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C’era una volta il maître à penser

di William Mussini

Possiamo dirlo a gran voce e senza timore di essere smentiti: La cultura italiana è morta e sepolta! Se per cultura intendiamo l’insieme di tutte le arti e gli archetipi di quelle manifestazioni del pensiero poetico, critico e filosofico che da millenni ha reso l’uomo, una creatura curiosa, indagatrice dell’immanente e del trascendente, ponendo la coscienza umana al centro del mistero dell’esistenza.

Se dovessi descrivere in tutte le molteplici sfaccettature, le motivazioni che hanno portato alla decadenza inesorabile e inarrestabile dell’intelletto italico, non basterebbero certo le poche righe di un articolo come questo per essere esaustive. Mi limiterò a riflettere sui cambiamenti recenti, dal secondo dopoguerra, che hanno determinato la comparsa di nuove categorie di condottieri delle masse ed il progressivo impoverimento della qualità artistica, intellettuale e morale di intere generazioni di insipidi soloni.

Ricordo che nel 1982, mi fu regalata da un amico di famiglia, un’audiocassetta che conteneva diversi brani di altrettanti cantautori italiani. Conoscevo molto bene soltanto uno degli autori in scaletta, il cantautore anarchico Fabrizio De Andrè. In quell’audiocassetta mixata in casa da una mano sapiente, insieme al brano “il bombarolo” di De Andrè, c’erano fra gli altri, in sequenza, anche “saltimbanchi si muore” di Jannacci, “Aida” di Rino Gaetano, “il re del mondo” di Franco Battiato e in ultimo il discusso e censurato brano di Giorgio Gaber “Io se fossi Dio”.

È superfluo raccontare, soprattutto a chi conosce quei brani e quegli autori, le motivazioni per le quali quella lista di brani, segnò in maniera indelebile la mia adolescenza, il mio percorso artistico, la mia vita. Non passò molto tempo, infatti, che acquistai gli album che contenevano quei brani e approfondii la conoscenza dei temi che affrontavano gli artisti, la loro storia, il loro percorso motivazionale, le ragioni della loro rabbia, del loro pensiero ribelle, della loro poetica anticonvenzionale.

Erano, di fatto, diventati per me, e certamente per intere generazioni di curiosi indagatori del vero, dei personali ma universali maître à penser che, con i loro testi, con le loro melodie e il loro pensiero, offrivano una qualità artistica inesauribile fatta di umori poetici ed energie sublimi, in contrasto a quella pletora di suggestioni radiofoniche che già allora ci distraevano negli assolati pomeriggi estivi, nei febbricitanti sabato sera invernali.

Diceva Fabrizio De Andrè riguardo Georges Brassens, il cantautore francese al quale diede buona parte del suo iniziale successo discografico: “Brassens, per quanto mi riguarda, è stato soprattutto, prima ancora che un maestro di espressione, un maître à penser, un maestro di pensiero”. Qualche anno dopo, in un’intervista del 1992 su Repubblica, alla domanda del giornalista riguardo al suo ruolo, come figura di riferimento in qualità di artista, il buon De Andrè, non smentendo il suo naturale disincanto rispose così: “Altro che certezze, da artista posso casomai proporre dubbi. Le cose mi piace preconizzarle, mi piace aprire le gabbie delle tigri, non certo cavalcarle”.

Lo stesso Giorgio Gaber nel 1978 diceva di se stesso: “Sono un filosofo ignorante, studente a vita”. Eppure proprio loro, poco inclini all’autocelebrazione, timidi e imbarazzati dal successo, insieme con un Maestro della sperimentazione sonora e del trascendente come Battiato, insieme all’ironico, pungente e coraggioso ragazzo del sud Rino Gaetano, insieme ai tanti altri cantautori come Guccini, Daniele, Bennato, Graziani; e poi ancora insieme ai poeti, scrittori corsari e ostinati che hanno arricchito le coscienze di milioni di giovani italiani, hanno rappresentato, di fatto, gli ultimi, veri Maestri del pensiero contemporaneo italiano, i maître à penser involontari della cultura artistica di quegli anni, ancora originale e autentica.

Oggi, nell’Italia post berlusconiana, dopo il ventennio dell’imbarbarimento orgiastico mediatico, dopo anni di colonialismo hip hop, di karaoke in prima serata e di uno stillicidio progressivo del pensiero critico a beneficio del divertimento deviante ed effimero, ecco che in sostituzione del pesante, complicato, irriverente e anacronistico maître à penser, appare dal nulla cosmico il nuovo esponente dell’avanguardia oscena mainstrem: l’influencer!

Gli influencers come anche i loro cugini cantanti rapper e trapper, sono personaggi fatti con lo stampino, che vivono di solito negli smartphone, costoro hanno molto da mostrare e ben poco da dire, nonostante questo, per le nuove e nuovissime generazioni, insieme a molti seguaci anche fra i più attempati quarantenni, sembrerebbero essere, volenti o nolenti, dei veri e propri punti di riferimento, delle icone insomma, dei veri e propri guru del modello neoliberista e nichilista attuale; tutti rigorosamente sponsorizzati, ricchi, ammiccanti, sorridenti, tatuati, falsamente ribelli, conformisti.

Costoro ricordano quotidianamente, come fossero innocenti manifesti mortuari ambulanti, che il vecchio, desueto, marcescente pensiero critico insieme alla cultura del bello e del vero, sono stati forse definitivamente sepolti, relegati ai nostalgici, a quelli che non sanno cos’è un follower, cosa voglia dire “ti quoto”, oppure cosa vuol dire “LOL”.

Gli influencer influenzano, in buona parte, un gran numero di giovani pollastri italiani, li influenzano certo, si guardano bene dal renderli consapevoli (non ne sarebbero in grado) o dal farli riflettere; la loro pseudo filosofia di vita, cioè quella che propinano come modello da imitare, è quella che invita a coprirsi il corpo tatuato con abiti alla moda, di sfoggiare brands “very cool”, di comprare e ostentare oggetti, vestiti, auto e orpelli tecnologici costosi o costosissimi. Costoro, gli influencer e i loro followers, hanno solitamente un vocabolario ben limitato, farcito di neologismi che secondo la psichiatria, usati arbitrariamente e con valore simbolico, sarebbero in molti casi, sintomo di schizofrenia.

La sub-cultura del nuovo linguaggio globalizzato e globalizzante, sponsorizzata nei social media, scimmiottata nelle TV generaliste, assorbita dai giovani poco inclini al dissenso e all’autodeterminazione, è divenuta pian piano la melodia stonata del nuovo paradigma distopico contemporaneo.

Volendo fare un parallelismo calzante, già nel 1976, il buon Gaber in riferimento alla “cultura” vista dagli americani, diceva nel suo monologo “L’America”: “La cultura, non li ha mai intaccati (…) A me l’America non mi fa niente bene. Troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore. A me l’America fa venir voglia di un dittatore. Sì, di un dittatore. Almeno si vede, si riconosce. Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani. Te la mettono lì la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà”.

La libertà di cui parlava Gaber, ha evidentemente mutato forma conservando sino ai giorni nostri, tutta la carica negativa, la corrosiva e ammaliante vacuità, proponendosi nuovamente al pubblico non pensante, attraverso le attuali tendenze social, le pubblicità ultra veloci, gli slogan, i like alle foto di vip e i selfie di bambolotti dalle labbra rigonfie.

Fortunatamente però, posso ben dire che per me e per tutti quelli che hanno vissuto per merito anagrafico, oppure scoperto per caso o per attitudine quel mondo del recente passato artistico italiano, ricco di contenuti poetici, spirituali, intelligenti e consapevoli, non tramonterà mai nessun sentimento, nessun pensiero ispirato alle parole di chi ci ha regalato con l’arte il proprio immenso talento; resteremo refrattari per questo, a ogni influenza materialista e resteremo, fino all’ultimo, lontani dalla superficie dove galleggiano i conformisti malati di vanagloria e porta voci del “Qui! Ora! Adesso! Condividi!”.

Non cederemo mai, per nessun motivo o like al mondo, alle lusinghe del regresso che determina l’omologazione delle coscienze.

Biografia di william mussini 69

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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