Quando si ascolta un disco di Massimo Priviero dobbiamo tornare indietro in un tempo magico, quello delle storie, dei ricordi, quello del vero folk d’autore che non va preso con rigori estetici di genere ma quasi soltanto riferendosi principalmente a quel grande piglio letterario che vuole la narrazione dieci passi avanti alla melodia. E la melodia di Priviero la riconosciamo, cambia sempre poco e quando lo fa sforna singoli come “Il migliore dei mondi possibili” o “Ritratto” che stanno altrove rispetto a tutto il resto. Quando si ascolta un disco di Massimo Priviero bisogna ignorare quel “fastidioso” sentore che ti fa dire continuamente “ma questa l’ho già sentita” e bisogna mettersi in viaggio con lui tra le pieghe dei territori del nord, tra i fiumi e i confini che hanno segnato le geografie di guerra e le pagine sempre amare della migrazione, tra radici personali dell’uomo e quelle che ognuno di noi si porta dentro sotto i colori della sua bandiera… o di quello in cui crede.
E con queste premesse, il nuovo disco di Massimo Priviero non poteva che titolarsi “Diario di vita”. Sembra un resoconto, un “fare il punto”, un sollevarsi oltre il piano reale e guardare tutto ciò che si è stati. Da bambini, da ragazzi, da uomini in erba, da anime in viaggio perenne. Lungo la tracklist di 13 inediti (12 ufficiali + una bonus track) sfoglia anche preziosi ricami irlandesi dentro la liturgia corale di “Cantico”, ci ricorda la potenza del rock d’autore quando confessa a se stesso verità intime in “Buongiorno anima” o nella gloria celebrativa di “Vincere”, ci incanta di romantiche intenzioni alla Springsteen di “Reno” quando ci appoggia sulla soffice contemplazione di “Fino alla fine”. E se commuove la resa alla vita che sfoggia dentro “La prossima vita”, se commuove quella consapevolezza che anche un amore finisce, cambia, evolve, ristruttura le cose (e pensiamo alla spensierata resilienza di “Ferewell” del maestro Guccini), allora poi in “Ritratto” (sottilmente ci viene confessato quanto prenda il gusto da quella “Madame George” di Morrison) facciamo definitivamente i conti con chi si è stati veramente, inchiodati dalla perentorietà di Priviero che ci canta “Un uomo prova a vivere il suo bene ed il suo male, che la vita spinge avanti senza dir mai cos’è”.
L’ennesima prova d’autore di un artista che dovremmo tornare ad illuminare per la sua carriera piena zeppa di “Diari di vita” come questo. Lui che ci ha fatto emozionare come pochi cantando la migrazione, la guerra, la resistenza… l’Italia di chi ha dovuto abbandonarla e di chi invece, per una ragione o per l’altra, vi ha fatto ritorno. Tutto questo e molto altro ancora nel suo suono folk dai riverberi generosi, dalle dinamiche vocali sostenute, che non tradiscono rabbia ma indomita forza di volontà. Quando si ascolta un disco di Massimo Priviero mettiamo da parte ogni didattica da critici e colletti bianchi, non servono e non è questo il momento di sfoggiarle. Ricordiamoci che prima del suono, della melodia e degli arrangiamenti, viene l’uomo e la terra sua… come ripeteva suo nonno nella meravigliosa apertura affidata a “Il fiume”, quando gli dirà sempre “Ogni cosa tu sei ogni cosa sarai, questa è la terra tua non scordartelo mai”.
La memoria è molto di quel poco che ancora ci resta per governare il futuro che c’è. Ecco come ascolto la musica di Massimo Priviero…
di Paolo Tocco



