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Davide Van De Sfroos – Manoglia, un disco arboreo, naturalistico, lieve ma capace di donare tante briciole

L’intervista di Fabio Antonelli

di Fabio Antonelli

Il 13 ottobre 2023, in pieno autunno, è stato pubblicato il nuovo disco di Davide Van De Sfroos intitolato “Manoglia” (BMG/MyNina, 2023). Un disco volutamente acustico con undici tracce inedite che hanno preso vita negli anni e sono rimaste gelosamente custodite da Davide probabilmente in un cassetto, o in una tasca come fossero amuleti, in attesa fosse maturo il tempo per venire alla luce e dare vita ad una rinascita, un nuovo cammino. Ecco cosa mi ha confidato in una lunga e piacevolissima chiacchierata.

Davide Van De Sfroos - Manoglia
Davide Van De Sfroos – Manoglia

Partirei dalla copertina dell’album che, un po’ come avviene per il package di un profumo o l’etichetta di un vino, rappresenta il biglietto da visita di un album discografico. In questo caso un disegno con un albero che ha penne di uccelli al posto dei rami e, al centro dove partono i rami o, meglio, le penne, una maschera che a poco a poco forse sparirà… Com’è nata e perché hai scelto Manoglia come titolo dell’intero lavoro? Può ritenersi in assoluto il tuo lavoro più intimo, in cui ti metti con grande coraggio più a nudo?

Innanzitutto, la penso come te. Le copertine degli album sono il primo invito all’ascolto. Nella storia dei miei dischi comperati, che sono stati veramente tanti, ci sono stati veramente moltissimi LP che sono finiti a casa proprio a scatola chiusa, solo per la bellezza della copertina. Quando vidi il disco di J.J. Cale, con l’immagine del pacchetto delle Gitanes, mi dissi “non può non essere un bel disco” e, infatti, è un disco stupendo. Poi, purtroppo, non sempre funziona così bene. In questo disco acustico il mio desiderio era quello di far intravedere una certa psichedelia, una psichedelia del periodo anni 60 e 70 e, originariamente, lo volevo ultra-colorato, se vogliamo dire anche un po’ in stile San Francisco. Però Michele Cerone, che abita vicino a Roma e che mi è stato proposto come grafico, aveva in serbo anche altre suggestioni, ovvero quella psichedelia più legata a Sgt. Pepper’s e ad altri mondi. Quando ha ascoltato alcune tracce del disco e gli ho parlato di un disco che si sarebbe intitolato Manoglia, ha modificato un’immagine che aveva trovato su un vecchio erbario e mi sembrava veramente già un totem, con la maschera sotto, con tutto il resto della copertina libero. L’unica cosa che gli ho detto “se mi metti le piume al posto delle foglie, abbiamo la copertina” e così è stato. Ecco come è nata. Poi all’interno tutto si apre e tutto diventa anche molto in stile psichedelia anni 70, però la copertina, proprio perché è così semplice, diventa molto attrattiva e in un negozio di dischi, comunque, la noti. Per quanto riguarda il titolo Manoglia è il titolo di una canzone che era nata proprio sotto la grande magnolia, qui del paese, quando era finito il momento del lockdown pesante e io mi sono ritrovato con migliaia di foglie lì sotto, che nessuno ovviamente aveva ripulito ed erano proprio i simboli di tutti i miei ricordi dell’infanzia, di tutte le cose che avvenivano in quel luogo quando era un po’ il centro del paese. Da lì poi è nato il disco che è completamente arboreo, naturalistico, in cui ci sono ali di falco, il becco del merlo, in cui c’è tutta una ritualità tipica del camminatore per le piccole strade di paese, di montagna, che raccoglie visioni e le trasforma poi in canzoni. Si tratta di un disco nato da un taccuino privato e quindi, se vogliamo, è molto intimo ed ecco perché l’ho voluto lasciare il più acustico possibile.


Il disco si apre con La ballata del mascheraio, forse la canzone musicalmente più vicina al Davide che conosciamo. Una canzone che, se ascoltata con superficialità potrebbe sembrare la classica ballata folk che anche un ragazzino capirebbe senza difficoltà, poi però se la si ascolta bene emergono strati sottostanti, versi che fanno riflettere come “perché una maschera se mustra / intaant che sùta la nascuund…” o i bei versi finali “Per fa’ una maschera de bestia / pröeva a vardàss in del prufuund / Per fa’una maschera de dóna / pensa a una dóna che pensa a un ómm / Per fa’ una maschera de dóna / pensa a una dóna che pensa all’amuur…. Mi aiuti a decifrarla un po’ senza scomodare troppo la psicanalisi?

No, no, vabbè. È chiaro che è una canzone che può essere applicata alla vita di tutti i giorni, che prende in prestito la figura ancestrale della maschera che c’è sempre stata nella nostra cultura, fin da quando eravamo primitivi, poi però prende in prestito il demiurgo, il mascheraio, per arrivare a fare una metafora su tutto quello che noi di fatto siamo, queste maschere involontarie, che ci troviamo ad indossare quotidianamente, perché è un dato di fatto che noi cambiamo anche atteggiamento, non perché siamo falsi, ma cambiamo atteggiamento e cambiamo modo di porci a seconda di chi incontriamo. È molto differente il nostro atteggiamento con l’edicolante da quello con un bambino di quattro anni, quando arriva un ospite di un certo tipo oppure arriva una persona che magari ti sta scocciando, ecco, cambiano tutte le nostre modalità di maschera. Come hai detto tu, questa canzone forse nasce come ballata, molto semplice, proprio perché deve arrivare a tutti, ma come tutte le canzoni apparentemente semplici, nasconde una parabola, una metafora, come Il pensare che per fare una maschera che ride lavorerai in un certo modo, mentre per quella triste, cioè quella arrabbiata, non deve sembrarti per forza quello che appare, perché sotto, probabilmente c’è una persona che ha sofferto e che usa questa maschera aggressiva per esorcizzare la paura o per proteggersi. Oppure perché non si fida più. Poi, alla fine, giustamente quando la canzone dice che per realizzare una maschera da donna devi pensare a una donna che pensa un uomo, è semplicemente perché la donna nella storia ha sempre dovuto combattere, relazionarsi con la figura dell’uomo che molte volte la dominava, la scoraggiava e, in qualche modo, la faceva passare in secondo piano, per non dire delle volte che doveva addirittura subirla la presenza maschile. Ancora oggi, purtroppo questa realtà non si è risolta. Quindi una donna che pensa un uomo non è semplicemente una donna che pensa all’innamorato, ma è la donna che deve continuare a rendersi conto che c’è anche una polarità maschile con la quale lei deve fronteggiarsi quotidianamente. Nella seconda frase, invece, la donna che pensa all’amore, l’amore che può essere l’amore per un uomo, per una donna, per un animale, per un padre, un figlio, per qualunque cosa. La donna che pensa all’amore è la maschera forse più bella e più ricca per disegnare quello che è il profilo femminile. È quindi una canzone molto simbolica.


Davide Van De SfroosForsi, bellissima canzone manouche, sembra essere la canzone di chi si trova a fare i conti con il proprio passato, “E questa cràpa pièna de véent, questu quadernu che gùla via / l’è una furesta senza sentée, per fa’ fiadà ancamò la puesiia / Se sun vestii de aal de muscòn e de paròll che ho rubaa all’usteriia / ho racataa ogni tocch de rutàmm e adèss la rüggin me fa cumpagniia ché” ma che, ad un certo punto, accetta di essere così com’è “E FORSI…forsi passerà una naav / E FORSI…me resteroo ché… / Senza valiisa e senza bigliètt / senza piöe dumandàss el perché”. Quante volte ti sei sentito fuori sintonia con il mondo circostante?

Tantissime e questa canzone parla proprio anche della decisione di reagire, è una canzone ribelle. Tanto più che gioca, anche a partire dalla musica, con un tempo che non è il nostro. Non dico che è una canzone di nostalgia, ma è una canzone che si sente libera e non si vergogna di tante cose belle che ha vissuto in un passato nel quale uno si sentiva molto a suo agio. Abbiamo preso una musica manouche, protojazz, proprio per essere fuori dal tempo, come in un lungometraggio alla Buster Keaton, una roba del genere. Questa canzone è anche il rifiuto di salire sulla nave che tutti ti obbligano a dover popolare, perché oggi c’è questa velocità, perché oggi c’è questa tendenza e tu, invece, che sei stato abituato ad andare a prendere queste piccole cose, le ali di mosconi, le canzoni rubate all’osteria, tu che lascerai aperto il portone, lascerai passare tutta la processione, poi però chiuderai le finestre per trattenere fortemente la le tue canzoni, per non farle sfuggire e la tua poetica che è l’unica cosa che tu continui a ad inseguire. Una canzone, quindi, che si rifiuta di appartenere ad alcuni tempi che stiamo conoscendo, che ci stanno un po’ comprimendo e deprimendo. Nonostante abbia quasi sessant’anni non sono mai stato uno che screditava le cose nuove, mi sono appassionato sempre anche delle musiche, delle canzoni che ascoltano i miei figli. Mi piace vedere quando c’è arte, quando c’è credibilità, talento, quando c’è buona musica e ce n’è tantissima. Io non mi nascondo dietro a un disco di Dylan o dei Pink Floyd, né sto lì a dire che una volta era tutto bello e adesso tutto merda, anzi, io sono un grande ricercatore di tutti quelli che sono i nuovi Dylan, i nuovi geni, nuovi, grandi artisti.


È stato grazie a te, ad un tuo commento pubblico, che ho conosciuto ad esempio Mirko Menna ed il suo Nebbia di idee, per dire.

Questo è un esempio, un disco che Paolo Conte stesso, aveva citato e recensito benissimo con una frase. Tutte queste figure, però, bisogna avere anche il coraggio, la forza e la pazienza di andarle ad ascoltare, sennò, altrimenti, rimaniamo lì, con tutto il nostro bagaglio del passato e diventiamo dei bacchettoni ammuffiti che non ascoltano più niente. La canzone Forsi, comunque, è una canzone di ribellione.


Passiamo a Crisalide (Le ali del falco) che si apre con il magico pianoforte di Maurizio Fasoli fino al dispiegarsi di una dolce melodia, è indubbiamente una canzone che guarda verso l’alto, la definirei una canzone d’aria. Se penso ai versi “Ma me dumanderóo i aal del falco per un viàgg, per un viàgg / taant per regurdàss de vèss staa in voolt püssée de inscé, püssée de inscé / e se guleróo via salüdum cun la mànn / e pöe dii mè sacòcc vedaréet burlà föe tütt” mi sembra di capire che sia stata scritta dopo un periodo down, dico male? La crisalide è vista come segno di rinascita, di trasformazione?

Quella canzone, prima di diventare canzone, è stata una sorta di appunto che io mi sono scritto sul quaderno, in un momento in cui non mi trovavo bene, con i piedi nel fango, nelle sabbie mobili che mi risucchiavano. In quel momento io camminavo verso il santuario della Madonna del Soccorso di Ossuccio, quindi mi stavo innalzando, più salivo e più guardavo le farfalle, però sognavo addirittura le ali di un falco che in quel momento è passato, per poter essere un po’ più in alto, per poter fare una specie di meditazione da un altro punto di vista, una cosa più elevata, che mi permettesse di avere un punto di vista differente. E allora devo dire che quella lì era una cosa che stavo scrivendo proprio a me, come dire, per incoraggiarmi. Maurizio Fasoli è stato eccezionale. Io ho fatto togliere tutto il resto, chitarre e tutto il resto, perché doveva proprio essere un pezzo aereo, volatile, un pezzo d’aria.

Invece di parlare della canzone che dà il titolo al disco, se sei d’accordo, vorrei parlare di El Giuvanon (Il becco del merlo) perché nasce dalla stessa melodia di Crisalide, sebbene suoni molto diversa. La definirei una canzone di terra, qui non c’è il desiderio di volare in alto ma di scavare in profondità, dentro sé stessi, “Ma me dumanderóo el bècch del merlu, per fà un böecc, per fa un böecc / per truvà quii ròpp che’l téemp el m’ha scundüü sùta i radiis, sùta i radiis… / e quando troverò la cassa del tesoro, vi chiamerò con me e dopo l’aprirò…”. Una curiosità, El Giuvanon è frutto della tua fantasia o è realmente esistito?

El Giuvanon (Il becco del Merlo) è, invece, un brano profondamente legato alla terra ed è uno scavare nelle radici, con la figura del Giuvanon, proprio perché questo grande contadino è stato uno degli ultimi cowboys della nostra sponda del lago, cui era fortemente legato, fisicamente sempre più ricurvo su sé stesso, un uomo che era di una forza e di una statura di un certo tipo, che si è modificato con la vecchiaia seguendo proprio la terra. Queste due canzoni, dunque, sono diventate due facce del vivere, aria e terra.


Trovi sia stato più arduo volare verso l’alto o cercare dentro sé?

Non c’è una classifica, sono due viaggi che prima o poi uno deve fare e che costantemente ti chiamano, perché ci sono dei momenti in cui ti devi per forza elevare un po’, specialmente quando intorno a te tutto sta diventando palude, dall’altra parte però non puoi vivere appoggiato a una nuvola, perché tu sei un uomo della terra e perché la terra ti appartiene e tu appartieni a lei e dentro di te ci sono tutti quei simboli, tutti quei ricordi e tutti quei viaggi che uno deve ancora fare. Per cui quando tu chiedi in prestito il becco al merlo, il merlo è quello che è sempre giù nel prato, che scava, che scava per trovare i tesori che ti sono sfuggiti, quelli che hai dimenticato. Come mai eri così contento da bambino, anche solo per una pietra colorata, una biglia o un fumetto. Come mai adesso non va bene più niente? Come mai non ti accontenti più? Qual è il l’anello magico che hai perduto? È molto difficile, perché devi proprio scavare in profondità.


Riprendiamo a seguire l’ordine delle tracce e affrontiamo la title-track, che credo sia stata scritta dopo il duro periodo di lockdown durante la pandemia, almeno così mi sembra dai versi “Ho fümaa la nustalgiia, ché luntànn de tücc / Ho fümaa la nustalgiia e adèss me resta el mùcc”. I versi “Tel gìret e rigìret, te vöeret stravacàll / l’è el solito büceer ma rièset mea a finìll” mi sembrano descrivere un segno di rottura rispetto al prima, è così? Quanto è stato duro per te restare lontano da tutti durante quel periodo e che cicatrice ti ha lasciato?

No, è un pezzo modulabile, quindi la tua impressione può avere molto senso. Questo bicchiere che poi è il tuo bicchiere, quello nel quale ci sono tutte le tue cose, i tuoi ricordi, tu ogni tanto lo vorresti svuotare, lo vorresti bere tutto e dire “Basta! Adesso questo bicchiere di ricordi è finito”, però non riesci a svuotarlo, perché come abbiamo detto prima non puoi vivere nel passato, non puoi far finta che non ci sia stato. Il passato passa solo fino a un certo punto. Tu ce l’hai dentro, quello è il tuo bicchiere, sempre, può finire, può cambiare il contenuto, puoi riempirlo, puoi finirlo, però il tuo bicchiere è un po’ macchiato, macchiato dalle cose che hai pensato e un po’ sbeccato, da quello che non hai fatto, da quelle cose che sono i tuoi rimorsi, ciò che non è stato. È il tuo bicchiere e non puoi farci niente, è il contenitore nel quale qualsiasi liquido tu voglia andare a mettere, dovrai poi farci i conti. In merito al lockdown, dal punto di vista della sofferenza che c’era in quei momenti e delle perdite anche qui in paese, è stato drammatico perché era come una fucilazione settimanale, quindi questo è stato un aspetto che ci ha segnato e in un tempo in cui credevamo tutti, di essere diventati registi della nostra esistenza, molto supponenti e arroganti in quanto tecnologici, il dolore ci ha ricordato, invece, una fragilità devastante per un qualcosa di invisibile e un qualcosa di incomprensibile all’inizio. Dal punto di vista, invece, della clausura, io devo dire che qui è avvenuto qualcosa di completamente diverso. Innanzitutto, sembrava di essere su una nave famigliare, immersa in un posto bellissimo che era diventato all’esterno un paradiso, con il lago fermo come uno specchio, un cielo nitido, animali che si erano rimpossessati del territorio e la vegetazione che la faceva da padrona. Questo vivere tutti insieme un tempo così lungo ci ha regalato una resistenza incredibile, perché noi, io, mia moglie e i miei tre figli, eravamo proprio tutti i giorni a contatto diretto su di una nave, in una lunga crociera. Il problema era che, se guardavi fuori dalla finestra di casa, vedevi il paradiso, se accendevi l’altra finestra che era quella della televisione, vedevi l’inferno… Da un certo punto di vista è stato splendido, il vivere tutti insieme, magari leggendo libri, giocando, guardando film, riappropriandoci di un ritmo di vita che avevamo perduto, non avrei però voluto viverlo a quel prezzo. Però quando l’ho vissuto, sarei stato un’ipocrita se avessi detto che stavo male. Anche quando abbiamo preso tutti e cinque insieme il Covid, che era già la variante inglese, stavamo chiusi in casa e guardavamo Sanremo. Non stavamo particolarmente male, era un’influenza come un’altra e grazie a Dio non ci ha lasciato segni. Poi sì, è vero che un po’ di strascichi psicologici queste esperienze le lasciano, perché poi rimani un po’ indebolito da questa cosa. C’è voluto un po’ per tornare alla normalità, però niente di drammatico e quindi, in definitiva, l’abbiamo vissuta come dei veri e propri naufraghi ma su una nave che era ben salda.


La canzone che non c’è, stile western, narra lo sforzo e la fatica del partorire una canzone ed uso volutamente il verbo partorire. “Bagna la tua penna nel catrame del tuo fondo, / se vuoi regalare un pianto mentre scriverai cantando” mi sembra la sintesi perfetta di questo disco, solo se sai guardarti dentro con estrema sincerità puoi regalare intense emozioni a chi ascolterà le tue canzoni? È così?

Hai detto esattamente. È la canzone che parla dell’inseguire la canzone che non c’è ancora, come il fotografo che cerca la foto che non ha ancora scattato, il pittore che vuol dipingere il ritratto che non ha ancora dipinto. In fondo sei sempre alla ricerca di qualcosa che non c’è, sennò altrimenti sarebbe tutto finito. La canzone che non c’è è quella che tutti inseguiamo, la preda che non hai ancora preso, il pesce più grosso che non hai ancora catturato nelle tue reti. Ecco, il pescatore non andrebbe mai a pescare se non pensasse di prendere il pesce più grande e poi, anche se quello pescato fosse gigantesco, ne vorrebbe prendere un altro con altre caratteristiche…


Shandemé è un crogiuolo di strumenti anche insoliti come duduk, ney, baÄŸlama, suonati da Andrea Cusmano, una melodia orientale, un ritornello “Scià’n’de mé Regina Del Tütt, tègnum per la mànn… / Scià’n’de mé Regina Del Tütt, tègnum per la mànn…” che si fa mantra. Una preghiera, un’esperienza spirituale. Quanto è importante per te la spiritualità e quanto la natura è elemento portante della tua spiritualità?

Questa canzone penso che, come mantra, è rimasta negli archivi veramente per decenni e poi gli ho dato una struttura, gli ho dato un testo. Ho voluto proprio che ci fossero degli strumenti non riconducibili a noi, a questa nostra terra. Proprio come queste cose un po’ spirituali, doveva avere assolutamente un suono distante, etnico, lontano, che sapesse di viaggi incredibili e tante altre cose. È stata una di quelle cose che abbiamo potuto fare grazie alla collezione di strumenti di Andrea Cusmano e grazie alla sua capacità di poterli anche suonare. In merito alla tua domanda sulla spiritualità, io penso che anche nei momenti in cui sono apparentemente distaccato o poco spirituale, in realtà sto lavorando sempre alla ricerca di spiritualità, come un camminatore, come un viaggiatore. Ancora oggi, tutte le volte che ho tempo, mi trovo a viaggiare con determinate musiche nelle cuffie, salendo verso monti o verso rive, scendendo santuari, vecchie chiese, vecchi templi. Non è tanto la “religione” ad attrarmi, anche se ho studiato svariate religioni, anche dal punto di vista antropologico e devo dire che mi affascinano tutte e tutte contengono un buon tentativo di cercare di crescere spiritualmente, però, è proprio la spiritualità, invece, quella cosa che cerco, indipendente da quanto uno sia un belivero, un credente oppure no È però un viaggio che tu devi costantemente fare. Se io non avessi questa impronta probabilmente sarei già disperso. Sarei perduto, sarei sotto un ponte fatto solo di dubbio, invece, tutte le volte che c’è un’apertura, tutte le volte che c’è uno spiraglio per cercare di volare un po’ più in alto, ci provo. Questa cosa è fondamentale, anche questo mio continuo indagare su riti, miti, credenze, leggende. Gli spiriti li vedo o li percepisco ovunque, ma non i fantasmi con il lenzuolo, proprio l’idea di geist, l’idea di spirito delle cose, anche un po’ shintoista se vogliamo, vecchi oggetti, ambienti, vecchie case nelle quali sono accadute cose. È come se tutto fosse lì, anche nella canzone Manoglia lo dice, anche lì non c’era più nessuno, c’erano solo gatti, però era tutto popolato da fantasmi, che erano importantissimi perché c’erano stati e perché avevano caratterizzato il mio passato, la mia infanzia, il mio essere cresciuto in un paese del genere, quindi, vedi che custodisco tutto inzuppato della stessa materia, fatta di natura, spirito e alla fine dei conti uomo.


Zia Nora credo nasca dal desiderio di omaggiare una persona che ti è stata te molto cara. Musicalmente è una canzone folk alla vecchia maniera, zeppa di ricordi, che si chiude con i versi “Ma il suo foulard lo sa, mia zia ritornerà / Nei giorni un po’ a metà, dirà qualcosa piano poi mi saluterà… / Mia zia ritornerà……”. A volte basta un foulard, un oggetto della persona per farla rinascere dentro di noi…

Zia Nora è un’allegra nostalgia. Mentre ti sto parlando ho qui una sua foto e la percepisco dentro di me. È una canzone che io stupidamente tenevo soltanto per me, la cantavo qualche volta a mia mamma perché era sua zia, sorella di sua madre. Questa zia Nora che non aveva mai avuto marito, che era rimasta sempre quella, uno spirito anche un po’ libero, se vogliamo, aveva lavorato in giro per il mondo, era andata, viaggiato e mi ha e mi ha trasmesso, nelle lunghe passeggiate, nelle lunghe giornate in casa sua tutte quelle possibilità del curvare la realtà con la forza della fantasia, oppure ripescando vecchi miti vecchi, vecchie abitudini, credenze, cose che potrebbero essere scambiate anche semplicemente per superstizioni, ma che erano travestite più da rito magico e queste cose si sono depositate pesantemente sul mio fondo e sono sempre rimaste lì presenti. Probabilmente zia Nora è stata un’iniziatrice di quella latitudine un po’ sciamanico creativa, che mi permetteva di co-creare un mondo fatto anche di cose che mi somigliavano molto da dentro. Laddove non mi piaceva o non mi bastava una cosa, io lì la battezzavo, la facevo diventare altro. L’essere poi cresciuto in mezzo a boschi, giardini, montagne, acque, terre, sassi e valli, mi ha permesso di dare un nome alle entità, a vederle sotto forma di qualcosa che veniva proprio dal mio profondo. Intingevo davvero il pennello dentro la natura. Un albero, un semplice platano era diventato per me un un’entità di un certo tipo con la quale dialogare, guardando se stesse bene, se stesse male, vivendo a contatto non solo con le persone, ma anche cose visibili e invisibili della natura.


Quel verso finale “mia zia ritornerà” mi pare però pieno di fiducia. È così?

È il fatto che ritorna nei giorni in cui magari puoi avere un problema, i suoi tentacoli spirituali non smetteranno di sostenerti perché lei c’è stata e fortemente è ancora ancorata al tuo ricordo, così come lo è mio padre, i nonni o altra gente. In questo caso la canzone è dedicata a lei e come nel caso del Giuvanon, anche lei fa parte di un qualcosa che non può essere trascurato.

“E anca incöö…e anca incöö…ghè una strana canzón / scundüüda nel fiöemm / E ghè un föej de fuschiia che incarta la löena / e un cùlp de campana sempru püssee luntana…” mi sembrano descrivere perfettamente quella strana canzone che si intitola Ankainkoo, un titolo che sembra già un miracolo, una canzone che alterna due parti recitate tra loro diversissime, al ritornello. La prima narra dell’affannarsi quasi senza senso delle persone dal momento che si alzano a quando vanno a letto, abbandonandosi al sonno. La seconda narra di un viaggio in un mondo di boschi, funghi, grilli, salamandre, immerso nella natura, in un sogno profondo, la vita ideale. Com’è nata questa bellissima e intensa canzone?


Bravo. Questa canzone è stata scritta perché tutte le mattine e ancora oggi lo faccio per mia figlia quella più piccola che ha sedici anni, portavo tutti alla mattina presto alle 06:30 a prendere la corriera giù in paese, quindi, era il momento in cui vedevi tutte queste persone intabarrate nel buio, alla ricerca della luce, del bar, del panificio. Qualcuno stava già fumando la prima sigaretta, il primo caffè e tutti sembravano palombari appena usciti dal sonno e pronti a dover affrontare una cosa oscura, strana, che era la giornata. Però la prima parte della canzone sembra quasi uno sforzo per arrivare a sera, come un’arrampicata durante la giornata per poi riportare a casa tutto quello che è successo e rinfilarsi in questo mistero del sonno. La seconda, invece, ti fa vedere come uno potrebbe vivere la giornata nel momento in cui trasforma, co-crea, come dicevo prima. Perché ci sono anche quelli, invece, che la giornata non gli basta timbrare, timbrare, timbrare e portare a casa e fare tutte quelle che sono le mansioni solite. C’è anche colui che guarda oltre il divino stupore, il divino stupore tipico di quelli che sono coloro che hanno lo sguardo più aperto verso il miracolo che ci circonda. E allora ecco grilli, ecco salamandre, ecco tutte queste cose. E alla fine la canzone lo dice, ecco che sul fondo tutto quello che c’è, questo fiume, è per chi domani ha ancora voglia di ripartire. Che cos’è il più grande dono che tu puoi avere? È quello di andare a letto, contento di riposare, il meritato riposo, si spera sempre di dormire un po’ di ore serenamente, però con idea che domani tu sei pronto per andare. Quando non hai voglia di alzarti al mattino è l’inizio della depressione, l’inizio dell’ansia. Io li ho provati questi malesseri e quindi ho dovuto combattere e tutte le volte, l’unico modo per proteggersi, per venirne fuori era, con l’aiuto della poetica e con l’aiuto della visione, guardare al di là di tutto quello che è il cemento che ti chiude dentro, l’abitudine a dover obbedire a determinati ritmi che diventano per te sempre più incredibili, Il non riconoscere tutto quello che avviene. Se uno si basa soltanto sul telegiornale, su un giornale, letto anche distrattamente, tutti gli input che gli arrivano sono tossici, sono velenosi, perché non ci sono notizie urlate poi così belle. Però se tu chiudi il giornale e guardi fuori, anche se abiti in un luogo non naturale, non bello come il lago di Como, puoi vedere comunque dei piccoli miracoli avvenire, il tuo gatto, un fiore che sta spaccando il cemento, un piccione che arriva in un certo modo, una persona che ha attraversato tutta una fila di anni e la vedi ancora che sta prendendo con una certa fierezza il suo autobus con la sua borsetta della spesa, ci sono tante piccole cose che ti incoraggiano, se le guardi. Certo, se apri il giornale, da una guerra passi a un’altra guerra, da una strage in famiglia, passi a un’altra strage in famiglia. Un mondo che si sta dissanguando anche per colpa nostra, soprattutto per colpa nostra, governi che non funzionano mai bene, perché poi comunque noi viviamo sempre appoggiati su due piatti di bilancia, no? Qualunque cosa si voglia guardare, non saremo mai tutti da una parte del piatto e questo forse è anche un bilanciamento che serve. Anche politicamente, non saranno mai tutti a destra, non saranno mai tutti a sinistra. Calcisticamente non saranno mai tutti dell’Inter, mai tutti del Milan, altrimenti finirebbe il senso del campionato. Non saranno mai tutti credenti, non saranno mai tutti atei. Vedi che è sempre tutto bipolare? Tutto si divide almeno in due parti. Qualcuno è per la natura, qualcuno non ne vuol sapere. Qualcuno vive ancora per la compagnia, il mangiare, il bere, il sociale, qualcuno per l’isolamento per cui siamo proprio divisi e questa cosa qui probabilmente è anche la grande bilancia che ci permette di non di non cappottare. Poi oggi c’è anche il bastian contrario per partito preso, perché dire che una cosa è semplicemente bella e accontentarsi di ciò che ci sta arrivando, sembra quasi qualcosa di scontato e allora bisogna trovare subito il veleno, bisogna trovare subito il complotto dietro.


A frequentare i social, poi, emerge solo questo.

Ma i social mi stanno veramente amareggiando ogni giorno di più. A parte le fake news urlate su tutti i nostri colleghi dello spettacolo, sembra veramente un mattatoio mediatico solo per farti cliccare, per farti aprire e per vedere poi una fila di cose che non dicono niente piene di pubblicità. Però anche come la gente interagisce. Io credo che i social, che dovevano servire per unire le persone, per far ritrovare le persone, sono diventate invece delle piattaforme per duelli di scorpioni da tastiera. Forse qualche piattaforma è ancora abbastanza libera da questo, ma altre sono diventate addirittura infrequentabili perché poi sono anche degli obitori dove, purtroppo, più amici hai e più vedi notizie di persone che vengono a mancare, anniversari continui e quindi non c’è più il bello di trovarsi, di condividere una cosa. Io credo che non ci sia niente di male se uno fotografa la pastasciutta e la vuol far vedere ai suoi trenta amici “quest’oggi un bel piatto di pasta” e tutti gli dicono “Ah buon appetito!”. È una gran cazzata, però può far piacere, può far compagnia. Se però uno nella pastasciutta, mette dentro un po’ di carne, allora ecco che arrivano subito anche i vegani, i vegetariani o quelli che ti scrivono “Che schifo mangi i cadaveri” e allora entra quello che scrive “merde, io mangio quello che voglio” e diventa subito guerra per una cosa stupida. Se tu scrivi “Buongiorno” ti dicono “Buongiorno un cazzo. Oggi ho già litigato all’assemblea condominiale”, quindi non va più bene niente e lo sappiamo, è un mondo difficile. Allora lì si capisce la canzone Forsi per chi ha voglia di svincolarsi da tutto questo.


Veniamo a El mekanik, racconto psichedelico di uno strano personaggio, un “meccanico che sistema i pezzi che la vita ti spacca…”. La chiave di lettura credo sia nei versi “sono un segugio e non riesci a capire se piango o se abbaio, / ma sono bravo a trovare le tracce del male imboscato, / la mia vendetta non crede all’invidia per chi ha avuto un passato / la mia vendetta è farti avere quello che non mi hanno dato…”.

È la storia di tutte quelle persone che ho conosciuto che, pur avendo avuto un’infanzia magari dura, hanno fatto in modo di usare tutte le loro forze che avevano in serbo per poter far sì che ad altri non accadesse la stessa cosa. Qualche volta erano anche medici, psicologi, qualche volta erano semplicemente persone, operai dell’anima o persone ben disposte nei confronti dell’aiuto a chi, magari, non aveva neanche il coraggio di chiederlo. Quelle persone che ti trasmettono forza, una serenità, una possibilità, quelle che ti salvano anche un po’ la giornata, i riparatori di un destino. Ho visto gente distogliere persone che erano sulla brutta strada benché loro venissero da strade ancora più brutte, per convincendole che quella non era assolutamente la via da seguire, che quella non era assolutamente la cosa da fare. I meccanici sono stati tanti, io ne ho conosciuti, qualche volta probabilmente lo sono stato anch’io…


Indubbiamente, anche attraverso le tue canzoni, i tuoi racconti, le tue poesie, no?

Ecco, io magari non me ne sono reso conto… C’è un film bellissimo ambientato nel deserto sudamericano, si chiama El Cristo siego, Il Cristo cieco, è un film dove questo ragazzino che ha avuto delle visioni mistiche da bambino, sa che un suo amico ha avuto un problema ad una gamba e non può più lavorare e lui decide di attraversare a piedi nudi il deserto, lui si sente quasi santo, attraversa il deserto e durante questo viaggio accadono tante cose. E lui senza rendersi conto solo con quel viaggio lì, solo incontrando le persone, ha già dato in giro speranze, cose, situazioni, ma lui ha in mente solo di guarire il suo amico. Andrà da lui, imporrà le mani, non riuscirà a guarirlo. Torna indietro incazzato e deluso ed è convinto di non essere niente, di non essere santo e, invece, si rende conto che sulla strada di ritorno c’è tanta gente che già parla di un nuovo Cristo che è andato in giro, ha fatto miracoli, ha fatto star bene le persone e lui si rende conto che ha fatto tutto senza rendersene conto. Ecco, a volte noi siamo meccanici inconsapevoli, crediamo di non valer niente, di non essere niente, andiamo in cerca di qualcosa di esaltante da fare per poter fare qualcosa di buono e, invece, lo stiamo già facendo proprio nelle piccole cose, ma non ce ne rendiamo conto. Ecco, El Mekanik è proprio una canzone che poi ha avuto dei suoni psichedelici tali che mi hanno convinto a metterlo nell’album ed è anche una delle più insolite, ma anche una delle più efficaci dal punto di vista forse della sua diversità. Proprio perché si parla di un meccanico che deve entrare negli ingranaggi mi piacevano questi suoni tipici anche della musica un po’ psichedelica, un po’ progressive, che cambia, e anche lì vedi che poi alla fine dici ascolto i grilli e loro non smettono mai di trafiggere il buio, non smettono mai di continuare a mandarti un messaggio e allora il meccanico è come uno di questi grilli che non smette mai, facendo quello che fa con il suo transito. Del resto, continua a portare in giro qualcosa che a questo mondo sempre di più serve, il capire dove c’è il male, spostare la gente da lì e cercare di rimpastarla. Quanta gente ha spostato dalla droga pur essendo stata drogata magari o in un ambiente pieno di droga. Ecco, pensiamo, pensiamo al famoso film Taxi Driver. Questo pazzo, questo Travis che arriva a casa dal Vietnam, non si trova, è un disadattato, è uno psicosociale, non riesce ad avere una vita normale e finisce per salvare una giovane prostituta da un ambiente pazzesco e distruttivo, mettendo quasi a repentaglio la sua stessa vita. Anche lui è un Cristo cieco. E tante figure come queste.


Mi viene in mente anche Gran Torino.

Gran Torino, sicuramente, ma anche Qualcuno volò sul nido del cuculo. Un pazzo come McMurphy entra dentro in una in un contenitore di pazzi e fa capire che così pazzi loro non sono, sono vittime di un sistema che li sta schiacciando. E lui invece, pur venendo poi annichilito, l’indiano che scappa alla fine è come se portasse avanti il suo nome e la sua vittoria e questa è una speranza nel guardare che c’è gente che vola più alto. Quindi adesso noi abbiamo scomodato la storia del cinema, però queste canzoni sono fatte di poco, ma sono profonde che ti possono fare entra nel tanto. Il disco è lieve ma ti porta tante briciole.


Ogni tuo disco si chiude sempre con una canzone dedicata al vento, qui troviamo Foglie al vento, una sorta di invocazione a quattro foglie diverse: castagno, salice, sambuco e noce. Una canzone che ad un certo punto si trasforma, attraverso la ripetizione di nomi di alberi, in una specie di mantra su un tappeto di musica ambient. Tradizione rispettata ma con un’apertura, dal punto di vista musicale, verso suoni più internazionali. Un po’ come tutto il disco, non credi?

Questa è stata una grande trovata di Alessandro Gioia. Doveva essere semplicemente la parte due della Preghiera delle quattro foglie, queste erano quattro altre foglie, sempre nate nel bosco e via dicendo. In questo caso però, cosa è successo? È successo che il disco quando arriva sul punto di finire non finisce ed è come se non finisse mai, perché con questa apertura giustamente ambient, che è una musica che io ascolto tantissimo, ha cominciato a creare un’apertura, è come una sigla finale per cui l’ascoltatore non ha la fine di un disco classico, ma un mantra sonico che va… Dobbiamo ringraziare Alessandro Gioia che ha lavorato su tantissimi ai miei dischi del passato. Alessandro ci ha detto “Adesso mettetevi lì e suonate liberamente degli accordi strani di chitarra, un po’ di violino, aloni e, rivolgendosi a me, ha “recitami queste parole di questi nomi di pianta” e dentro tutto questo ha cominciato a muoversi il tutto e sembrava di vederle proprio volare via queste foglie nel vento ed era il finale che uno poteva sognare per un disco del genere.


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Biografia di Fabio Antonelli

Il suo mondo è la musica, l'altra musica, quella che non gira in radio. Dal 2005 scrive occasionalmente recensioni ed articoli per La Brigata Lolli, Il Tonnuto, Estatica, L'sola che non c'era, Bravonline. Dal 2010 entra a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco

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