in ,

Gli 80 anni del Maestrone dei cantautori italiani

Francesco Guccini è un personaggio semplice ma raffinato, che ha saputo mescolare tradizione popolare e riferimenti colti e che negli ultimi anni ha messo da parte la chitarra a favore della penna.

I suoi amici lo chiamano affettuosamente «il Maestrone», per via della sua corporatura massiccia ma anche per il peso specifico che ha avuto nella cultura italiana nell’ultimo mezzo secolo. Per tutti gli altri Francesco Guccini – che, nato il 14 giugno 1940, oggi taglia l’importante traguardo degli ottant’anni – è, unitamente al compianto coetaneo Fabrizio De Andrè, l’archetipo del cantautore. E questo nonostante la canzone appartenga da un po’ di tempo al suo passato, ampiamente sorpassata – soprattutto nell’ultimo ventennio – da una produzione letteraria molto più ricca di quella discografica (24 i dischi registrati, tra studio e registrazioni «live», in carriera a fronte di una trentina di libri, l’ultimo dei quali, «Tralummescuro», in lizza per il Campiello).

Ma anche se, sulle orme del suo grande ispiratore Bob Dylan, dovesse vincere il Nobel per la letteratura, per tutti Guccini resterà sempre il creatore di brani simbolo quali «Auschwitz», «Canzone per un’amica», «Noi non ci saremo», «La locomotiva», «L’avvelenata», «Eskimo», «Cyrano»… Brani che pur mai arrivati ai vertici delle classifiche di vendita, rappresentano una pietra di paragone per chiunque voglia cimentarsi in Italia con la parola musicata. E non solo nel ristretto recinto cantautorale: il perfetto utilizzo della metrica, un linguaggio allo stesso tempo semplice e ricercato e la capacità di scavare con sensibilità tra le pieghe dell’animo umano e della società, ne fanno infatti un punto di riferimento anche per aspiranti poeti finanche la giovanissima corrente dei «trapper».

«Solo un cantastorie»

Ma guai a cercare di attribuirgli in sua presenza cotanta importanza: vi risponderebbe con un quasi imbarazzato borbottio di stampo montanaro che lui si considera un semplice cantastorie. Già perché Francesco Guccini fu Ferruccio, nonostante sia nato a Modena e abbia scorso buona parte della sua esistenza tra la «Motown» italica e Bologna (in quella via Paolo Fabbri 43 che ha dato il titolo ad uno dei suoi dischi più famosi) nell’animo è sempre rimasto uno di Pàvana, il piccolo borgo montano posto «tra i castagni dell’Appennino» al confine tra l’Emilia e la Toscana, terra d’origine della famiglia paterna, dove ha trascorso buona parte della sua infanzia e da lui scelto quale «buen retiro» da parecchi anni.

Ed è stata proprio questa sua sensibilità profondamente contadina ad averlo guidato nel suo percorso artistico e umano che prima di consacrarlo come cantante e autore lo ha visto cimentarsi con vari mestieri tra cui quello di insegnante, di giornalista alla Gazzetta di Modena e di orchestrale nelle balere di tutta la Via Emilia. Ed è proprio durante quest’ultimo periodo che il giovane Francesco ha cominciato a scrivere le prime canzoni che inizialmente ha affidato a due band di giovani amici, i Nomadi e l’Equipe 84. Canzoni dalle quali emergeva già una straordinaria sensibilità nonché la capacità di affrontare temi scomodi e controcorrente (il caso forse più emblematico è rappresentato da «Dio è morto», incisa dai Nomadi, censurata dalla RAI per blasfemia ma trasmessa dalla Radio Vaticana e pubblicamente elogiata da Paolo VI).

Un inizio in sordina

Canzoni che poi, a partire dal 1967 ha iniziato a registrare a nome proprio, inizialmente con scarsi riscontri che però con gli anni (e l’avvento, negli anni Settanta delle «radio libere») sono esponenzialmente aumentati trasformandolo nell’autentico simbolo della canzone «impegnata», che affrontava le più svariate tematiche contemporanee (dall’ecologia all’emarginazione degli anziani, dalle storture della società dei consumi alla giustizia sociale alla crisi degli ideali) con un linguaggio che sapeva essere allo stesso tempo semplice e colto, mescolando tradizione popolare e riferimenti che vanno dalla poesia italiana a Borges, da Dylan alla Bibbia, da Cervantes a Dumas, da Barthes a Rostand.

Ad accrescere la sua popolarità ci hanno pensato anche i suoi concerti che si trasformavano quasi sempre autentici happening in cui la musica e le canzoni si mescolavano a monologhi e momenti di autentico cabaret. Il tutto andato avanti per oltre tre decenni, fino al 2012 quando dopo un costante e progressivo diradamento sia della produzione discografica (invero mai troppo numerosa) sia dei concerti, con un album dal significativo titolo «L’ultima Thule» (con riferimento all’antico mito greco mutuato poi da Virgilio) ha appeso chitarra e plettro al classico chiodo. Con, ad oggi, nessun sintomo di ripensamento fatta eccezione per un cameo, due anni fa, in una canzone dell’amico Vecchioni («Ti insegnerò a volare») e una canzone in dialetto degli Appennini («Natale a Pàvana») registrata lo scorso inverno per il progetto antologico «Note di viaggio: capitolo 1» curato da Mauro Pagani.

One Comment

Leave a Reply

    One Ping

    1. Pingback:

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Loading…

    0

    Vota l'articolo!

    1560 punti
    Upvote Downvote

    Generic animal – Online il video di scarpe#2

    Gino Paoli: “Da sessant’anni il mio cielo è in quella stanza”