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Marco Ongaro – Solitari per caso o per vocazione?

Intervista di Fabio Antonelli a Marco Ongaro

Marco Ongaro
Marco Ongaro

A tre anni di distanza da “Il fantasma baciatore”, il cantautore, scrittore e poeta veronese Marco Ongaro ha dato alle stampe, preceduto dal videoclip “Solitari” e dal singolo “A ritroso”, un nuovo album intitolato proprio “Solitari” (Vrec/Andromedarelix), fortemente voluto e supportato dal produttore Gandalf Boschini e suonato dalla band prog-rock dei Logos e altri musicisti di valore. Ne è uscito un disco di grande impatto sonoro, accolto dalla critica con entusiasmo e, credo, destinato a diventare un classico, soprattutto per le tematiche affrontate e per come sono state affrontate. Ma chi meglio dell’autore può permetterci di addentrarci nel suo mondo poetico?

COPERTINA - Solitari - Marco Ongaro
COPERTINA “Solitari” – Marco Ongaro

Come sempre vorrei partire dalla copertina del tuo nuovo lavoro discografico Solitari, perché così come per un prezioso profumo il packaging costituisce il biglietto da visita dell’essenza stessa, così la copertina di un disco ben riuscita dovrebbe attrarre e al contempo suggerire il contenuto dell’intero album. Tratta dalle riprese del videoclip del brano omonimo che ne ha anticipato l’uscita, la fotografia dai colori desaturati molto vintage ti ritrae davanti a una Jaguar degli anni ’80 con sullo sfondo l’amica Jesusleny Gomes, ormai non nuova alle collaborazioni video, con il figlio, entrambi di fianco a una datata Volvo 242. Copertina e titolo suggeriscono l’idea di un disco dalle sonorità vintage e un duplice significato, preziosità dei diamanti solitari ma anche solitari che infinite possibilità della vita possono far incontrare… Non ho capito nulla?

 

Direi che l’interpretazione è azzeccata. Entrambi i significati scaturiscono dall’immagine scattata durante la lavorazione del video con l’intenzione di coordinare il tutto ben chiara dal principio nella mente del produttore Gandalf Boschini. C’è sempre un margine di casualità e spirito dell’occasione a intervenire nel risultato finale, giacché l’amica Jesusleny Gomes ha fornito il contatto con l’ACI di Venezia per l’utilizzo delle auto in questione, contribuendo di fatto all’atmosfera generale desiderata dal regista Luca Sammartin, che è pure l’arrangiatore del disco. Un team ben affiatato tra programmazione e spontanea creatività. Non giurerei poi tanto sul vintage in merito alle sonorità dell’album, talvolta immerse in un clima anni 70 grazie all’apporto della prog-rock band dei Logos, certo, o con vaghi sprazzi anni 80, ma in generale ben in linea con timbri e groove delle produzioni di questo primo ventennio Duemila. Di vintage ci sono in verità soprattutto io, che scollino qui dal Novecento nell’imperterrita insistenza di restare vivo oltre la durata assegnata alla stagione dei cantautori, con l’impudenza di scrivere e proporre ancora brani inediti, senza mai riciclare un’esperienza dal vivo. Solitario anch’io, non fosse per la nuova linfa di giovani come Gandalf e Luca e gli altri, giovani o altrettanto ostinati, che si sono uniti nell’impresa. Tutti solitari in fondo, nella realizzazione di un disco in epoca pandemica, con registrazioni separate – alcuni partecipanti come Adam Clarke alla cornamusa, Giacomo Cazzaro al sax e Barbara Lorenzato ai cori mai li vidi né probabilmente li incontrerò – tra autocertificazioni e studi d’incisione sanificati e risanificati in giro per il Veneto, ma solitari che si riconoscono nella loro preziosa rarità. Guardando la copertina, più che un’impressione vintage in merito al tempo scorgo una idea di spazio circospetto, di separazione virtuosa nella coscienza di un’autonomia conquistata a fatica. Il tutto shakerato ma non mescolato a un mood nostalgico sul modo di vivere più che su quello di suonare. Torneremo a incontrarci o resteremo online? E l’incontro sarà fortuito o scelto su una piattaforma professional-sentimentale? Il tappeto verde su cui stiamo con le auto d’epoca in copertina è reale o virtuale? Jesus e suo figlio sono creature del Metaverso o persone in carne e ossa? In tal senso, il terzo video girato con lei, in cui non accadono cose massimaliste come nei precedenti, esalta il miracolo di essere semplicemente vivi e ritrovarsi su una strada di asfalto vero, per caso, bere vino di un rosso concreto e preferire alla meraviglia di un innamoramento programmato una più appagante comune conoscenza con lo scambio finale di un libro. La rarità cantata nel brano che dà il titolo all’album è paradossalmente l’assenza di eroismo virtuale, la speranza di tornare a una normalità troppo a lungo stravolta dalla ricerca di effetti speciali. Ma questo mi viene da rispondere oggi, sono pronto a offrirne domani una nuova interpretazione.

 

In attesa allora di una nuova altrettanto vera interpretazione, vorrei dare uno sguardo d’insieme al disco che si apre, oserei dire magnificamente per sonorità e atmosfera, con A ritroso per concludersi ancora con una ripresa in acustico, con lunga coda strumentale, dello stesso brano (così come probabilmente è stato concepito) in una sorta di viaggio, appunto, a ritroso. Il tuo recente saggio su Serge Gainsbourg mi ha insegnato che un poeta può nasconderne un altro e devo dirti che questa circolarità del disco mi ha riportato alla mente, in un gioco di rimandi, un film proprio di quegli anni di Theo Angelopoulos. Circolarità a parte, ciò che mi sembra trasparire nell’ascolto ripetuto è una compattezza quasi granitica del disco nella sua interezza, non è un concept album ma sembra quasi esserlo, è solo una suggestione?

 

Perché non citare allora Prima della pioggia di Milčo Mančevski o Pulp Fiction di Quentin Tarantino? La circolarità del tempo è l’essenza della “catena delle nascite e delle morti” di concezione buddista nonché platonica, si inserisce nelle età vichiane ed è patrimonio dell’umanità senza scomodare pure il decadentismo dandy di Joris Karl Huysmans che nel 1884 ha dedicato un romanzo intitolato A ritroso all’opportunità di revisione della propria esistenza risalendo verso un’origine mai conclusiva. Credo che l’imposizione di Gandalf Boschini nell’esigere un album non concettuale si sia rivoltata contro di lui senza che lo volessimo, creando l’ironia di una raccolta di singoli incorniciati da una canzone con ripresa come si usava ai tempi d’oro del prog, vedi King Crimson, tale da far risaltare i solitari come fossero parte di una parure incapace di far loro perdere la sostanza solitaria della rarità. L’effetto è straniante e curioso. Non è un concept album però ne suggerisce l’idea, tanto che poi si va in cerca del concetto che dovrebbe riunirne i brani e si seguono filoni privi di compiuta linearità. Potremmo chiamarla una “poesia della confezione”, quanto a complessiva irriducibilità interpretativa: non si arriva mai a una decifrazione definitiva ma si continua a scovarne indizi. A ritroso ne è in effetti il contenitore ideale.

 

Hai ragione, avrei anche potuto citare allora Il cerchio di Jafar Panahi, ma il mio virare verso la Grecia trova il suo perché nel disco, impregnato direi di una certa ellenicità, se ben due canzoni Una signora per bene ad Atene e Parcheggiare a Delfi, non solo sono collocate geograficamente in Grecia, ma respirano nei versi aria di classicità, di mitologia, di filosofia. Sembrano già esse stesse dei classici, storia e presente si mescolano, aneliti divini si alternano ad umane miserie. Vorrei però la tua chiave di lettura, almeno quella di oggi…

 

Beh, la prima è il divertimento. Nei testi scritti nei luoghi narrati, cioè Atene e Delfi, con passaggio obbligato a Tebe, mi è piaciuto registrare la commistione tra passato e presente, così ben testimoniata dalla lingua greca moderna, tanto dissimile da quella antica da sembrare che sia un’altra senza però esserlo fino in fondo. L’esercizio all’oblio dei Greci sta tra l’ammirevole e il disdicevole, è senz’altro un espediente necessario alla prosecuzione dell’esistenza nel fluire delle ere. Lo shock culturale di ascoltare parole che riportano a etimologie di termini italiani in un continuo rifrangersi di metamorfosi tra il classico e il contemporaneo è occasione troppo ghiotta, straniante ed emotivamente densa. Graffiare a Tebe la macchina noleggiata e sistemare la faccenda assicurativa con 100 euro in franchigia ad Atene sembra, pur vissuto nella realtà, uno scherzo che ripropone nella ordinarietà veniale del quotidiano la creazione dell’Areopago per giudicare i crimini del matricida Oreste cantata in età classica. E scoprirsi a pregare Apollo per trovare un parcheggio nella scoscesa Delfi non è meno scioccante e ironico. La classicità aggredisce la mente nell’esatto momento in cui l’irrisorietà moderna la sgrava di consapevolezze che un tempo pesavano su ogni gesto in luoghi tanto roridi di trascendenza. Come gli Italiani abituati al Portico di Ottavia possono mangiarsi un panino nel ghetto senza rammentare nulla delle stratificazioni del tempo in un’area così antica, così i Greci sembrano non accorgersi che in ogni angolo della loro terra l’Olimpo continua a manifestarsi con prodigi ridimensionati costantemente dall’inaridimento occidentale dell’invisibilità immanente. Ma dal latino all’italiano il passo è molto più evidente che dal greco antico a quello moderno. Noi abbiamo cambiato le parole, loro i significati. La nostra “metafora” per loro è un “autobus”. Gli Olimpi sono morti soprattutto nella mente dei Greci, Gesù ha sostituito suo padre Zeus, come Egli temeva, ma io continuo a ringraziarlo quando su un’isola delle Cicladi trovo sollievo dal solleone grazie a una nuvoletta pluvia che in Italia farebbe invece pensare a Fantozzi. Se le cose sono superficiali quando le guardi in superficie, è bello cogliere la profondità dimenticata di un luogo sacro come la Grecia.

 

Vorrei continuare in questa sorta di gioco, abbinare una canzone a un’altra apparentemente senza nulla in comune, mi riferisco a L’atteso e Rimasta qui, sembrano anzi nei titoli presupporre due situazioni diametralmente opposte, in realtà mi sembrano giocare sulle relazioni temporali tra l’istante vissuto, quel che potrebbe divenire e ciò che è stato. Mi aiuti a far luce?

 

Innanzi tutto sono la seconda e la penultima canzone del disco, come posizione hanno un’analogia che dovrebbe finire lì. L’atteso è una figura imprendibile che non arriva mai ma continua a essere aspettato, comincia come un eroe e poi non si sa neanche se sia morto, il che senz’altro lo escluderebbe dal novero dei martiri, nonché delle persone attendibili oltre la loro esistenza terrena. Così atteso da sembrare quasi L’appeso dei Tarocchi, che in effetti imperversano in Rimasta qui, con la Madonna protopapessa che si stempera nel Matto in una festa di Arcani Maggiori di cui l’Eremita, simbolo della Vergine, scompare nel miracolo mistico dell’assunzione in Cielo mentre la comune mortale uscita dal mazzo come l’Amante, forse, o come qualunque altra carta, rimane in grembo, priva di destinazione trascendente. Si trovano collegamenti con qualunque cosa, l’analogia non scarseggia, e come pretesto per parlarne lo stratagemma funziona. Parliamo comunque di presunte individuazioni: L’atteso è inesorabilmente assente, Rimasta qui è presente ben oltre le aspettative, con ostinazione, anche quando in teoria non dovrebbe esserlo più. La prima è una forma di assenza molto presente nel pensiero, pensiero slanciato nel futuro per l’attesa, la seconda è una presenza che si protende nel tempo del ricordo, un pensiero rivolto all’indietro. Hai ragione sono speculari, diametralmente opposte. Entrambe ballate, rese musicalmente al massimo della loro ritmicità.

 

C’è una canzone, Ricominciando, che credo non a caso sia stata collocata a metà del disco tra le due A ritroso. Si ruota ancora intorno al concetto di tempo, o meglio alla ciclicità del tempo, al continuo ricominciare per cui “ogni incontro ha il suo motivo”. È proprio così?

 

Il titolo già lo dice. Ricominciare indica un nuovo inizio, dunque c’è stata una fine, ragion per cui si ha occasione di iniziare nuovamente. Ma la fine dell’inizio e l’inizio della fine si confondono sempre, finché la faccenda non sarà davvero conclusa. In mezzo abbiamo il dubbio tra la reale cesura e quella percepita, un po’ come per la calura estiva mista a umidità. Davvero è finito o è un’illusione? Davvero comincia o è un inganno? In una realtà in cui l’immagine conta più della sostanza, si può comprare una fontana per vendere un miraggio, senza dissetare nessuno. Si possono fare foto mirate a una sala spettacoli e fingere che fosse zeppa quando non c’era nessuno, si può guardare il mare e vedere solo ciò che di bello si immagina all’orizzonte. Niente morte per acqua, niente morte per fuoco, infine niente morte. Tutto riparte. Cosa è finito e cosa comincia? “L’inizio è sempre al buio” vuol dire questo: non è detto che non ci si stia aggirando ancora nella fine non consumata e chissà se si arriverà mai a vedere interamente chi si è incontrato. Ci sostiene il caso, con il suo carico di fatalità, a definire se la fine offerta in aperitivo non è che il preludio a un primo piatto o a un dessert. Insomma il vortice è tutto lì, nella terra di nessuno della madre di tutte le metafore, il tempo. Gira la carta un’altra volta e torna l’Appeso, l’Eremita, l’Amante o forse La Torre. La divinazione in fondo non è che una specie di bussola per aggirarsi in questa zona incerta, nella quale indugiare non è poi spiacevole. Una svolta è la fine di un modello e l’inizio di un altro, ma lascia i suoi rimasugli, frattali ripetuti dentro e fuori l’immagine. Ho molto amato come l’arrangiamento di Luca Sammartin ha stravolto la versione “iniziale”, animando con batteria elettronica l’andamento da lenta ballata sottolineata dal pianoforte di Erik Boschini. La chitarra di David Cremoni ha inacidito il tutto dando l’impressione che un qualcosa di stabilito infine esista.

 

Anche in questo disco hai dato spazio a due belle traduzioni, una è La canzone di Prévert di Serge Gainsbourg che è legata a giro stretto al saggio da te appena dedicatogli in coincidenza con i trent’anni dalla sua morte, l’altra è Homburg dei Procol Harum che forse per la prima volta offre la possibilità di essere compresa nella sua pienezza. Entrambe sono reinterpretate in nuove vesti, la prima diventa un country folk la seconda un rock prog di ampio respiro. Entrambe direi mettono le minigonne e ringiovaniscono non di poco. Ti trovi concorde con questa mia visione?

 

Non so se le minigonne, ma l’arrangiamento sì le ha un po’ ringiovanite anche se per me il fascino delle loro versioni originali rimane immenso. Alla canzone di Gainsbourg ho dedicato un capitolo intero del mio libro su di lui, la traduzione al confronto è un giochino, un gesto di affetto ammirato per un personaggio che mi è diventato molto familiare dopo aver passato insieme mesi di studio e interpretazione. Scrivere un saggio biografico ermeneutico su un creatore è un modo di assumerne la forma, addentrandosi nei meandri della sua mente e delle sue emozioni. Cantarlo, a quel punto, è come un momento di relax, un disimpegno in cui ti permetti di impersonarlo dopo averne dissezionato l’intimità estetica. La canzone di Prévert è un capolavoro di metacanzone, una esegesi in versi che merita di essere divulgata come lo meritano i brani dei Procol Harum, in cui il poeta Keith Reid ha dato il meglio di sé. Si tratta di due autori di origine ebraica, latori di una profondità non sempre così spontanea nei gentili. L’abitudine tradizionale a contrattare con Dio e a ridiscutere le alleanze sovrannaturali evidentemente dona loro una marcia in più nel manipolare il significato delle cose. Homburg è un momento di apocalisse su atmosfera classicheggiante di cui valeva la pena cercare di restituire il senso. Il declino e lo spaesamento di un ragazzo incasinato assumono dimensioni universali con pochi versi ben assestati. Altro che L’ora dell’amore.

 

Vorrei parlare ora di La paga, canzone che mi viene da accostare a Ciascuno ha il proprio festival del tuo precedente disco, magari non si vuole prendersi troppo sul serio, usando l’arma dell’ironia, ma in fondo qualche sassolino dalla scarpa ogni tanto è giusto toglierselo, è così? 

 

Chi si schermisce dietro a “un iban difettoso” per non pagare il giusto compenso merita una frecciata, ma principalmente La paga è un canto di giubilo, in cui un riff alla Deep Purple si apre poi nella festa dei soldi che arrivano in tutte le loro varie forme, dal bonifico al versamento, con moneta e divisa che si contendono la gioia finale del Signor Bonaventura. Il compenso sì, ma non solo, c’è anche la moglie generosa che alimenta l’immaginario dell’artista in ambasce per le mancate onoranze dei debitori. Se l’insegnante di scrittura creativa di Raymond Carver, John Gardner, suggeriva come soluzione di “vivere alle spalle del coniuge”, chi sono io per sminuire una tale meravigliosa opportunità? Anziché rantolare come Baudelaire all’inseguimento di un’elemosina dall’esecutore finanziario del patrigno, è preferibile giocare a bridge sperperando i beni coniugali come Barry Lindon. Viva Bel Ami e muoiano tutti i Filistei.

 

Eccoci alla canzone che ho volutamente lasciato per ultima, cioè Metaforicabionda che sembra quasi essere un seguito di Bionda. Là la bionda in questione era la sigaretta come metafora della donna fatale, qui è una bionda in carne e ossa, neppure bionda, solo tinta ma metaforicamente bionda, di quel biondo che fa sbarellare gli uomini e forse anche le donne. Quella che sembra cominciare come una canzone d’amore sembra poi incentrarsi sui segni lasciati dal tempo “da troppe estati da troppi inverni” vissuti, sembra quasi una vendetta servita fredda alla Kill Bill o è solo una mia impressione?

 

Non c’è niente di freddo in questa canzone. È abbastanza rovente la “scorrettezza politica” che la imbionda, tinta a prima vista di una vaga misoginia. Naturalmente non si riferisce a una donna quanto invece a un atteggiamento, un comportamento, una propensione all’apparenza in un’epoca social in cui piattaforme di incontri consentono di rimorchiare dopo aver valutato l’aspetto e l’intelligenza presunta delle persone coinvolte. Così si cura il proprio charme in base a ciò che si è voluto mostrare via internet. Foto in posizione ed età favorevoli, acconciatura fresca di parrucchiera, sorriso che attutisce le rughe. Ma le rughe ci sono e i capelli non sono più biondi da parecchio tempo, in alcuni casi non lo sono stati mai. Il rimorchio da annunci sentimentali tipo “AAA cercasi” è camuffato da simpatico scrolling delle immagini su piattaforme apposite, cui seguono gli incontri non sempre all’altezza delle speranze. La bionda diventa metafora di questa ricerca un tempo destinata solo a pochi incapaci di trovare moglie o marito e ora di uso generale quale modo principe di conoscere qualcuno. Al bar o al ristorante ci si trova dopo aver già ben vagliato le credenziali e quel che sarà sarà. L’occasione favorisce l’occasionalità e il make-up fotografico deve poi reggere alla prova in presenza. “Il problema più importante per noi / è di avere una ragazza di sera”, cantava Celentano. Non è più questo, il problema ora è di incontrarne una vera.

 

Un’ultima domanda, rispettando quella circolarità di cui si è parlato, tornando a ritroso al punto di partenza, a Gandalf Boschini e ai Logos, quanto il non dover pensare agli arrangiamenti dei pezzi e all’impostazione sonora ti ha permesso di cantare con maggiore libertà, con risultati notevolissimi come anche le prime recensioni ricevute hanno sottolineato?

 

Ringrazio per i giudizi favorevoli. Libertà sì, nel senso di sgravio di responsabilità. La delimitazione del campo creativo, restringendo i confini alla costruzione di musica e testi senza badare alla veste e alle scelte stilistiche finali, corrisponde infine a una maggiore concentrazione sulla propria area di talento. Lasciarsi guidare è un po’ delegare, un’abilità di per sé. La capacità di cedere parte del controllo, indispensabile all’orgasmo in amore, alla crescita imprenditoriale, all’aumento del tempo libero, è il risultato di un progresso che permette una più armoniosa attività in team. La voce stessa risulta maggiormente immersa nella musica, c’è meno ego, è parte di un felice sforzo comune che attribuisce al “solitario” una valenza tutt’altro che solipsistica. La demarcazione del proprio spazio contribuisce a una migliore visione d’insieme. Una lezione di maturità, meglio tardi che mai.

 

Sito ufficiale di Marco Ongaro: http://www.marcoongaro.com/

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Biografia di Fabio Antonelli

Il suo mondo è la musica, l'altra musica, quella che non gira in radio. Dal 2005 scrive occasionalmente recensioni ed articoli per La Brigata Lolli, Il Tonnuto, Estatica, L'sola che non c'era, Bravonline. Dal 2010 entra a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco

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