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Accasaccio: la Signora Maria e quel sapore rionale

Leggerezza, segni di resistenza e di rivalsa, resta addosso quel sapore latino, rionale, di sabbia e di modi di fare popolari. Gli Accasaccio tornano con “Hey! Che cosa c’è?”, un brano dal ritmo che prende sin dal primo ascolto e che non sfoggia la presunzione di chissà quale rivoluzione di stile (come in fondo non è mai accaduto dentro le loro scritture)… intorno alla figura sorridente e simbolica della Signora Maria, i nostro ci regalano un immaginario popolare, ironico e vitale, fedele ad un certo colore “world” che li ha sempre contraddistinti. Le parole sono importanti e lo capisco da come le cesellano con semplicità e senza troppo distaccarsi, manco a dirlo, da modi quotidiani… popolari. È un suono che abbraccia tutti noi…

Che rapporto avete con le parole?
Con le parole abbiamo un rapporto carnale, quasi fisico. Per noi non sono mai solo suono o significato: sono materia viva, respirano, si sporcano, cambiano pelle a seconda di chi le ascolta. Scriviamo cercando sempre un equilibrio tra poesia e strada, tra immagine e pancia. Ci piace quando una parola è bella ma anche quando è storta, ruvida, dialettale… perché lì dentro c’è verità. Le parole, in fondo, sono il primo strumento che imbracciamo — ancora prima degli strumenti musicali.

“Siamo viaggi dentro l’infinito?” Vinicius de Moraes diceva che l’incontro è un’arte… e dunque noi siamo artisti… tutti…
Io credo molto in questa visione. Siamo viaggi, sì — ma soprattutto siamo incroci. Ogni incontro che facciamo ci modifica: una persona, una città, un amore, perfino una ferita. Tutto diventa materiale artistico, anche per chi non fa musica. La differenza è che noi proviamo a trasformare quegli incontri in suono, in racconto condiviso. Ma l’arte dell’incontro appartiene a chiunque sappia mettersi in ascolto. In questo senso sì: siamo tutti artisti, quando scegliamo di non restare chiusi.

Ma quanto la Signora Maria richiama allegoricamente la Regina d’Inghilterra? Era ironica o sono fuori strada?
Non sei completamente fuori strada, perché “La Signora Maria” nasce proprio per essere una figura aperta, simbolica. Non è la Regina d’Inghilterra in senso letterale, ma richiama quell’immaginario di potere distante, elegante, quasi irreale… messo però a confronto con una dimensione molto più popolare, quotidiana. C’è ironia, sì — ma non satira diretta. È più un gioco di specchi: l’autorità vista da chi sta sotto, la reverenza che diventa paradosso. A noi piace quando un personaggio può essere letto in più modi: regina, madre, Stato, coscienza… dipende da chi ascolta.

La calma dopo il caos… il vostro suono e la vostra scrittura cercano di resistere al caos digitale del mondo fuori?
Assolutamente sì. Viviamo immersi in un rumore costante: notifiche, velocità, opinioni sparate. La musica per noi diventa un rifugio ma anche un atto di resistenza. Quando scriviamo cerchiamo lentezza, profondità, odori, pelle… tutte cose che il digitale non può replicare davvero. Non è una fuga dal mondo, è più un tentativo di rimettere al centro l’umano. Se fuori corre tutto, noi proviamo a creare uno spazio dove fermarsi e respirare.

A proposito di caos digitale: l’elettronica e il futuro delle macchine per voi cosa rappresenta?
L’elettronica per noi è uno strumento, non un fine. Ci interessa quando amplifica l’emozione, non quando la sostituisce. Non abbiamo paura delle macchine, ma cerchiamo sempre di mantenerci dentro un cuore organico, suonato, imperfetto. Nel disco nuovo l’elettronica entra, ma entra in dialogo con violini, pelli, corde… non prende mai il comando totale. Il futuro? Credo sarà ibrido: sempre più tecnologico, ma con un bisogno crescente di umanità. E noi stiamo lì, in mezzo a quella tensione.

Il disco in arrivo?
Il disco che uscirà a fine aprile è un viaggio molto identitario. Dentro c’è tutto: radici, sperimentazione, ironia, ferite, amore, strada. È probabilmente il lavoro in cui abbiamo avuto meno paura di mostrarci per quello che siamo, senza filtri. Abbiamo lavorato tanto sul suono ma ancora di più sulla verità dei brani. Ogni pezzo ha una storia precisa, vissuta. Più che un disco è una fotografia emotiva di questo momento degli Accasaccio. E non vediamo l’ora di portarlo dal vivo, perché è lì che prende davvero vita.

Written by Alessandro Riva

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