in ,

BAUSTELLE alla Casa della Musica di Napoli

3 dicembre 2010

Visto che si parla di giovinezza, non dovremmo dirlo, ma un sussidiario stagionato è meglio che un sussidiario novello. Infatti, il tour dei Baustelle – che ripropone dopo dieci anni i brani del loro primo album (intitolato, appunto, “Sussidiario illustrato della giovinezza”, recentemente ristampato) – rende giustizia al talento dei suoi autori; anzi, li fa persino apparire migliori di quello che non siano. A voler essere proprio precisi, il processo di maturazione non riguarda le canzoni, o meglio non le riguarda direttamente: ad essere invecchiati (ed invecchiati bene) sono i Baustelle stessi.

Dopo l’esplorazione cominciata con l’album “La malavita”, la sua più consapevole definizione con “Amen” e – come dire? – la pausa di assestamento de “I mistici dell’Occidente”, il gruppo ha ormai facoltà di riconoscersi ed essere immediatamente riconoscibile. Per dirla in termini più comprensibili e più sintetici (ma anche più antipatici), la notizia è questa: i Baustelle hanno ormai un loro sound. Dieci anni dopo, la band ha acquisito compattezza, esperienza, presenza, persino tecnica. La fortuna è a doppio senso: per noi che ascoltiamo, poter festeggiare la nitida evoluzione di un gruppo che ha imparato a padroneggiare al meglio il proprio talento compositivo, non accontentandosi dello stesso; per loro che suonano, poter rivendicare un tour con i fiocchi per un disco che non ebbe grandissimi riscontri in termini di vendita (il cinismo del critico ci spinge a ricordare però che la sua acerbità, peraltro legittima, giustificò quell’esito) .

Il concerto è astutamente congegnato: messo praticamente da parte il lato elettronico, l’accento è sull’aspetto rock. Ed è un rock bello asciutto, tosto, senza sbavature, a servizio di uno spettacolo ben organizzato, persino in senso drammaturgico. Le poche deviazioni dall’album suddetto, infatti, non deviano (quasi) mai dal suo tema (esempi: La guerra è finita, Charlie fa surf, Le rane, l’inedita traduzione italiana di un pezzo dei Divine Comedy). È insomma un concept-concert suonato sulla giovinezza, raccontato da più angolazioni: una proposta curiosa e non del tutto scontata, tanto per smentire chi – con una facilità sconcertante – definisce “rock adolescenziale” la loro musica.

Antonio Piccolo

Condividi l’articolo

Avatar

Biografia di Antonio Piccolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Vota l'articolo!

“MAGNAGRECIA” – IL PARTO DELLE NUVOLE PESANTI

“ABITARE IL SOGNO ” la biografia terapeutica di Pippo Pollina