Amennula, il nuovo progetto di Daniele Grasso ed Elisa Milazzo, debutta con “Tinnairi (loop di sale)”, un brano che trasforma l’esperienza della migrazione in un racconto musicale costruito tra folk delle radici, blues, inflessioni mediorientali e minimalismo elettronico. Il singolo anticipa l’album previsto per l’autunno su Dcave Records, ampiamente presentato ufficialmente allo scorso evento di Eufonica 2026… lo riconosco sempre il suono di Daniele Grasso che in qualche modo significa anche raggiungere radici popolari, di ritualità e modi rock assai “grezzi”… chissà quanta magia dentro quello che sarà il disco. Siamo al sud in fondo…

La parola qui è dialettale. Il dialetto… molti lo identificano come una prova di scarsa evoluzione. Io penso che sia il rispetto delle radici… proprio da qui che può aversi evoluzione. A voi la palla…
Perdona il moto d’orgoglio, qui la parola è il Siciliano che non deriva dall’italiano, ma al pari di esso si è evoluto direttamente dal latino volgare e in più ha una letteratura storica illustre (basta pensare alla Scuola Siciliana del XIII secolo alla quale fa riferimento lo stesso “padre” Dante). Infine, l’UNESCO riconosce ufficialmente il siciliano come lingua madre… e si, dalle radici sta partendo un’evoluzione in molte parti del mondo.
Ho notato che in Sicilia il dialetto è molto radicato. Quasi a tutti gli strati della società. Secondo voi perché? Che motivo ha una simile “resistenza”?
Semplice, per la bellezza della lingua, per la sua potenza espressiva, per il carico emozionale che riesce a trasmettere, per la duttilità e il suono… per l’identità che conferisce.
Mentre il suono cerca di mescolare il piglio popolare alle contaminazioni americane, blues… vero?
Il Blues, concedici la B maiuscola… per anni abbiamo pensato e molti lo pensano ancor oggi, che il blues sia un’esclusiva afroamericana, ma la radice del blues, cosa provata ormai storicamente, esisteva già e viene dal Mali. Il blues è musica popolare, la nostra musica etnica lo è. Noi cerchiamo di mettere insieme tutte le nostre radici e i pezzi della loro evoluzione.
Da questo titolo che sembra una provocazione: perché andarsene? O anche: perché ritornare?
In realtà noi qui parliamo di essere costretti ad andarsene, o meglio di chi ti dice che per riuscire a fare ciò che vuoi devi andartene dalla tua terra. Per noi non è così. Se andare è una scelta volontaria di crescita, esperienze etc., beh allora è meraviglioso. Entrambi qui abbiamo vissuto fuori o abbiamo parte della famiglia fuori. La cosa è stata esperienza preziosa e arricchimento ma poi siamo tornati perché crediamo nella nostra radice e nelle sue possibilità.
Un brano che vuol inseguire anche una condizione esistenziale più generica?
Non la insegue, la racconta. Questa condizione non racconta di noi o non solo ma di generazioni passate, presenti e ahinoi future che sembrano trovarsi ad un certo momento della loro vita davanti a questo bivio.
Voi siete rimasti però… vero?
Direi che siamo tornati. Gli umani sono nomadi da… sempre, noi musicisti lo siamo di più, per curiosità, necessità, ma non vogliamo che nessuno sia mai costretto ad andare via dal posto che ama.

