo