Un cammino fisico e metaforico dentro le canzoni di un padre (Umberto Raffaelli), dentro i suoni nuovi di sua figlia, Lara Letizia, mescolando il futuro digitale alle forme che arrivano anche dagli anni ’60. “Odòs” è anche un legame indissolubile che probabilmente vuole scartare la necessità estetica tout court e arrivare dritta in quel “non-luogo” dove incontrare la vera essenza e ragione della vita. La canzone dunque sembra essere un mezzo, la scusa buona per mettersi in viaggio. Melodie che conosciamo ma anche soluzioni nuove e contemporanee da dare alle macchine digitali. Persino quelle auto-pensanti intelligentemente…

Un disco che diviene una dedica a tuo padre… perché una scelta simile?
Più che una dedica una collaborazione; per fortuna Papà è ancora vivo e vegeto e coordina il lavoro. Abbiamo deciso di portare avanti delle canzoni scritte durante la sua carriera perchè, in primis, mi piacevano, poi perché volevo dimostrare che canzoni scritte anche in anni e periodi diversi, se un po’ riarrangiate ed attualizzate, potessero dire ancora la loro,in questo periodo, ahimè, un po’ povero di creatività nel panorama musicale italiano.
E come hai riscritto il suono e l’estetica di queste canzoni? Quanto hai rivoluzionato e quanto hai conservato?
Chiaramente il primo passo da fare era quello di adattare queste canzoni, scritte e cantate da un uomo, ad una donna. Questo sembra facile, ma mi sono anche dovuta scontrare con degli stereotipi: ad esempio in “Ma Tu Non Devi”, nella prima strofa si canta “ Son Molto fredde le notti che passi sola ad ubriacarti…”; il concetto della donna che si ubriaca è visto come una cosa peggiore rispetto a quella dell’uomo che affoga nell’alcool le sue disperazioni. Ma a me non importa, mi piaceva quel concetto forte e mi piace abbattere tutti gli stereotipi, quindi con orgoglio canto questa canzone. Diciamo che l’estetica è stata un po’ modernizzata, ma il cuore è ancora quello originale.
L’elettronica arriva perché ormai è nel nostro tessuto sociale… non pensi che siano un elemento di distacco dall’habitat di questi brani?
No, assolutamente no… questi brani nascono, principalmente, in periodi dove si stava scoprendo l’elettronica, dove nasceva il beat e si affacciavano i gruppi che hanno fatto la storia della musica elettronica, primi fra tutti, i Pink Floyd. Quindi, l’habitat è quello naturale, soltanto un po’ attualizzato.
La tua voce gioca anche con l’autotune… peraltro in un brano Jazz… un contrasto forte. Come mai?
“Raccontami la Tua Storia Questa Sera” è stato l’ultimo brano introdotto nell’album… e qui ho voluto giocare. Il genere arriva dal fatto che questa canzone nasce per essere sigla di uno spettacolo di Teatro Musicale, che portammo in scena qualche anno fa con papà, in cui raccontavamo in musica noti episodi storici. Insomma scegliemmo questo genere perché ricordasse un po’ quelle canzoni di avanspettacolo del secolo scorso. Anche l’uso dell autotune è stata una provocazione: vedo sempre più cantanti diventare Star ed essere osannati, nonostante non sappiano fare neanche il più semplice vocalizzo senza autotune (e vincere anche importanti rassegne nazionali…); così abbiamo voluto provarci anche noi… e il risultato, nonostante non ci sia mai piaciuto e non ci abbia mai convinto, lo abbiamo lasciato come provocazione; provocazione che dimostra come chi sa cantare non ha bisogno di escamotage e trucchetti. Anzi la canzone diventa quasi un inciampo, un fastidio, nello scorrere melodico del disco (chiaramente nelle restanti canzoni l’autotune è BANDITO!!!!).
Una provocazione che vuole cercare di fare aprire gli occhi…
Nei Live anche “Raccontami La Tua Storia Questa Sera” viene fatta rigorosamente senza autotune, quindi vi invito a venirla a sentire in tutta la sua bellezza live …
Raccontami del titolo… anche perché qui poi arriviamo a chiederci: che rapporto hai tu con le parole?
“Odòs” (ὁδός, in maiuscolo ὉΔΟΣ) è un termine greco antico che significa “strada”, “via” o “percorso”. È un sostantivo femminile di uso comune, spesso impiegato per indicare un cammino fisico, ma anche un viaggio metaforico interiore o culturale: ed è proprio questo che rappresenta questo album. Un percorso durato 15 anni, caratterizzato da alti e bassi, gioie e dolori, che però sono confluiti tutti in questo album e ne hanno caratterizzato e disegnato tutte le sfumature che lo rendono il quadro perfetto di quasi metà della mia vita. Il mio rapporto con le parole è importante: Io le peso prima di scriverle e di pronunciarle, perché so che ognuna di esse è un tratto indelebile che disegna e colora l’anima di ognuno di noi.


