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Gino Paoli: “Da sessant’anni il mio cielo è in quella stanza”

Il cantautore genovese celebra il brano che scrisse nel 1960: “Quando Mina per la prima volta finì di cantarlo, si mise a piangere”

Milano, 14 giugno 2020 – “L’artista vero è Picasso che ha cercato per tutta la vita, sbagliando magari, ma senza fermarsi mai”, ammette Gino Paoli parlando dei sessant’anni de Il cielo in una stanza. “Ho letto tre libri di Marquez e l’ho trovato un autore straordinario. Poi mi sono imbattuto in un’opera minore come Il generale nel suo labirinto e l’ho stimato ancora di più. Perché per fare qualcosa di nuovo s’era accollato il rischio di deludere”.

‘Il cielo in una stanza’ fu depositato alla Siae da Mogol e da Toang, perché lei non era ancora iscritto.
“Al tempo il capo delle edizioni era Mariano Rapetti, padre di Giulio, che aveva alcuni cantautori a cui commissionava canzoni da distribuire agli interpreti. Per iscriversi alla Siae bisognava però affrontare un esame e siccome né io, né Tenco, né gli altri di quel ‘gruppetto’ avevamo sostenuto il colloquio, le nostre canzoni venivano depositate in Siae da Mogol e da Renato Angiolini, in arte Toang che lavoravano lì. Anni dopo però chiesi, come giusto, che mi venissero attribuite”.
Julia De Palma e Miranda Martino si rifiutarono di eseguirla, Mina no.
“Quando gli editori vennero a dirmi che non era una canzone vera perché mancava dell’inciso, suggerendomi di mettercelo, li mandai a quel paese. Poi un giorno incontrai in Galleria a Milano l’autore dell’arrangiamento, Tony De Vita, che mi disse: non sai cos’è successo, abbiamo inciso la tua canzone e sul finale Mina s’è messa a piangere con gli orchestrali in piedi ad applaudire. Sarà un grande successo”.
Aveva ragione, ‘Il cielo in una stanza’ fu la sua prima canzone di Mina a cogliere la testa della classifica dopo ‘Tintarella di luna’. E rimase in testa per 14 settimane, diventando il 45 giri più venduto dell’anno. Quasi due i milioni di copie vendute.
“Secondo me è una delle volte in cui Mina ha ‘sentito’ realmente ciò che canta. Di solito tiene un certo distacco perché naturalmente portata ad essere brava, precisa, perfetta, mentre quella volta si lasciò sorprendere dal testo. A metà degli anni Sessanta volai in Giappone e scoprii che solo lì ‘Il cielo in una stanza’ aveva venduto un milione e passa di copie; peccato che alla fine, borderò alla mano, me ne pagarono solo 200-250 mila”.
Il soffitto viola evoca il luogo.
“In quel pezzo avevo il problema di dover descrivere un orgasmo, momento che ti porta al nulla e al tutto proiettandoti in una dimensione difficilissima da afferrare con le parole; così pensai di raccontare quello che c’è attorno a quel fatidico momento, per ottenere lo stesso risultato senza doverne parlare in modo diretto. Fra l’altro m’ero preso una cotta per una prostituta del Castagna, noto bordello genovese, e l’estasi mi portò a trasformare il soffitto della camera in un cielo stellato aggiungendoci in sottofondo il ricordo dell’armonica che avevo suonato qualche tempo prima al compleanno di mio nonno”.
Parlare di una casa d’appuntamenti rappresentò anche il suo primo tentativo di affermare che l’arte non va giudicata col metro della morale perché non è etica, ma estetica?
“Assolutamente sì. Sono surrealista e rimango tale. Non dimentichiamoci che ‘etica’ viene da ‘èthos’, il costume della gente, mentre estetica da ‘aìsthesis’, emozione, quindi è chiaro che io sono estetico e non etico. E poi, parlando esclusivamente dell’orgasmo, dove sta la differenza tra il provarlo con una donna che ami o con una prostituta?”.
Delle storie di Paoli e le sue ragazze sono piene le cronache.
“Io non ho mai parlato dei fatti miei e della mia vita privata. Diverse fanciulle con cui ho avuto a che fare, invece, appena possono raccontano di tutto. Non voglio dire che le storie non hanno segnato la mia musica, ma se vuoi sapere quello che ha provocato in me la Vanoni basta leggerti il testo di Senza fine e lo capisci benissimo”.
A proposito, Ornella ha detto di voler vivere fino a 90 anni. Non di più ‘perché poi ti annoi’.
“Ha ragione. La vita è una cosa logica. Mio nonno diceva: dai all’età quello che l’età richiede perché ogni stagione della nostra vita ha qualcosa di più e qualcosa di meno. Ad un certo punto, però, questo scambio del qualcosa in più e in meno si esaurisce. E allora meglio morire”.
Dati alla mano, quali sono le sue più amate?
“Direi ‘Senza fine’, ‘Il cielo in una stanza’, ‘La gatta’, ‘Sapore di sale’, ‘Sassi’, ‘Come si fa’, ma anche ‘Il mio mondo’ scritta con Umberto Bindi. Il bello è che le canzoni, una volta pubblicate, hanno una vita loro e il successo è un incidente. Sempre”.

Scritto da Bravo! Redazione

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