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Al blu mi muovo è il disco della “sciocca maturità” di Fabio Cinti

il nuovo album due anni dopo il suo omaggio a Battiato

Con un background che include ispirazioni e collaborazioni con nomi del calibro di Franco Battiato, Paolo Benvegnù, Morgan, Pasquale Panella, Livio Magnini, Lele Battista, Violante Placido, Massimo Martellotta e Nada, fra gli altri, l’ultimo lavoro del cepranese Fabio Cinti non poteva che risentire dell’eco magnifico di un potpourri di sonorità apparentemente lontane e conciliabili solo con la maestria ricercata da sempre propria del musicista quarantatreenne e di certo non associabile ai più. 

Anticipato dai singoli “Giorni tutti uguali” e “Tra gli alberi combatto”, è uscito per “Private Stanze” e distribuito da “Audioglobe” l’ultimo lavoro di Fabio Cinti dal titolo “Al blu mi muovo”, fuori due anni dopo l’omaggio a Battiato con l’album “La voce del padrone – Un adattamento gentile” (“Private Stanze” / “Audioglobe”, 2018). Un gioiellino di otto tracce in italiano è questo lavoro di Cinti che, come di consueto da quando ebbe inizio la sua produzione discografica nel 2003, eccezion fatta per una parentesi in inglese in un lavoro del 2015, meravigliosamente rifugge con stile, classe, raffinatezza ed eleganza le voghe e le tendenze del momento per concentrarsi, altresì, sulla nobile arte della bellezza del verbo italico. I testi di Fabio Cinti infatti sono accorti, precisi, puntuali, senza troppe divagazioni, fronzoli, orpelli, fanno uso parsimonioso della pericolosa arte della retorica a favore di uno sciorinamento del sentimento che esalti la linearità del significante e del significato, nel risultato di un lavoro ricercato ma popolare al tempo stesso, come nel caso della fruibilità de “Al blu mi muovo”.

Una patina di sound quasi battistiano sembra rivestire le sonorità di brani come “Che cosa succede?”, che al contempo ben si sposa con le sonorità pop più contemporanee de “Il grande balzo in avanti”, brani volti all’esemplificazione dell’alfa e dell’omega del disco all’interno di cui si dispiega il bandolo di una matassa che tesse con garbo le lodi di un’introspezione figlia di ciò che in molti classificherebbero come il famigerato “disco della maturità”, ma per fortuna, come diceva qualcuno, “quando sembra di apparire un po’ sciocchi si inizia a maturare”.

Il più grande merito di “Al blu mi muovo”, pertanto, è quello di riuscire a coniugare proprio una leggerezza di calviniana memoria con la finezza del gusto tipico del cantautore in questione, mantenendo l’equilibrio fra i due in maniera credibile e piacevole.

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