Gerardo Pozzi
Gerardo Pozzi
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Gerardo Pozzi – Ricordati di te, un invito a chi si sente o si è sentito emarginato, non visto, non voluto, non desiderato.

L’intervista di Fabio Antonelli

Il 17 marzo ha visto la luce “Ricordati di te” (2024, autoproduzione) il quarto disco in tredici anni dal suo esordio con “Sconosciuti e imperfetti” (2011, autoproduzione) di Gerardo Pozzi, cantautore bergamasco da sempre molto schivo nel far conoscere le proprie creazioni musicali, spesso gelosamente custodite nel cassetto. Ne consegue che, quando finalmente si decide a pubblicare qualcosa, è perché davvero vale la pena mettersi tranquilli a sedere e ascoltare con attenzione le sue canzoni.


Partirei come mia consuetudine dalla copertina del tuo nuovo disco “Ricordati di te”. Non si tratta di una fotografia ma di un disegno, una semplice spirale su un fondo verde, verde come la speranza. La spirale è un antico simbolo universale di amore e crescita e, per chi ti conosce, credo non sia così tanto enigmatico ma la naturale rappresentazione del tuo modo di intendere l’esistenza, purché non si perda mai di vista se stessi, proprio come suggerisce il titolo, quasi un avviso per non perdersi. È così o è solo una mia farneticazione?

Come sempre mi vedi e mi percepisci in profondità. La spirale, simbolo di amore e di crescita come dici giustamente tu, è anche simbolo dell’infinito, della vita che era prima, è ora e sarà avanti, anche “oltre” secondo me. E in tutto questo mistero ci siamo noi, magnificamente imperfetti, a fare parte di questa cosa incredibile. Le canzoni le ho scritte durante il lock-down, e mi sono accorto solo dopo che molte parlavano d’amore, di vita e di morte, quasi che il mio corpo (o una parte di me) sapesse a cosa sarei andato incontro quasi tre anni dopo, affrontando il tumore. Non so mai cosa io voglia dire, con una canzone, perché raramente nasce da un ragionamento. Il più delle volte (se togli Sergej, che vuole esprimere un concetto e una riflessione precisa) è qualcosa di pancia, che esce da qualche parte di profondo che ciascuno di noi ha. Per questo mi capita di dare una locazione solo tempo dopo ad alcune cose che mi escono. Però sia il simbolo che il verde (speranza, sì, assolutamente!) è in strettissima unione con il non dimenticarci di noi stessi. Sento più forte che mai, in questi tempi, il distacco delle persone da loro stesse, la mancanza di auto-consapevolezza: questo può sfociare nel narcisismo più dissoluto ma anche nel suo contrario, nel dimenticarci della nostra dignità e lasciarci calpestare da persone o situazioni che invece non avrebbero, altrimenti, alcun potere. È un invito soprattutto a chi si sente o si è sentito emarginato, non visto, non voluto, non desiderato: ricordati di te, ricordati che esisti, che davvero sei importante per tante persone, anche per lo sconosciuto che saluti al supermercato. Senza il tuo saluto, magari la giornata di quello sconosciuto sarebbe stata peggiore. In questo, sono certo, siamo tutti legati.


Il disco si apre con Addapassà, un brano molto intimo, perché affronta il momento in cui ci si abbandona totalmente al sonno ristoratore, in cui la ragione perde il controllo diretto delle nostre emozioni, dove affiorano immagini a volte incomprensibili “Spiragli dalle finestre / facevano presagire / tre visite indiscrete / di demoni invidiosi senza ragione”, forse frutto delle nostre paure. Personalmente, forse per la mia particolare situazione di salute, sogno spesso di essere in ospedale per un improvviso peggioramento, ma credo tu abbia ragione quando concludi con i versi “Scendo dal letto ogni giorno / la gioia cercala dentro e guardala fuori”. Come diceva il grande Eduardo “adda passà a nuttata”, da cui credo tu abbia tratto ispirazione per il titolo. Si può dire che questo brano rappresenti il punto di partenza di questo percorso di rinascita?

Parlare con te, Fabio, è un piacere enorme perché davvero mi sento, come ti dicevo, molto compreso. Sì, il titolo è preso dall’espressione “Adda passà ‘a nuttata”, per dire che se teniamo duro, se ci colleghiamo con la nostra tenacia, poi il nostro resistere ci ripaga di luce e stupore. Questa canzone è l’unica che è stata scritta non durante il periodo covid, ma moltissimi anni prima. Ero davvero molto giovane quando l’ho scritta, e neanche me la ricordavo, assolutamente. I miei “provini” all’epoca li registravo su un registratorino portatile che mi avevano regalato, con delle audiocassette, che oggi difficilmente si riescono ad ascoltare. Recentemente, strimpellando al pianoforte, chissà quale giro ha fatto la mia mente, la mia memoria, ma mi è ricomparsa in un lampo questa canzone, persino parte del testo (le prime due strofe). La musica mi è uscita dalle dita esattamente com’era quando l’avevo composta da ragazzo. Pensa tu, i giochi della memoria. È stato invece un bene che non ricordassi le parole delle due strofe successive, così ho potuto finire la canzone con quel che avevo davanti agli occhi e nel cuore: un piccolo dipinto di origine orientale, dove un Buddha colorato di verde medita, tenendosi il polso con una mano (certamente deve avere un significato, come tipico di ogni arte pittorica) e il cranio di plastica su cui ho studiato anatomia, con colori diversi per ogni osso che compone il cranio. Da qui sono ritornato alla sensazione di fatica del prendere sonno, a quel mistero che è la notte ed è il sogno, e poi la considerazione che comunque ogni giorno ci alziamo ed affrontiamo i nostri demoni. E che la gioia sì, certo, va cercata dentro di noi, ma un grandissimo aiuto (fondamentale direi) ci arriva anche e soprattutto dagli altri, dai rapporti umani, così come da un fiore o dallo scodinzolare affettuoso di un cane.


Affrontiamo dunque Sergej, la canzone apparentemente più leggera e scherzosa dell’intero disco, almeno nella costruzione musicale ma che, in realtà è tra le più profonde, proprio come quel mare che inghiotte tutto, cui accenni nel verso finale, quella domanda che non può lasciarci indifferenti “Ma chi che ha figlio in fondo al mare?”. Sergej rappresenta ogni straniero denigrato e sfruttato nello stesso tempo e mette in luce tutta la nostra ipocrisia nell’affrontare il problema immigrazione. Io la trovo meravigliosa nella sua semplicità, nel metterci dinanzi le nostre meschinità. Com’è nata?

Sergej è nata per caso, ed è l’unica delle mie canzoni che ha avuto un parto molto lungo. Diversi anni fa, una cara amica aveva in affido un ragazzino della Bielorussia, che passava tutte le estati da lei. Era un bimbo vivace, e una volta, parlandomi di lui, nell’intercalare disse: “E’ Sergej…” e aggiunse qualcosa che lo riguardava. Il modo in cui ha pronunciato “è Sergej” è stato come un fulmine: ho pensato subito “posso giocare col nome Sergej e col suono equivocante che può dare il pronunciarlo, scrivendo una canzone che parli di tutte le situazioni di discriminazione e di emarginazione “. Essendo però una cosa pensata e non di pancia, l’ho lasciata decantare per anni. A volte provavo qualcosa al piano ma non mi veniva nulla. Non volevo forzare la cosa ed ho aspettato che venisse lei. Giochicchiando col pianoforte, un giorno mi è venuto da iniziare con un omaggio alla canzone Johnny Bassotto cantata da Bruno Lauzi, e da lì ho proseguito citando tutti i luoghi comuni tipici che si usano contro le persone discriminate, chiunque esse siano. E in due minuti è nato questo pezzo. Mi piacerebbe fosse un faro per tutti quelli che si sono sentiti messi da parte, non visti, denigrati. Una delle più belle canzoni a riguardo credo resti Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano. Avevo paura che Sergej venisse mal interpretata, ma finora invece è stata molto compresa, e sono davvero contento di questo. Molto aiuta il non essere conosciuti, perché allo stato attuale, se un artista famoso cantasse canzoni del genere rischierebbe il linciaggio da “entrambi i lati” dell’estremismo. Oggi sembra che il non perdono ed il giudizio totalitario a prescindere siano le uniche forme di espressione, e questo mi rende davvero molto triste.


Con Anna Göldi, invece, affronti alla tua maniera un tema attualissimo come quello dei femminicidi partendo da un fatto storico risalente al 13 giugno 1782, giorno in cui Anna Göldi, ultima donna in Europa ad essere accusata di stregoneria, fu ghigliottinata a Glarona in Svizzera. La canzone si apre con questi versi “Sono passati quasi 226 anni dalla tua testa mozzata. / Dicono che gli Svizzeri sono precisi come gli orologi: mi sembra una cazzata” e si chiude con questa amarissima constatazione “Mi spiace dirtelo, e tanto più con una canzone pensata sul divano. / Ma la tua morte, le torture ignobili, la testa ruzzolata… / È stato tutto vano. È stato tutto invano”. Cosa ci sta in mezzo, che è forse ancora peggio visto che siamo nel 2024? Lo lascio dire a te e alla tua sensibilità.

In mezzo c’è ancora tanto, tantissimo. Da qualche anno giro con uno spettacolo, fortemente voluto dalla mia amica Erica Boschiero (bravissima cantautrice) e costruito insieme al Coro Auser di Treviso (dell’Università della Terza Età) composto da sole donne. Lo spettacolo racconta la storia della posizione e del ruolo della donna, circa da inizio XX secolo sino ad oggi. La cosa pazzesca è che questo spettacolo si basa su documenti e fatti realmente accaduti, e quelli che narrano gli anni ’60 sono stati vissuti direttamente da molte delle coriste. Non so dare una spiegazione e non ho alcuna risposta, in merito alla questione della violenza contro le donne, solo una profondissima e inquieta amarezza. Se però ci si concentra anche sulle religioni, che mostrano la storia della cultura di un popolo e/o di una zona del mondo, non ce n’è una che non abbia un’impronta patriarcale (come si usa dire oggi). Forse invidia? Timore? Perché questa necessità “maschile” di sottomettere la donna? Attenzione però: di una certa parte maschile, voglio specificarlo, di qualcuno che ha avuto ed ha potere decisionale. Non è un costrutto di ogni uomo. Le generalizzazioni mi fanno sempre paura. La violenza è umana, non ha genere né confini geografici. Ma quella contro le donne è palese, da sempre. La storia di Anna Göldi ci insegna che dietro un assassinio di questo tipo c’è sempre qualcuno di potente che deve nascondere qualcosa. Nel caso di Anna, il suo ultimo “datore di lavoro”, che nonostante sposato e con figlie (di cui proprio Anna si occupava) si era invaghito di lei e non voleva che questa cosa trapelasse, durante il falso processo insistette sino ad ottenere un documento in cui lui specificava (a che pro?) che mai e poi mai aveva avuto una relazione con Anna. E la cosa che più mi ha sorpreso, della vita e della morte di Anna Göldi, è la sua riabilitazione sommessa solo dopo ben 226 anni dal suo omicidio. Oggi sembra che i femminicidi siano in aumento, ma è soltanto perché c’è finalmente in atto una sorta di ribellione (dico finalmente, ma purtroppo le conseguenze sono quelle che sappiamo). Ai tempi delle mie nonne, i mariti picchiavano le mogli, le mettevano incinta con dieci, undici figli, stavano sempre fuori casa, andavano con altre donne, rientravano ubriachi e venivano serviti e riveriti dalle loro mogli-schiave. Nessuna si ribellava, e ai mariti non “conveniva” ucciderle. È una terribile espressione, lo so, ma è così. Oggi, se l’oggetto di “tua proprietà” (perché è questo che si crede) si ribella, se il giocattolo non vuole più funzionare con te, lo rompi o lo butti. Non so da dove arrivi tutto questo, ma è un fatto che esiste. Ribadisco: la violenza c’è in tutti. Io stesso ho subìto uno stalking violento molti anni fa, da parte di una donna squilibrata. Ma questi sono casi singoli, psichiatrie personali. La liceità di avere la proprietà su un altro essere umano, e nel caso specifico sulla donna che accompagna la nostra vita, è invece inammissibile, per me. Spero che la società, la politica, la sociologia e la psicologia possano migliorare le cose, in un futuro che però non sia troppo tardivo.


La successiva Caso mai trovo sia meravigliosa, sin dal suo incipit. Sembra svilupparsi su tre piani, il passato con i ricordi “Il senatùr voleva fare il cantante”, il presente con tristi visioni come “Il senatùr si è dato ormai alla macchia, con il suo tripode allontana le zanzare / Mi sembra un vecchio raccoglitore di cotone / Con la chitarra che suona all’imbrunire / La sedia a dondolo che dondola per tutti / Come bilancia, soppesa le stature” ed uno sguardo allucinato verso il futuro “Se un giorno tutto sarà poi mai finito / ci troveremo tutti quanti nelle piazze / come fratelli a sventolar bandiere. / I più spavaldi ne avranno a due colori: / un lato rosse e l’altro lato nere”. Anche nel caso di una eventuale rinascita non mancheranno mai i furbi… In che momento è stata scritta e cosa vorresti aggiungere per una migliore interpretazione?

Casomai è un esempio di come (mal)funziona la mia mente… Sono tutte impressioni, sensazioni, immagini che sono confluite in un’unica canzone, che comunque è politica, di base. Era il tempo del covid, e dall’iniziale situazione del “siete i nostri eroi!” riferito al personale medico e paramedico, si stava iniziando a passare al “ci volete ammazzare tutti!”. Non era ancora ben chiaro il passaggio, ma lo era per me. A volte capita che, se osservi attentamente la società ed i tempi, il futuro ti si presenti molto chiaro, e così purtroppo è andata. Come nel finale della canzone, prevedevo che la nostra memoria corta (di cui Ennio Flaiano ben ci istruiva) ci avrebbe fatto scordare tutte le bassezze toccate in quel periodo, da qualsiasi lato estremistico fossero arrivate. Leggo ora questa canzone (come ti dicevo, scrivendo di pancia e di getto, certe cose mi si chiariscono solo tempo dopo) come una associazione di idee sui paradossi di noi esseri umani. La mia testa è partita col ricordo di quando il fondatore della Lega voleva fare il cantante, ma essendo stato scartato ha virato verso la politica, che a sua volta gli ha voltato le spalle non appena ammalato. Cosa c’è dietro tutto questo bisogno di arrivare, a prescindere da cosa siamo nella realtà, tanto che se non divento famoso in una cosa voglio diventarlo in qualsiasi altra? Che mancanze ci sono, in situazioni come queste? E come si fa a vivere in una realtà come quella della politica di chi ci governa, fatta di così tanta ipocrisia e distacco emozionale e relazionale? Poi i miei pensieri sono andati a chi aveva il terrore del covid, poi verso coloro che denigravano chi ne aveva paura, poi ho pensato al lato positivo del blocco di ogni lavoro: erano diminuiti/scomparsi anche certi delitti, certi regolamenti di conti, visto che i bar erano chiusi e nessun motociclista col casco e col mitra poteva ammazzare nessuno. Poi ho appunto immaginato che alla fine avremmo (come forse è giusto?) dimenticato tutto quanto, saremmo ancora scesi nelle piazze “amandoci” tutti quanti, e tra i tanti, molti avrebbero nascosto -come spesso- i due lati della politica, per poter salire in ogni caso sul carro del vincitore. È un po’ una fotografia di certe caratteristiche di noi italiani. In fondo, critico o provoco solo se non comprendo gli atteggiamenti di chi amo. E le persone, nonostante ne abbia una paura infame, sono la cosa più preziosa nella mia vita. Con l’espressione “…politica di chi ci governa” intendo tutta la politica, non un partito o una posizione. Ho l’impressione (senza rischiare di diventare generalista) che molti di quelli che aspirano ad arrivare così in alto abbiano questo come obiettivo, non il bene degli italiani. Lo stesso vale per ogni ambito dove esista una gerarchia e si debba “scalare” per arrivare alla vetta. Questo scalare comporta quasi sempre lo schiacciare, l’eliminare chi ti era vicino sino a poco prima. Che personalità devi avere, per farti piacere un mondo così?


Passiamo a Sciabola. Musicalmente ha un andamento continuamente mutevole, come mutevole è il paesaggio per chi è abituato a muoversi in bicicletta, magari non con il passamontagna come il protagonista, ma “Di solito è così, col passamontagna, che la sera / vanno in giro i pazzi”. Il testo narra di un incontro tra il “pazzo” in bicicletta e una donna che deve averlo sentito arrivare e per questo è uscita in strada, c’è un saluto quasi urlato da parte di lui e il “terrore” sul volto di lei. Il protagonista prosegue imperterrito “oltre il fosso / a bestemmiarmi addosso”. Sembra di essere dentro un thriller. Quanto ti senti incompreso, considerato un pazzo e, perché hai intitolato questa canzone Sciabola?

Mi sono sentito molto incompreso, in passato, a causa della storia che ho avuto e dell’ambiente in cui sono cresciuto. Oggi meno, oggi cerco di volermi un poco di bene (me lo devo imporre però) e allora mi sento anche un po’ meno incompreso. Artisticamente mi piacerebbe che questo fragile mondo che ho dentro arrivasse un po’ di più, ma capisco che sia difficile, anche perché il mio modo di esprimermi non è che sia proprio orecchiabile o estetico… Rispetto alla canzone, è nata da un fatto grottesco che ho vissuto in prima persona, del quale sono fautore in tutto e per tutto. Devi sapere che nelle zone dove abito io, il saluto è più raro della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A me hanno insegnato a salutare chiunque incontri, ancor più se sconosciuti, è un bel modo per augurare salute (salutare è proprio questo, etimologicamente parlando), ma nelle mie zone se saluti qualcuno che non ti conosce, quello o ti guarda con superiorità, o con preoccupazione, del tipo “Cosa vorrà questo, da me? Di certo vuole rubarmi qualcosa!”. Quella sera in cui sono uscito in bici, conciato come non so cosa, e per il freddo avevo anche un passamontagna, ho incontrato l’unica persona che avrebbe anche risposto al mio saluto, ma immaginati questa signora anziana che esce di casa, si trova davanti uno in bici tutto imbacuccato, col passamontagna e in più (ti giuro!) che sta parlando da solo a voce alta. In realtà stavo ripetendo “Andare camminare lavorare” di Piero Ciampi, ma senza cantarla (per la signora sarebbe stato molto meno pauroso, credo); stavo ripetendo il testo a voce, ad alta voce per giunta, per darmi un ritmo nella pedalata, fa un po’ tu… La signora si è ritrovata davanti uno come me, ed io (che ero in imbarazzo per stare parlando da solo ad alta voce col testo di Ciampi) l’ho salutata con ancora più enfasi, per mascherare il mio imbarazzo. La signora ha pure risposto al mio saluto (cosa, come ti dicevo, rara, qui) ma lo ha fatto con un volto terrorizzato, è come se avesse risposto “buonasera” con la voce, ma gli occhi chiedevano “pietà! non mi ammazzi!”… Poverina, l’unica persona gentile l’ho spaventata a morte. Non poteva che nascere una canzone, e così al mio rientro a casa è nata Sciabola, il cui titolo ricorda il momento veloce con cui è successo tutto. Per esteso, i momenti di invisibile incomprensione che abbiamo così spesso tra noi esseri umani…


Personalmente la successiva canzone Dov’è finito l’amore del mondo è di una bellezza lacerante, non c’è volta in cui io l’ascolti e riesca a non piangere, la triste melodia che affonda i colpi nel cuore si fonde con dei versi che da una parte sottolineano un incredibile desiderio di amore “Sono venuto a cercarti anche in chiesa, amore mio / Sono venuto anche in chiesa ma non mi ha aperto nessuno”, dall’altra descrivono momenti di apparente assenza totale dell’amore “C’eran camini che fumavano di carne mai vissuta / e quest’aria assassina e muta noi la respiriamo ancora”. Immagini tragiche che però non ci hanno insegnato nulla. Direi quasi rassegnati i versi finali “Se ti sei nascosto, Amore Mio, lo sai che ti ho capito?”. Non voglio aggiungere altro, per me è poesia allo stato puro…

Ti ringrazio tanto, Fabio. Grazie per quel che mi scrivi e per come lo scrivi. C’è qualcosa che anima questo mondo, queste nostre vite. Che lo si chiami Dio, Energia o in qualunque altro modo. Io credo semplicemente sia l’Amore. E noi, nonostante tutte le discrepanze, i paradossi, le oscenità di cui siamo capaci, e forse anche per tutte queste cose, ci siamo dentro, in questa sorta di amore infinito che muove l’universo. Ne facciamo parte, ne siamo parte. È anche in noi. Se l’abbiamo perduto, è in noi che lo possiamo ritrovare. In noi e nei rapporti con gli altri esseri umani, con la natura, con gli animali e tutto ciò che fa parte di questo mistero. Una delle cose più belle che ho letto è che “Uno è Tutto e Tutto è Uno”. Potessimo ricordarcelo più spesso…


Se l’Amore a volte sembra davvero difficile da riscontrare, il male no, quello lo si incrocia quasi quotidianamente, anche se a volte si maschera molto bene. Battiato cantava che “Il diavolo è mancino, e subdolo. E suona il violino”. Tu, in Fangù, pur dicendo di voler credere al bene lo vedi nella gente che “si fa furba e sorridente / mentre con la terza mano lei ti sfila piano piano / tutto il cuore che ti invidia…”. Per fortuna, però, la maturità ti ha portato a concludere la canzone così “Ora posso anche scordarti. / Io non voglio più vederti… E adesso posso!”. Posso non coincide con riesco, quante volte capita di farsi fregare comunque dal male. In fondo, sin dal titolo, la canzone sembra essere più un’esortazione… È così?

Sì, è così. Ci si trova sommersi tra lo stupore di fin dove possano arrivare certe azioni della gente, ed il cercare a tutti i costi di voler comprenderne gli eventuali significati reconditi, che però spesso, semplicemente, non ci sono. Qualcuno definiva l’invidia una evidente manifestazione di inferiorità. Paolo Villaggio sosteneva che l’invidia era un sentimento umano, e per tanto appartenente a tutti, e su questo è impossibile non essere d’accordo. Ma ci sono invidie e invidie. Un conto è voler avere quella bella caratteristica di qualcuno che ammiri, un conto è volere che questa persona fallisca per poter gioire del suo dolore. Purtroppo, ci sono persone così irrisolte che si sentono vive solo quando vedono gli altri a terra. A mio avviso è sempre una questione di disturbi della personalità, ma ad ogni modo si manifestano con questa umana ferocia. A un certo punto però, l’attaccamento a quella persona o situazione o dolore può (e deve) anche andarsene. Dove, lo dice tra le righe il titolo della canzone…


Pienamente d’accordo. Eccoci arrivati ad Actarus, dolcissima canzone sospesa tra la nostalgia di un passato irrecuperabile “Actarus nel cielo si spiaccica sul muro / Nella stanza dei miei sogni non vola più nessuno / Ci sono solo fari e sirene sempre accese / che puntano negli occhi illusioni mai sospese” e il desiderio mai sopito di ricevere amore “Le cime delle cime han profili profanati / sono cinquant’anni e imploro ancora amore”. Ë proprio vero che il passare degli anni non affievolisce mai il desiderio di amore e, chi è più sensibile di altri credo ne soffra maggiormente la mancanza, vero?

Vero. La fame e la sete di amore, di affetti, credo che non finisca mai. Se poi non ti sono arrivati quando ne avevi bisogno (quando eravamo bimbi, fragili e senza protezioni), allora questa fame e sete atavica ti accompagnerà finché vivi. E difficilmente qualcosa potrà colmarla. È un fatto che rasenta l’incomprensibile, ma fatto rimane. Una solitudine interiore difficilmente spiegabile. L’essere umano è una dicotomia tra il bisogno d’amore e la sua stessa paura. Di amare e di essere amato. E magari la vita vola alla velocità di uno starnuto e ti accorgi a cinquant’anni che questo bisogno è ancora vivo. Però se ti guardi intorno, non dico in te stesso (non tutti riescono) ma anche solo intorno, e ti permetti di accettarlo, di amore ce n’è davvero tanto. Nei gesti piccoli, in un sorriso, un saluto, una frase che diamo per scontata ma scontata non è: l’amore c’è. L’amore vive.


Siamo in dirittura d’arrivo, perché La vita va, intercalata dalla brevissima Ricordati di te (quasi un appunto, ma di vitale importanza), prima di una dolcissima ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, rappresenta direi la chiusura del cerchio. La vedo quasi come una cantilena consolatoria, un antidoto da cantare nei momenti di debolezza in cui si rischia di ricadere nei soliti errori. “La vita va, è una candela / ci soffia sopra un vento di infelicità / La vita va, traballa sempre / ma lei è testarda, forse non si spegnerà” recita il ritornello, intercalato dalla constatazione di un male interiore che ti trascini da sempre, con la consapevolezza però, di voler finalmente cambiare e il disco, con la ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, che rappresentano ovviamente il futuro, non poteva desiderare miglior finale, non credi?

È esattamente così. La vita corre veloce, fragile e zoppicante, ci porteremo per sempre dentro di noi le conseguenze di mancanze, di presenze, di ferite a freddo, senza anestetico. Eppure, così come siamo, esattamente così come siamo, possiamo chiudere con una certa parte della nostra storia (che non vuole dire che non abbia più effetti su di noi, ma che possiamo conviverci pienamente e con senso) e ricominciare. Nasciamo e rinasciamo in continuazione. E ogni volta è una speranza in più. E i bimbi, e tutti quelli che verranno dopo di noi, continueranno molto più e molto meglio di noi. Ho letto dell’esistenza di una tribù dove, quando uno compie un errore, viene messo al centro di un cerchio di persone, e a turno queste persone gli dicono tutte le bellezze che ha, tutte le ricchezze, i pregi, le caratteristiche positive e uniche. Che bellezza poterlo fare anche noi. Con gli altri ma anche e soprattutto con noi stessi (in questo caso gli altri sarebbero una conseguenza naturale). Perciò sì, guardiamo con amore a questi meravigliosi bimbi che sono il futuro e il presente. E ricordiamoci di noi!


Videoclip di Sergej: https://youtu.be/X2luZe5VMpg?si=vFx8SwZItVE15-79

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Biografia di Fabio Antonelli

Il suo mondo è la musica, l'altra musica, quella che non gira in radio. Dal 2005 scrive occasionalmente recensioni ed articoli per La Brigata Lolli, Il Tonnuto, Estatica, L'sola che non c'era, Bravonline. Dal 2010 entra a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco

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