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Rossana Casale: «C’è solo un modo per fare le cose»

«Farle bene», le ripeteva suo padre. La cantautrice ci crede ancora. Nella musica, soprattutto. Dopo l’esordio pop si è dedicata al jazz. Ora torna con un omaggio a una grande artista che la ispira da sempre

Rossana Casale
Rossana Casale

Si fatica a non abusare degli aggettivi elegante, sofisticata e raffinata, nel tentativo di descrivere la carriera quarantennale, e schizofrenica il giusto, di Rossana Casale. Un esordio nella musica leggera con qualche incursione a Sanremo e nella tv popolare, i  musical a teatro, quindi la sterzata verso il jazz, sfociata in una serie di omaggi discografici a grandi artisti del Novecento: Billie Holiday, Jacques Brel, Giorgio Gaber. E, ora, Joni Mitchell. Come lei donna, cantautrice, e capace della fascinazione dell’allusione.

Perché proprio Joni Mitchell?
«L’ho scoperta che ero ragazzina: mia sorella maggiore faceva delle feste un po’ hippie in salotto, chiudeva la porta e io ascoltavo quella musica, spiando dal buco della serratura. Poi è tornata quando ero al Conservatorio. Studiavo percussioni e frequentavo le lezioni di musica elettronica: firmavo, ma facevo due sorrisi al maestro e scappavo a quelle di canto lirico. Quando ho tentato l’ammissione al corso, ho portato proprio Woodstock».

 

C’è, quindi, una forma di nostalgia per quegli anni?
«Non solo. Insegno al Conservatorio e coi miei allievi ho messo in scena un omaggio live a Joni. Preparandolo, ha cominciato a “risalirmi su” la sua musica, non so come dirlo altrimenti. Loro la cantavano, ma in realtà volevo cantarla io. Avevo prenotato lo studio per registrare un disco di inediti: in un attimo ho cambiato idea ed è nato il disco. Ho sentito che dovevo farlo».

Come si affronta un mostro sacro?
«Joni è stata la mia prima guida; lo sforzo è stato quello di portare i suoi brani verso di me e la mia voce. Alla mia età non ti interessa più tanto il suono, quanto quello che dici quando canti. Prima ero musicista, ora interprete».

Che cosa le ha insegnato Joni?
«La musica, mi ha insegnato. L’introspezione. Il modo di scrivere i testi: lei racconta, ma ti costringe anche a uno sforzo. Non è mai diretta, è sempre tra le righe, come canto nell’inedito In and Out of Lines».

Quali altre guide ha avuto la sua carriera?
«Ovviamente Billie Holiday… e poi Chet Baker,  Carole King. Dopo, piano piano, ho cercato di andare oltre: Weather Report, Al Jarreau, Steely Dan…».

Non mi sta sorprendendo. Ma da ragazzina non ascoltava un po’ di sano pop italiano? Che so, un Don Backy…
«Lui l’ho amato molto. Mi piaceva Marisa Sannia. Mina l’abbiamo adorata tutti. Ma anche Cocciante, Battisti…».

Il 19esimo album di Rossana Casale è uscito il 4 novembre e contiene quattordici tracce, tutte cover della grande cantautrice canadese, reinterpretate in chiave jazz. In più, un inedito, In and Out of Lines. In copertina, una foto del padre della cantante, Giac Casale.

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Un consiglio: dove e come ascoltare Joni?
«È un disco suonato, non pensato. Deve fare compagnia. In macchina va benissimo; in casa, la domenica, mentre fai le tue cose. Papa Giovanni Paolo II diceva che l’arte deve accompagnare l’uomo nel lavoro».

Quanto c’è di Rossana in Joni?
«Un’amica collega mi ha detto che quando canto “piena” le note basse, si sentono tutta la mia vita e tutti i miei dolori. Ho raccontato me stessa, in fondo».

Quali sono stati i grandi dolori della sua vita?
«Ho perso il mio compagno 20 anni fa (Maurizio Fiorini, morto in un incidente stradale, ndr): mi sono ritrovata nel mezzo di una carriera, con un figlio di tre anni e con un dolore che non riesco nemmeno a spiegare. Ero terrorizzata dalla vita. La prima frase che mi è uscita dalla bocca è stata: “Come faccio?”».

E come ha fatto?
«Ho fatto. Con la forza di cui noi donne siamo capaci, con l’amore per mio figlio, condividendo con lui l’attraversamento di questo guado, su questa terra nera. Ce lo diciamo sempre: è stato difficile, ma siamo stati bravi».

Il dolore diminuisce col tempo?
«È sempre lo stesso. Io non mi sono rifatta una vita, e non ho manco nessuna intenzione di rifarmela adesso».

A un certo punto una mamma deve anche accettare l’idea che un figlio se ne vada per la sua strada.
«E infatti se n’è andato da mo. Sebastiano è grande, vive con la sua ragazza a Roma. Io sto a Viareggio. Siamo amici e ci vogliamo molto bene».

Insegna al Conservatorio, i giovani li frequenta. Riesce a essere ottimista pensando al loro futuro?
«Ieri io e mio figlio siamo andati a prendere la sua ragazza nella pizzeria dove lavora. La proprietaria ha detto: “Ah, questi giovani, sembrano camminare coi piedi così pesanti…!”. Mio figlio, che pesa un etto, ha i capelli lunghi, il pizzetto, gli occhialini da nerd, ha risposto: “Provi a capirci. Tutti i giorni ci chiediamo a che cosa serva quello che facciamo: lo studio, il lavoro, tutto. Non possiamo guardare oltre il nostro naso, quando pensiamo al futuro. Non sappiamo neanche se tra un mese saremo tutti morti o no”. Questi ragazzi vanno protetti. Dobbiamo rendere questo momento prezioso. Magari imparando a essere più intelligenti. E anche a vivere di poco».

 

Lei lo ha imparato?
«Se non avremo il riscaldamento, ci copriremo di più. Se dovrò tenere le luci spente, starò al buio. Posso rinunciare a un nuovo vestito. Non importa. I got my life, I got my hair on my head, I got my heart… (ride)».

E ha la sua musica.
«I got my soul, sì. Adesso sto bene: volevo fare un bell’album, perché potrebbe essere il mio ultimo lavoro. Non dico che lo sia, ma potrebbe esserlo».

Lo pensa davvero?
«Quanto devi andare avanti a cantare prima che la tua voce stanchi? Chissà se la gente pensa: “Eh, però non canta più come prima…”».

Molte sue colleghe ultraottantenni continuano con successo.
«Ma è necessario? Non lo so. Sa la verità?».

 

Qual è?
«La musica che faccio io, in questo momento, non esiste. Non la vogliono. Non mi piango addosso, ma è così».

Non la vogliono le case discografiche?
«Quella musicale è un’industria che in questo momento pone la sua attenzione su altre cose. I cantautori non interessano: ho realizzato da poco un disco, credo meraviglioso, con Grazia Di Michele e Mariella Nava. Abbiamo dovuto produrci da sole. Alle porte a cui abbiamo bussato ci rispondevano: “Non c’è nessuno qui!”».

Non le piace nulla della musica di oggi?
«Le cose vanno così velocemente che inizi a conoscere uno, e già ce n’è un altro che ha preso il suo posto. Io ho fame, ma di vero cibo non ne trovo: oggi è tutto così pop, alla Andy Warhol. Si cerca il successo a tutti i costi, tutto è costruito in studio pensando a quello: 3 persone fanno una base, 5 scrivono la melodia, altre 5 il testo. Dai, su!».

La fa arrabbiare?
«Mi spiace. Quello che è successo alle elezioni non è  affatto quello che avrei voluto accadesse, ma sono arrivata a sperare che tutto questo porti a qualcosa di buono. Mi voglio illudere: spero in una reazione, in una  rivoluzione anche culturale».

Mitchell ha detto: «Il music business fa schifo, spero che finisca giù nel cesso».
«Si è anche fatta venire un ictus, per questo. Mi creda, io sono molto serena. Ho fatto davvero tanto nella mia vita. Ma a 67 anni si va in pensione; io ho 4 anni ancora per decidere cosa fare. A oggi, non c’è niente che, guardandomi indietro, mi faccia dire: “Madonna, perché ho fatto quella roba lì?”».

Nemmeno Operazione Trionfo, il primo talent musicale italiano condotto da Miguel Bosé?
«Quella è stata una salvezza per me. Ero appena uscita dal lutto: mi vedevo in tv magra, bella, allegra, circondata da ragazzi che speravano per il loro futuro. Mi ha dato molta carica. Non ho fatto niente di cui vergognarmi. Anche X Factor è stata una bellissima esperienza. Mi hanno proposto l’Isola, Music farm… ecco, quelli non fanno per me».

Siamo nel 2022: 40 anni esatti da Didin, il suo debutto. Non ha celebrato molto.
«Non so cosa ci sia da festeggiare (ride). Ma sono fiera delle mie scelte impopolari. Anche se ho sempre pagato un prezzo molto alto».

 

Quale?
«Quello di percorrere una strada in salita. Però mi ripaga la stima che c’è nei miei confronti. Poi, magari, quando bussi a Sanremo ti dicono: “Guarda, ti stimo tantissimo eh, ma questo non è proprio l’anno giusto”».

Per l’industria musicale Rossana Casale è quella che…
«Quella che ha sempre fatto scelte difficili. Quella che vuole fare jazz. Quella che non ha mai voluto veramente avere successo».

Non ha voluto?
«Non mi viene, non mi riesce. Non c’è una sola cosa che sia adatta a me, e che possa anche piacere all’industria».

Joni Mitchell è anche, forse soprattutto, una pittrice. Lei ha altri talenti?
«No. Però sono una brava insegnante. Guido bene, lo  dicono anche i miei amici uomini. E cammino molto:  ho fatto 507 km del cammino di Santiago in 20 giorni».

Perché le piace camminare?
«Stacco dalla vita di tutti i giorni, anche dalla musica».

Il jazz, da anni, è il suo ambito musicale prediletto. Per alcuni è un genere snob. Non lo sarà anche lei, un po’?
«Lo sono molto. In tutto. Mi piace la semplicità, detesto gli orpelli. Sono esigente da questo punto di vista».

Anche con gli amici?
«Di recente ho imparato a buttare fuori la gente dalla mia vita. Amiche, poi, quest’anno ne ho fatte fuori un sacco. Per me l’amicizia è molto importante, ma se mi fai male, sapendo di farmelo, non ti do una seconda chance. Non alla mia età. Fa tutto parte della decisione che ho preso».

Quale?
«Voglio essere felice, fare solo le cose che mi fanno stare bene. Non importa il risultato. Mio padre me lo diceva sempre: c’è solo un modo per fare le cose».

Ovvero?
«Farle bene».

Biografia di Alessandro Calzetta

Alessandro Calzetta (Roma, 1971) è un appassionato di musica e canzone d’autore, direttore del web magazine Bravonline.it, grafico pubblicitario e webdesigner di professione. Fa parte della giuria del Club Tenco.
e.mail: info@alessandrocalzetta.it

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