a cura di Paolo Tocco
Mi muovo con la delicatezza utile dentro un campo minato. E qui la stima per il mestiere della parola che nutro verso Roberto Bonfanti si mescola a quella che puntuale si rinnova per l’amico Max Zanotti. Il primo sceglie e da voce (la sua) alle parole. Il secondo governa suoni e visioni. Il risultato è un viaggio onirico e concreto titolato “Alla deriva”… composizioni strumentali che sorreggono racconti scritti e narrati. Dunque sono due i fronti che sembrano restare distanti in assenza di comunicazione… sembrano non esista margine di dialogo… ma non so come spiegare l’inevitabile urgenza di non scinderli che altrimenti il tutto resterebbe nudo e irrisolto. scrivo di getto, come sempre e sempre secondo la mia personale codifica, lasciata libera di “vomitare” sensazioni…
Alle parole…
Bonfanti sa usarle e sa sceglierle e mai, nelle sue scritture, ho trovato l’insolente vigliaccheria di soluzioni di comodo. A rischio di rompere l’estetica, a rischio di condannare (poveretti noi) l’ascolto ad un ragionamento meno ovvio e automatico. Brindiamo alle cose che non riusciremo mai a capire e a quelle che preferiamo continuare a fingere di non comprendere. La rabbia e la rinascita, contro l’omologazione e contro quella necessità di resa che i suoi personaggi (chissà quanto aderenti al suo vissuto personale) spesso scelgono per il loro tempo. Alla fine tutto resta solo un banalissimo vaso di terra, come a dire che in fondo l’estetica seguita secondo la regola dell’arte non porta altro che ad un prevedibile risultato, previsto per il grande mercato dei potenti (come direbbe qualcuno). E fa di conto col tempo che mescola gli anni, con l’estetica che tutto comanda, che vale per tutti questo senso incoerente che il tempo ci lascia di dentro… poi il tempo ha continuato a passare… su tutto quello che eravamo… e continua a farlo su tutto quello che stiamo diventando. E un brano come, per l’appunto, “Poi il tempo” penso sia il verso senso di questa deriva che Bonfanti scrive, narra e lascia suonare… e come ancora dentro “Nei riflessi”, la precarietà delle ostinate rincorse quotidiane si svelano nella loro tragica quanto sciocca stupidità. Come a dire: ma davvero stiamo diventando schiavi del futile? Davvero stiamo erigendo valori attorno ad estetiche senza sostanza? Forse, come accade nella struggente “La Gioconda”, dovremmo tornare a parlare o a ricordare chi erano i nostri nonni che in fondo chissà quale sguardo hanno davvero nell’osservare il progresso eretto sul futile. Quanti finti problemi, quante ipocrite soluzioni di stile… non se ne può più delle verità pre-confezionate, delle cose che bisogna fare o vedere per forza, delle persone che non hanno mai dubbi, delle risposte consolatorie a domande prive di forza vitale e del bailamme inutile per sentirsi tutti dalla parte giusta…tutta la bellezza e la grande verità che abbiamo intorno, dovremmo ricominciare ad insegnarla agli occhi nuovi di questa terra.
Alla voce…
Il mio pregiudizio, in dischi del genere, chiede a gran voce sempre che ci sia un attore dietro una recitazione. E devo dire che sulle prime la cantilenante e sempre uguale “recitazione” con cui Bonfanti ci dipana le sue scritture, un poco mi infastidiva, con il suo accento generoso di sfumature e colori che ad un purista farebbe venir voglia di urlare. Ma anche qui mi fermo e non so ben spiegare la ragione che resta a fine ascolto: non penso si potessero leggere in altro modo queste scritture. Come a dire che la voce è talmente adesa al contenuto, che il connubio parole e spoken word è talmente intimo, privato, personale, che non è possibile immaginarlo in altro modo. E quel modo di cadenzare vocali, chiuse e tutto il resto, (modo sempre uguale per tutto il disco), diviene quella certa soluzione melodica come fosse il suono che risolve l’inciso di un brano che sta facendo furore in radio. Negli ascolti successivi mi ritrovo a pretenderla questa voce, ad imitarne la cadenza, la “monotonia”… “Alla deriva” in fondo significa anche questo e ne sono sempre più convinto: non poteva essere migliore di questo.
Al suono…
All’amico Max Zanotti associo sempre quella libertà compositiva che non deve necessariamente attingere dai classicismi del rock a cui ormai lui è devoto con maestria e successo. Anche qui la “monotonia” torna protagonista che quasi, al primo istinto, pensi di ascoltare la stessa composizione per tutto il disco. Eppure non è affatto così. La ricerca di suoni del futuro, il rock delle distorsioni certamente am anche (e soprattutto) le sospensioni di pianoforte e vento gelido alla Brian Eno, la distopia industriale dei robot e la rinascita che vedrei bene dentro pellicole interstellari. Su tutte mi affascina proprio “Nei riflessi” dentro cui il rumore si fonde con colori jazz per restituirmi visioni cinematiche più che suoni e melodie. Digerisco sempre poco l’ormai abusato “drilling” che qui ritroviamo in “Contromano”, ma adoro in assoluto quel senso di speranza che mi regala la progressione di note dentro “La Gioconda”. Ed è un invito: sulle prime verrebbe da chiedersi come sarebbe solo l’ascolto del suono di questo disco, nudo della voce di Bonfanti. Eppure, a fine ascolto, molti di voi capiranno che le due cose, ripeto, sono inscindibili.
Siamo alla deriva. Eppure sembra che ci sia luce e rinascita. Sembra che qualcuno la possa anche fotografare. “Alla deriva” è un esperimento di classicismo e di futuro, niente che l’uomo non sappia padroneggiare con le proprie mani. Niente di nuovo ma tutto di personale. A firma di due artisti che sanno ben usare i loro strumenti senza risolvere tutto con le nuove intelligenze capaci di sfoggiare finti traguardi di esoteriche grandezze.



