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Massimiliano Martelli: di felicità, di chitarre e di suono pop

Si intitola “Quanto pesa la felicità”, il nuovo disco di un cantautore in cerca di verità

Certamente la chitarra trova un centro importante nel dialogo del suono di questo disco. Ma è il pop la vera matrice della forma canzone di Massimiliano Martelli. Un titolo colorato a pastelli questo “Quanto pesa la felicità”, un modo di essere e di fare, una scrittura che cerca nelle liriche la fotografia contemporanea senza troppi lirismi aulici o qualche bandiera estetica di quel fastidioso “politicamente corretto”. Senza pretese, pulito, sincero e credibile…

La parola oggi è violentata in ogni dove. Che rapporto conservi con la parola?
Il nostro è un presente difficile, è un tempo che ci rende distratti, anche maldisposti verso gli altri se non addirittura incattiviti. Ci stiamo disabituando alla lettura e all’ascolto, che è sempre più veloci e superficiali, sia nello scambio di relazioni interpersonali, sia musicalmente parlando.
Siamo sempre meno pazienti e, come tu mi dicevi nella domanda, a farne le spese oggi è anche la parola e l’uso della stessa. Nel corso degli anni poi ci sono addirittura parole, frasi, a cui è stato cambiato o stravolto il significato per proprio uso e/o interesse personale, e questo anche nella musica. Io cerco sempre di mantenere un profondo rispetto per le parole e il loro significato, così come per l’uso che nelle faccio, non solo musicalmente parlando: questo vale nella mia vita di tutti i giorni. Sono ancora fermamente convinto dell’importanza, dalla forza e del peso delle parole, così come dei silenzi. Perciò bisogna sempre porre attenzione ad un loro uso corretto, che dev’essere il più possibile consapevole e soprattutto responsabile, perché da esse possono derivare grandi azioni e sogni, possono contribuire a cambiamenti anche epocali, all’abbattimento di muri fisici e sociali ecc… Così come, al tempo stesso, se mal usate possono ferire come e più di un’arma, nel cuore e nell’anima.

Da cantautore e da musicista… le regole, le forme, il tempo da rispettare… sono per te dei reticoli che ostacolano la sperimentazione o dei punti fermi per riconoscere e riconoscersi?
Da cantautore e musicista devo confessarti che spesso nei miei primi lavori musicali mi sono trovato in difficoltà nella costruzione delle canzoni non tanto per il non rispetto di regole, forme e tempi: ma nella mia cattiva abitudine di scrivere prima le parole delle canzoni alle volte addirittura senza avere dapprima un’idea della parte musicale… Per cui ogni canzone aveva una “gestazione” più o meno lunga a seconda di quanto ci voleva poi per abbinare testi e musica…
Via via fino ad oggi con le nuove canzoni ho poi migliorato questo approccio creativo facendo marciare di pari passo parole e note. Ciò detto, regole, forme e tempo da rispettare hanno certamente la loro importanza fondamentale, soprattutto per imparare in primis a comporre una canzone: personalmente però le trovo un po’ “strette” specie quando si cerca di sperimentare o se nel mio caso come dicevo sopra tendo a scrivere strutture di canzone non propriamente nel modo classico (anche in termini numero di battute musicali di alcune parti) e prima anche nelle melodie, che non sono sempre uguali tra strofa e strofa, così come per gli incisi, sì melodicamente uguali ma con parole cambiate… che poi può essere questa scelta un’arma a doppio taglio perché l’ascoltatore tende a memorizzare le parole dell’inciso e io la volta dopo gliele cambio…
Ma al di là di queste considerazioni e tecnicismi io spero sempre che le mie parole e note possano lasciare un qualche segno, una traccia, un riconoscere e riconoscersi, un’altra chiave di lettura in chi le incontrerà.

La chitarra acustica è un punto fermo: le canzoni nascono così?
Decisamente con questo strumento mi trovo più a mio agio nella composizione rispetto al pianoforte, ma il più delle volte questo è dettato anche da questioni di comodità e praticità: cerco sempre di avere una chitarra a portata di mano se e quando “arriva l’ispirazione” per una canzone…
Della chitarra acustica in particolare mi piace moltissimo l’atmosfera che questa riesce a conferire con la sua presenza a certi passaggi, momenti e situazioni, non solo musicali.
Con il produttore Maurizio Mariani, negli arrangiamenti del mio disco nuovo, abbiamo fatto in modo che la chitarra acustica ricoprisse un ruolo forte, un punto fermo come tu dicevi nella domanda: questo è riscontrabile già nell’ascolto della canzone di apertura, “Starò bene”, così come nella terza, “Due catene”, che sono i brani dove sicuramente il suono della chitarra acustica trova spazio in modo più eclatante con fraseggi e riff ostinati che accompagnano, se non tutta, buona parte dell’esecuzione.

Il futuro per te… che peso ha?
A questa stessa domanda già in altre occasioni ho risposto che mi concentro più sul presente, che ha già il suo bel “peso”. Cerco di vivere più o meno pienamente i giorni consolidando ciò che ho già raggiunto e mettendo nuove basi per quello che vorrei nei miei domani. So che comunque il futuro non dipenderà esclusivamente dalle mie aspettative e scelte. Ecco, il futuro è una speranza perché non sempre a tutti viene concessa questa fortuna. È una cosa che ho più volte sperimentato nella mia precedente e lunga attività lavorativa, come operatore sociosanitario e assistente domiciliare al servizio di persone fragili in contesti difficili delle periferie della mia città, Roma, dove davvero “futuro” a volte sembrava essere una parola vuota, lontana, priva di senso, perché si era troppo impegnati in una battaglia di sopravvivenza quotidiana, a lottare in un presente fatto di costanti emergenze socioeconomiche oltre che sanitarie. Così come ho detto più volte che mi fa paura un futuro “pesante” come quello che descriveva lucidamente già cinquant’anni fa Italo Calvino nell’episodio di Leonia (Le città invisibili), metropoli dove il consumo sfrenato ha reso indifferenti i suoi abitanti al problema delle tonnellate di spazzatura prodotta continuamente: a loro bastava semplicemente che gli spazzini la rimuovessero perché questo non diventasse più un loro pensiero o problema; non importava poi dove questa finisse, l’importante è che non fosse sotto i loro occhi… Ecco, a me spaventa questo tipo di futuro: non l’innovazione e il progresso tecnologico che sono figli dei tempi ma che tutto questo, assieme al consumismo, possa servire “solo” a lasciare indietro le persone ed aumentare le disuguaglianze, possa mettere l’umanità ancora più in periferia e renderci cattivi, cinici, indifferenti… Ma in fondo, purtroppo, mi rendo conto che questo futuro è già in buona parte il nostro presente.

E poi alla fine, la felicità che peso aveva? L’hai capito?
In un tempo come il nostro dove la società non di rado ci vuole vendere o trasmettere un’idea “vincente” di felicità legata più all’aspetto materiale del benessere, della realizzazione personale, ecco allora che si fatica sempre più anche ad ascoltare il proprio corpo che respira, il cuore che batte. Figurarsi allora quanto diventa complicato, pesante trovare tempo e disponibilità al dialogo, all’incontro con l’altro, alla gestione dei conflitti, delle differenze e delle divisioni, in un’ottica di raggiungimento di un punto di comune accordo da cui partire o ripartire, insieme
Ecco, dunque, con queste premesse come ogni corsa o rincorsa alla felicità rischia di assumere un prezzo e un peso quasi insostenibili. Quello che io posso aver imparato, capito, soprattutto come ti dicevo nei lunghi anni di lavoro nel sociale è che ciascuno di noi porta dentro di sé sia luce sia tenebre, il suo angelo e il suo demone, e ogni giorno deve per prima cosa trovare per tutto questo il giusto equilibrio e compromesso per star bene e cercare al tempo stesso di vivere in armonia con gli altri e l’ambiente esterno. Ciò detto, credo sia più “pratico” parlare di serenità piuttosto che di felicità, la cui percezione è misurata e fatta di istanti, frammenti, momenti di vita, e non di giorni, mesi o anni. E ciascuno di noi ne ha sostenuto e ne sostiene sulle proprie spalle un “peso”, se vogliamo un “costo”, per cercare di avvicinarsi ad uno stato di benessere e di serenità per sé e i propri cari che possa chiamarsi o avvicinarsi alla felicità.

Un disco che trovo denso di allegorie… non dimostri e non sveli, piuttosto lasci che si scopra da sé ogni cosa… è solo una mia impressione?
A proposito ancora della parola di cui parlavamo a inizio intervista, mi fa piacere tu abbia sottolineato l’uso di allegorie nella forma dei miei testi/racconti musicati. Così come non sbagli, non è solo una tua impressione, questa mia intenzione di “non dimostrare” o di lasciar “scoprire ogni cosa” all’ascoltatore. Effettivamente questa è stata proprio una mia precisa scelta, durante la scrittura dei testi delle nuove canzoni: cercare di rimanere “come sospeso” in questo senso.
D’altronde, come diceva il sommo Fabrizio De André, non ho verità o certezze in tasca da “vendere” alle persone, è già tanto se riesco a regalare loro qualche emozione…”
In fondo, parafrasando Edoardo Bennato, anche queste mie “sono solo canzonette!”
E poi c’è già lui, il (più) grande, Claudio Baglioni che riesce a scrivere canzoni “per tutti gli uomini che passano sui fogli del mondo come scarabocchi”…
Io, nel mio piccolo, più semplicemente mi auguro, vorrei, che ogni ascoltatore nelle mie canzoni, tra un detto e un non detto, trovi spunto per riflessioni e risposte sulla base delle proprie esperienze di vita, associandone così un tempo, un peso ed uno spazio “personali.

E se ti chiedessi dei colori? Che colore ha questo disco? E per parafrasare i Negrita: che colore ha la felicità?
Il disco cerca di mettere un po’ in luce alcune ombre nelle cinque storie delle canzoni, più in generale nei rapporti umani, non esclusivamente parlando dell’amore. Dunque, più che assegnare a questo un unico, singolo, colore parlerei di più tinte, tonalità, con una predominanza certamente di quelle fredde rispetto alle calde. In quanto alla felicità, come dicevo in precedenza, ognuno di noi si porta appresso un “peso” quotidiano da sostenere per viverla, e allora anche qui io credo ci debbano essere sia colori caldi sia colori freddi, sia bianco sia nero.
La felicità è sicuramente fatta di pillole di benessere, di emozione, di stupore, di gioia e bellezza come, ad esempio, può regalarci la vista dell’arcobaleno, è sole riflesso nella pioggia, è tinte chiare e tinte scure, calde e fredde. È un sorriso che per nascere non può fare a meno delle lacrime.

Biografia di Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

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