Eccolo il disco nuovo di Daniel Dagrezio. Si intitola “Le mie cinque fasi”, un disco davvero largo e amplio, alto nelle intenzioni, quasi fosse un libro da leggere e un film da vedere. La voce narrante che ci introduce e ci da una collocazione, la voce cantante che incide emozioni decisamente pop nel suono modellato assieme a Daniel Tek. Non attendiamoci ricerche esoteriche: questo disco mette in scena la pulizia d’autore di una tradizione pop priva di tempo e di geografia. È solo l’impianto delle macchine a sancirne le diversità… e sotto questo profilo, il lavoro di Dagrezio sembra davvero solenne.

Che rapporto hai con la parola?
Un rapporto di amore e odio. All’interno dei brani, la parola per me è ritmo e verità insieme. Non mi interessa la parola “bella” se non è necessaria. Mi interessa la parola “giusta”, quella che se la cambi… cambia proprio l’emozione.
Come la scegli? Che suono deve avere?
La scelgo “ascoltandola in bocca”. Deve avere un suono naturale, come parlerei davvero in quella scena. E deve essere riconoscibile: io voglio che la frase arrivi, non che si perda nel virtuosismo. Se una parola è troppo “letteraria” ma non la direi mai, la cambio. Qui sta per me la vera sfida, nonché il motivo del mio “amore/odio” con la parola. Fare testi spesso in rima ma che allo stesso tempo non suonino “forzati” mi succhia tanto di quel tempo e quell’energia che posticipa di molto l’effettiva scrittura finita delle canzoni. Alcune parole sono state cambiate FINO AL GIORNO DELL’INCISIONE.
Quanta Italia e tradizione c’è dentro?
C’è tanto nel modo di raccontare: l’attenzione al testo, alla melodia che regge anche “spogliata”, e una certa idea di canzone come narrazione. Però non è un omaggio all’Italia o a qualcos’altro… è solo pop d’autore che usa anche un linguaggio contemporaneo. Niente di più.
Quanta avanguardia e ricerca? Che cosa hai scandagliato?
La ricerca, per me, non è fare l’originale a tutti i costi. È provare a trovare una forma che regga quello che vuoi dire. Il mio fine era l’autenticità. In questo disco la ricerca sta nel modo in cui i brani cambiano pelle seguendo gli stati emotivi, nei richiami che tornano, e nel fatto che alcune scelte sono più “da racconto” che da radio. È un lavoro di regia, più che di effetto speciale. Perché l’unione di parlati, situazioni e musica mi ha sempre fatto immergere molto di più nelle storie (come nei musical o come quando prima di ascoltare una canzone ti informi riguardo al contesto). È una cosa che amo. E l’ho sentito profondamente come linguaggio mio.
Un disco così intimo non avrebbe avuto bisogno di un suono acustico e minimale?
Capisco la domanda e l’idea, ma nel mio caso sarebbe stata una bugia. Perché la mente, quando attraversa certe fasi, non è minimale: è piena, contraddittoria, a volte pure caotica. Quindi ho preferito far “suonare” gli stati d’animo: a volte intimo, a volte enorme, a volte spigoloso. Il minimale lo uso quando serve, non come regola.
E che diventi un libro tutto questo?
Mi affascina. Perché l’album è già costruito come se fosse un racconto: ci sono capitoli, ritorni, simboli, persino “doppi significati” che cambiano a seconda di dove ti trovi nel viaggio. Quindi sì, l’idea di una versione scritta ha senso… ma dovrebbe restare fedele allo spirito: niente abbellimenti, solo verità.

