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BaronNoir: di maschere, di folk e di blues

Si intitola “BaronBlanc” ed è un disco d’America e di cose nostre

“BaronBlanc” trova la propria identità nella costruzione di un linguaggio che mette in dialogo tradizioni differenti senza trasformare il disco in un semplice esercizio di contaminazione. Folk, blues, jazz, bluegrass e orchestrazioni convivono all’interno di un progetto che cerca una coerenza narrativa più che stilistica. Sghembo, difforme, quasi ubriaco come nell’incedere di “Mezzodì”, come quella tromba nel sottobosco vivo e vegeto di “Sorvegliante”…

L’aspetto più interessante dell’album è la cura riservata agli arrangiamenti. Il fatto che BaronNoir abbia suonato gran parte degli strumenti semnra un manifesto contro il tempo automatico delle macchine di oggi. E non parco e contento, le composizioni si aprono a soluzioni orchestrali più ampie alla bisogna e il disco prende vie americane, di quando Cash o Young non bastavano a se stessi, di quando Waits si emancipò dal folk d’autore.

L’eterogeneità delle influenze non appare fine a sé stessa, ma diventa uno strumento, io direi proprio una intenzione politica per sostenere testi che mai “pop”, mai chiari, ma dritti al punto: ci rileggo dentro il mio disco e affido a queste sensazioni il volto di personaggi per lo più inesistenti. Tutti miei gli armadi…

E se penso a strade di periferia, quelle di paesi di pianura, tra case che dormono e ore tarde della notte, di lampioni e poche altre cose da fare, ascolto a ripetizione “Il Gigante”, il suo incedere, quel modo trascinato di pensare alla voce… E ancora, certamente “Nubes” o “Fantasmi” sembrano aprirsi a soluzioni maledettamente quadrate e qui non impazzisco neanche per io modo che ha di risolvere le chiuse dei testi. Nello specifico nel primo brano appena citato sembra di stare proprio in riva al mare e ciao alle granite e ai suonatori di grandi hit. Riprendiamo il filo: “Bolerostraniero” sa bene come cucire vie di fuga interessanti, il banjo è magistrale, la voce sempre dai contorni corali altrettanto. A proposito di banjo, a proposito di Waits: encomio al ricamo di “Invano” che trovo essere l’immagine di identità di questo disco che ha maschere certamente, fa versi e paga pegni di grandi radici artistiche… ma in fondo, almeno in Italia, se dovessi citar sentieri da battere, il suo nome avrebbe pochi eguali. Ci devo pensare… “Baronblanc” sa tanto di esperimento, di urgenza e di pochissima matematica.

Written by Alessandro Riva

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