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Peppe Voltarelli – La grande corsa verso Lupionòpolis, in equilibrio perfetto tra radici e internazionalità

L’intervista di Fabio Antonelli a Peppe Voltarelli

Peppe Voltarelli [© Francesca Magnani]

Lo scorso 30 gennaio è uscito il videoclip di “Au cinema”, secondo singolo estratto dall’ultimo disco di Peppe Voltarelli intitolato “La grande corsa verso Lupionòpolis” (Visage Music, 2023), che a buon diritto è entrato nella cinquina dei finalisti per la Targa Tenco 2023 nella categoria “Miglior album in dialetto” posizionandosi 2º nella classifica finale. Quale occasione migliore quindi per parlare con lui di questo disco come sempre accolto con entusiasmo da critica e pubblico.

Peppe Voltarelli - La grande corsa verso Lupionòpolis
Peppe Voltarelli – La grande corsa verso Lupionòpolis

Vorrei approfittare dell’uscita del bellissimo videoclip di Au cinema, il secondo singolo estratto dal tuo nuovo disco La grande corsa verso Lupionòpolis. per cominciare l’intervista proprio da qui. Il videoclip ci presenta un Peppe Voltarelli che, unico spettatore di un film, ad un certo punto si alza, solleva il telo di proiezione e si trova egli stesso dentro il film che sta guardando, un film pieno di citazioni cinematografiche, con in mano una cinepresa Super8, protagonista lui stesso del film che stava guardando. Mi ha fatto tornare in mente Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, ma anche un po’ l’istrionica follia di un altro grande uomo del sud come Carmelo Bene. Com’è nata l’idea del videoclip e, soprattutto, com’è nata la canzone che c’è dietro, con quel verso “e ire mo au cinema” (devo andare adesso al cinema), che ti si pianta dentro il cervello e non vuole più andarsene? Un’ossessione, un po’ come il cinema per il protagonista…

L’idea del brano nasce da un ricordo di un mio caro amico che ama andare al cinema nel pomeriggio al primo spettacolo, quando la sala e semivuota, per assaporare in maniera privilegiata l’essenza del film ma anche per vivere con lo schermo e la sala un rapporto intimo ed esclusivo, direi spirituale. Il cinema quindi come esigenza fisica e mentale. Sulla base di questa ispirazione ho cercato la collaborazione con la scuola cinematografica della Calabria che ha messo a disposizione tutta la sua energia creativa scrivendo una sceneggiatura interessante e costruendo una bellissima scena all’interno di un cinema vero, dove tutti gli allievi attori della scuola hanno recitato ruoli citando capolavori del cinema.


Vorrei tornare al disco da cui e tratto, partendo proprio dalla copertina che ritrae il ponte di Brooklyn e tu di spalle, in basso che lo guardi da una terrazza. Credo sia un’immagine che rivendichi, quasi con orgoglio, il fatto di essere rimasto così affascinato dal mondo musicale newyorkese da aver voluto registrarlo lì, con un gruppo spettacolare di musicisti americani. E poi quel titolo La grande corsa verso Lupionòpolis, ora so che è una città del Brasile, ma solo dopo aver fatto una ricerca su Google, perché proprio Lupionòpolis? È forse una sorta di nuova Eldorado?

L’immagine della copertina è tratta da un frame del clip Nun signu sulu mai, girato quasi interamente a Brooklyn. Ho suonato la prima volta a New York nel 2002 e da allora non ho mai smesso di tornarci. Ho avuto la fortuna di incontrare artisti con cui ho condiviso tante bellissime esperienze e tratto motivazione e stimoli. La potenza simbolica di New York e la stratificazione culturale della città mi ha ispirato una nuova visione della mia terra, per questo ci tenevo a mescolare il mio dialetto con i ritmi della città e il suo blues, in questo mi ha aiutato molto la guida del mio produttore e arrangiatore Simone Giuliani che ha saputo cucire un vestito internazionale su misura alle canzoni. Lupionòpolis e un posto ideale dove ricominciare, rinascere, ritrovarsi, un luogo di famiglia, una stanza arredata con poche foto e pochi poster capace di evocare grandi traversate e grandi ritorni.


L’uscita del disco, se non ricordo male, era stata accompagnata dal videoclip del primo singolo estratto dall’album, ossia Nun signu sulu mai, che è stato girato nel quartiere Red Hook di Brooklyn. Un brano sulla solitudine o, meglio, sul suo antidoto naturale ossia, come canti ‘Un signu sulu mai si guardo u mare ‘un signu sulu mai”. La canzone vede anche come ospite la cantante e polistrumentista di Seattle Amy Denio dei The Tiptons Sax Quartet. Da chi è nata l’idea del video girato in quei luoghi e dal sapore così lontano anche temporalmente e quanto ti capita, invece, di sentirti solo quando magari in tournée resti lontano dall’Italia e, soprattutto, dai tuoi affetti più cari?

Conosco Amy Denio da molti anni, abbiamo condiviso concerti ed esperienze discografiche è un artista incredibile che amo molto e ho fortemente voluto con me in Nun signu sulu mai che parla di viaggi di mare, di grandi traversate. L’idea di fare un clip a Red Hook è nata insieme a Giacomo Triglia, il regista con cui abbiamo esplorato insieme il quartiere che sta diventando il nuovo approdo cittadino per artisti e viaggiatori che vivono New York in continua evoluzione. Quando si viaggia non si è mai soli perché il lavoro della musica ti dà opportunità di creare sempre comunità e relazioni che nel tempo diventano grandi amicizie, attraverso le canzoni nasce un sentire che unisce nel nome della poesia.


Tra le canzoni di questo disco trovo molto emozionante quella che apre, non a caso credo, il disco. Si intitola Mareniro e ha come protagonista, ancora una volta, il mare, mare che però non sempre è benevolo ma d’altronde fa il suo mestiere “Mare niro funno chi fa paura / C’è ancora troppa gente abannunata e sula / Sula dintra a notte mai appaciata / I senti si rumori i ricanusci sti gridate”. È, in fondo, una splendida preghiera quando canti “Mare niro e funno nun m’affucare / Ca di li carizzi tua io nun mi scordo mai / Mare ranno e funno nun t’arraggiare / Io signu sempre ‘cca e tutti i siri vegno a t’abbrazzare”. In questi versi è un po’ come raccogliessi le preghiere di chi si trova a viaggiare in mare, spesso non per propria scelta?

Sono cresciuto in un paese sul mare Jonio che per tutti noi è stato sempre un punto di riferimento, un luogo, un’idea di domani, per molti un lavoro e sacrificio, per altri la pace È inevitabile che spunti quasi in ogni canzone a raccontare un’emozione un incontro la paura del domani. Nel caso di Mareniro, oltre al rapporto provato e intimo, c’è la preghiera per coloro che arrivano da paesi lontani in cerca di una vita diversa e che spesso non riescono a trovare quello che cercavano.


Ci sono due canzoni del disco, Spremuta di limone e Mozza, che proverei ad accostare se non altro per un duplice motivo, il primo è l’ironia che li pervade e il secondo il fatto di raccontare due situazioni vissute da te in prima persona come italiano all’estero, però non vorrei anticipare nulla per dare a te la possibilità di esplicarle meglio senza per questo togliere ogni sorpresa ai lettori.

Spremuta di limone voleva essere un omaggio alla mia terra perché il limone è un simbolo del Mediterraneo ma anche un frutto che ironicamente viene usato nei modi di dire quando si vuole raccontare amarezze e delusioni. Mozza è un fatto vero che li e accaduto qualche anno fa in Canada e mi piace raccontare nei concerti, come esempio di attività imprenditoriale, di esportazione all’estero in questo caso di canzoni, mi piace sempre in un disco e in uno spettacolo avere due, tre momenti divertenti, così poi posso essere libero di tirar fuori tutta la tristezza senza avere senso di colpa verso il pubblico.


Momenti di tristezza come quello cantato in Fiore quando sostenuto da una dolce melodia canti ” Nu segreto dintra u core / Ma nessuno ti capiscia / Quannu si sulu e guardi u munnu / U munnu ti tradiscia” ed esorti ad avere una reazione ” Sona ancora sona ancora sceglia ancora / Pecchi u iurnu un’arriva / Pecchi a notte un si ferma / Pecchi a notte ‘un s’arrenna”?

La tristezza è la malinconia sono il motore delle canzoni che ti affiancano quando ti sembra di dover alzare dei macigni ma, in fondo, si tratta solo di vita. Siamo fortunati ad avere nuvole e cielo che ci permettono di sognare alzando i piedi da terra.


Parliamo di Bon bon bon, un trascinante swing dove esce ancora una volta tutta la bravura dei musicisti, a partire da Doug Wieselman e il suo sassofono, che ti hanno accompagnato in questo disco. La canzone racconta di chi ha lasciato alle spalle la propria esistenza e, tornando, trova tutto immutato ” Rida mo ccu l’occhi sani / Ogni cosa è cume prima / Nenti cancia sempre / Ferma cume l’ha lassata”. Nasce forse da qualche esperienza personale?

Bon bon bon è una canzone nata per raccontare di come spesso i ritorni siano difficili e di come le prospettive vengano regolarmente capovolte, specie quelle sentimentali ed emotive. L’unica cosa che resta è un abbraccio che stringe le persone e le unisce.


In Marinari perduti, il mare o ciò che vi ruota intorno è sempre presente. Musicalmente è uno splendido tango-beguine che mi riporta alla mente una terra di migranti come è l’Argentina, il testo è un invito a non guardarsi mai indietro, anche nei momenti di sconforto, quando “Simo rimasti senz’anima / E nun sapimo pecchí / Nu lampo in cielo na lacrima / Ca dicia tutto oramai”, invece occorre guardare al futuro con speranza “All’orizzonte na terra bellissima / Ca tutti i notti mi sonno ‘ppe nua”. Quanto la figura di chi va per mare, a te che sei nato in una terra, la Calabria, circondata da entrambi i lati dal mare, è stata fonte di ispirazione?

In questo brano il mare è il viaggio, il cammino, la traiettoria che conduce un uomo verso nuovi approdi. La canzone è il mio contributo al progetto Canzoni sulle città di porto che vide la sua nascita al Premio Tenco 2017, c’erano brani di Léo Férre, di Jaques Brel e Joaquín Sabina e volevo confrontarmi con questo tema.


Prima di affrontare la bellissima canzone che chiude il disco, vorrei che mi parlassi dello strumentale La grande corse verso Lupionòpolis, perché questo valzer credo abbia un arrangiamento meraviglioso. Personalmente mi trasmette un intreccio indescrivibile tra avventura, epicità e cinema d’autore, porta a sognare immense distese, luoghi lontani, tutti da scoprire. Era questo il tuo intento nel comporre questo pezzo?

Ogni mio lavoro contiene un valzer suonato e scritto per la fisarmonica che è uno strumento a cui sono molto legato fin da piccolo. In questo caso voleva essere la colonna sonora del viaggio ideale verso Lupionòpolis, questo luogo incantato di ripartenze rinascite e ricongiungimenti. Colgo l’occasione per sottolineare come questo album sia frutto di un grande lavoro di squadra fatto in primis da Simone Giuliani (il produttore artistico) che ha saputo centrare lo spirito di ogni brano, a partire dalla scelta della band con cui abbiamo suonato tutti i brani in studio contemporaneamente come si faceva una volta, con pochissime sovraincisioni. Per questo sono molto grato a Simone e a tutta la band e al fonico Marc Urselli per aver creato l’atmosfera emotiva giusta per lavorare insieme al meglio.


Direi che il prezioso lavoro che sta dietro questo disco si percepisca tutto, ma veniamo all’ultima traccia Carizzi, non so se sia dedicata a qualcuno in particolare ma è di una delicatezza immensa nel suo lento incedere. Si apre con questi bellissimi versi “I sogni nun finisciano / I tegno stritti a mia / ‘ntra gente persa e fragile / L’occhi lucenti brillano / I labbra tue sorridano / Senza tempo e senza età” e si chiude con questi ” L’amure dintra i vasi dați / E ri carizzi mai scordati / Si sempre ‘cca / Tu si sempre ‘cca / L’amure dintra i vasi dați / E ri carizzi mai scordati / Si sempre ‘cca / Tu si sempre ‘cca / Si sempre ‘cca / Si sempre ‘cca”, in mezzo c’è solo magia. Il disco è giunto a conclusione, ma ” I sogni nun finisciano”. È proprio così?

Questo brano nasce dopo la perdita di una persona molto cara. Non voleva essere un addio ma un ricordo lieve, con la consapevolezza che il bene e gli insegnamenti sono sempre con noi, anche dopo la fine dell’esistenza terrena.


Un’ultima domanda. Per la vendita di questo disco, sia sul tuo sito personale, sia durante i concerti hai predisposto un’opzione che prevede CD+Libro(testi+racconti)+sportina con tanto di patata della Sila avvolta in una velina. Come mai hai preso questa scelta che trovo molto originale?

L’idea è nata insieme agli amici della Libreria TodoModo che ne hanno curato l’artwork, per far vivere le canzoni come un vero e proprio kit con diversi presidi, come la patata simbolo della terra e del lavoro ma anche del sottosuolo, il libro con le parole delle canzoni e i racconti, infine, la sportina adatta al viaggio e al movimento. Una vera e propria esperienza multiuso.


Peppe Voltarelli [© Francesca Magnani]
Il video di Au cinema: https://youtu.be/91oZmgl70z4?si=EKg8HuLEpJyl0ChJ

Il video di Nun signi sulu mai: https://youtu.be/srW9FfZbeng?si=g1Xu7UhWtuFW-qPL

Sito ufficiale di Peppe Voltarelli: https://linktr.ee/peppevoltarelli

Peppe Voltarelli su BandCamp: https://peppevoltarelli.bandcamp.com/album/la-grande-corsa-verso-lupion-polis

La grande corsa verso Lupionòpolis su Facebook: https://www.facebook.com/lagrandecorsaversolupionopolis/

Peppe Voltarelli su Facebook: https://www.facebook.com/pepvoltarelli

Peppe Voltarelli su Instagram: https://www.instagram.com/peppevoltarelli

Peppe Voltarelli su YouTube: https://www.youtube.com/user/peppevoltarelli

Peppe Voltarelli su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Peppe_Voltarelli

Biografia di Fabio Antonelli

Il suo mondo è la musica, l'altra musica, quella che non gira in radio. Dal 2005 scrive occasionalmente recensioni ed articoli per La Brigata Lolli, Il Tonnuto, Estatica, L'sola che non c'era, Bravonline. Dal 2010 entra a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco

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