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Scemodiguerra: nessuna sosta ma solo punti d’avvistamento

Il nuovo disco ha un titolo evocativo: “Martian VooDoo”

Un duo che arriva dalle montagne… e quasi non si sente. La penna e l’anima di Luca Peverelli e di Elia Mazzoletti… Sapete di quei dischi che sembrano non avere forma e carattere, non avere un punto preciso dentro cui incasellarlo ne tantomeno un cliché a cui far riferimento. Il pop prende la via del folk, quello poco lavorato di chitarre acustiche, di un Claudio Lolli di arpeggi antichi o di quelle voci graffiate quando urlano intonando canti che sembrano figli di una grande montagna. E poi i colori dei pirati nel mio immaginario ma anche danze rituali, il fuoco e un mare che batte alla riva… curioso che il disco si apra con una scrittura vocale e melodica che richiami “Buffalo Bill” del Principe… o la progressione che quasi diviene prog di “Laika” dove forse la voce soffre un poco nel mix. Ecco “Martian VooDoo”: per gli Scemodiguerra è stata la prova che ha messo un poco dietro la voce in favore di una luce più importante sul ricamo sonoro. E forse, in tanto suono acido e acustico di terra, non è un caso che troviamo anche la collaborazione di Alosi di quel Pan Del Diavolo

Partiamo sempre da una domanda che ha chi una “ragione da cantautore”,
penso sia un punto di partenza doveroso. Che rapporto avete con le
parole?
Le parole hanno la capacità di essere dei contenitori di concetti dalle infinite sfumature. Lo stesso termine, se inserito in un contesto piuttosto che in un altro, può assumere significati sempre più stratificati e complessi. Delle parole ci interessa innanzitutto la musicalità, la cadenza ritmica che possono assumere all’interno di una frase. Spesso ci innamoriamo delle parole povere, quelle più semplici e concrete, e le usiamo come mattoncini per provare a costruire un quadro elaborato, a volte anche difficile, che però risulti concepito con il linguaggio di tutti i giorni. Questo contrasto tra semplicità e una natura più complessa è alla base della nostra ricerca di scrittura.

Ve lo chiedo perché qui la voce, le parole… hanno un suono
importante, parte integrante del progetto. Dunque si fa una scelta di
correlare suono e significato?
Sicuramente il nucleo del nostro progetto sono i testi, la musica è importantissima e si ritaglia momenti di respiro importanti, ma è sempre funzionale a quello che vogliamo trasmettere, ci capita infatti di riarrangiare anche molto la parte musicale quando portiamo dal vivo le canzoni. Il nostro processo di scrittura non è sempre uguale ma parte spesso dalle parole, e cerchiamo poi un arrangiamento che si sposi (oppure contrasti) con le sensazioni che queste ci suscitano.

“Baciami comunque” e poi “Mastino”… due facce, le prime due che mi vengono in mente… ma anche il kombat di ballate ostinate… quanta varianza c’è e cosa sta a significare secondo voi?
Nell’album si susseguono pezzi dolci con altri più incalzanti. Abbiamo dato questa alternanza sia per rendere l’ascolto più vario e leggero, sia perché è uscita naturalmente mentre arrangiavamo dai testi. L’album si muove indagando aspetti legati agli istinti e alla nostra parte animale e abbiamo quindi lavorato su un suono tribale e a tratti feroce. Allo stesso tempo c’è però spazio per ballate più sognanti, introspettive e un po’ marziane come Baciami Comunque e Scimmia Malcontenta nello Spazio Profondo (titolo lungo eh..!).

A proposito di facce ecco “Fiat 127”: quanto siamo assuefatti dalla banalità di tutte le cose?
Il punto voleva essere proprio questo. Viviamo in un paese dove ogni disgrazia diventa show televisivo, dove ogni dettaglio macabro diventa intrattenimento e i più atroci delitti vengono trasformati in serial a puntate seguiti dalla solita tifoseria. Il nostro racconto è innanzitutto di finzione, e lo è per un rifiuto totale della mercificazione del dolore. La storia si snoda seguendo i protagonisti della vicenda, mostrandoli in pochissime righe e cercando di accennare con una manciata di tratti i loro caratteri. Sono figure distanti, proprio come quelle che in televisione ci fanno credere così vicine, ogni loro parola per noi è un dubbio e non ci è chiaro fino in fondo da che parte stanno, se sono buoni o cattivi. Ripeto, è una narrazione di finzione ma abbiamo voluto provare a infondere quel rispetto che ci aspettiamo, e mai abbiamo trovato, nella narrazione del reale.

È un disco che sembra figlio del suono artigianale. E dunque a chiudere: che rapporto avete col futuro delle macchine intelligenti?
Il nostro primo disco è interamente artigianale ed è stato registrato in casa, mentre con questo lavoro abbiamo cercato di rendere più attuale il nostro sound affidandoci alla produzione di Andrea Maglia al Bleach Studio. L’album è comunque un lavoro completamente suonato e registrato in maniera tradizionale. Non siamo particolarmente attratti dall’intelligenza artificiale in ambito musicale anche se, come ogni nuova tecnologia introdotta (pensiamo ai sintetizzatori e alle drum machine, all’autotune ecc.) è uno strumento che può sicuramente essere utilizzato in maniera creativa. Il progresso tecnologico non è intrinsecamente né positivo né negativo, anche se spesso va a limitare l’espressione artistica rendendo il suono sempre più standardizzato e “perfetto”. Ci piace invece sentire nella musica le imprecisioni: le piccole stonature, gli sferragliamenti di chitarra e i suoni “sbagliati” che rendono il tutto più caldo e personale.

Written by Alessandro Riva

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