in ,

Helle: che tempo è questo che abbiamo?

Si intitola “I tempi delle bestie” il nuovo disco della cantautrice e producer bolognese

La scrittura di Helle non è mai liquida, non scivola mai come farebbe un lenzuolo e non si sospende mai leggera come un semplice aquilone a favore di vento. Il suono lo fa, tra onde e arpeggi, tra chitarre che sembrano provenire da qualche cassetto recondito dei Radiohead come dentro “Giganti”, di pianoforti che li penso a muro e mai troppo vecchi come nella title track “I tempi delle bestie”… come quelle forme classiche di corde in nylon ampiamente riverberate che trovo dentro la delicatezza bucolica di “Stupida” – bello anche il video che troviamo in rete – che mi riporta alle prime demo di Paolo Fiorucci, ad un certo Modigliani, a colori a pastello.

Ma il nuovo disco di HELLE è anche denso di dinamiche partigiane e sostenute come il pop di “Scaramantica” o in “Uomo” che ha le sembianze di un bel pop tinto di world alla Negrita con quel Rolling sudista… e la tromba di “Nevada” che si mescola dentro un drumming di cemento e scenari quasi apocalittici…

E poi i riverberi sono sempre un cuore centrale del modo di pensare al suono per la producer e cantautrice bolognese… e allora perché non scivola? Perché le liriche non sono mai maneggevoli, mai “plug and play” come direbbe qualcuno… e questo è solo che un complimento, in un tempo sterile di parole automatiche. Helle è artigiana soprattutto in questo e non risolve certo dentro ritornelli che incalzano ne in melodie radiofoniche… e i testi sono letterature da leggere prima ancora che da ascoltare. E su tutto il disco pesco la mia bandiera di bellezza che mi riporta nel folk di qualche antico solco dei The Low Anthem e che qui ritrovo dentro “Addio, addio, addio” dove penso regni tutto l’intricato cocktail che fa di questo disco forse il momento più alto della sua personale discografia. E queste foreste che tornano, questo rapporto con la natura che torna già da tempo affrontato dalla nostra, di questo silenzio prima di Adamo… le rifiniture corali e poi gli arpeggi che sembrano rituali, gocce nel tempo che scorre lento e quel sentire a stretto contatto con un modo che è primitivo, anzi primigenio. Esserico direbbe Gurdjieff…

Ultima cosa: il disco lo trovate solo sul suo canale BANDCAMP. E anche questa la dice lunga…

Written by Alessandro Riva

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

What do you think?

La poesia come spazio sonoro: il Sud immaginato da Marco Della Gatta