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Tommaso Talarico: esce “Canzoni d’amore per un paese in guerra”

Un secondo disco, canzoni che fotografano la guerra e chi stiamo diventando

Ormai la guerra è pane quotidiano. Per noi fortunati, lo è solo come spettacolo televisivo da ignorare quando è pronta le cena. Per una fetta di mondo importante, la guerra è un’abitudine. E poi cinguettiamo di futuro, di progresso. Eppure ancora facciamo la guerra. Dall’incipit di questo disco che si apre con un “Inno alla Gioia” in solo piano per mano di Gianfilippo Boni, inno che si mescola alle parole di Filippo Tommaso Marinetti del 1909, con la sua “guerra come igiene del mondo”, sembra proprio che questo nuovo disco di Tommaso Talarico sia da iscrivere in quelle opere politiche nel senso alto e romantico del termine. Sembra un concept. Esce oggi per la Radicimusic Records e si intitola “Canzoni d’amore per un paese in guerra”.

È un inizio importante di un suono preciso, rock ai bordi. È “Previsioni del tempo” la canzone che apre l’ascolto. È questa ballata che scorre e che, nonostante le macerie e la puzza che “si sente fin qua”, sono dolci e visionarie le aperture in maggiore che ci regala. Segue “È mia figlia” che sembra la didascalia di questa immagine di copertina: e di nuovo le aperture in maggiore sull’inciso commuovono nella visione di questa madre che “sorride alla paura per far si che la paura non sia il filo del ricordo…”.

L’abbiamo conosciuta “Il giorno prima di partire”, ne abbiamo ampiamente parlato, raggiungetela qui. Così come “Respira”, il secondo singolo estratto ampiamente celebrato in rete anche grazie al video fatto da Marilena Catalano (anche voce che appare nel disco), immagini di studio durante la produzione: torniamo a restituire tempo umano alla vita, brano di rock e non solo ai bordi che questo disco si nutre soprattutto di questo anche grazie alla sua produzione in presa diretta che non cerca finzioni. De gregoriana nelle intenzioni “Majorana”, uno shuffle comodo e malinconico che disegna i contorni di una vicenda ancora oggi misteriosa: la scomparsa di Ettore Majorana in quella notte di marzo del 1938. La guerra è sempre lo sfondo, la potenza distruttiva che la scienza in qualche modo si porta dentro come senso di colpa. La discriminazione, la paura del diverso, l’omologazione sociale come stato di equilibrio e sicurezza: “La tua paura” è l’unico brano non inedito perché Talarico l’aveva già pubblicata nel 2019. Oggi la riprende e la arrangia con nuove intenzioni e nuovi suoni per farla accomodare dentro un disco che la ricopre di coccole. E sembra una kombat folk alla Bandabardò, sentori cubani sulle ombre dietro le orme che lascia. Mi commuovo nel leggere cosa c’è dietro “Ghina”, storia di vita reale che si innesta nel pensiero di quel che accade a Gaza ogni giorno. La guerra è guerra anche da noi, anche se non cadono bombe. Non mi sarei atteso uno sviluppo così “orchestrale” che per la prima volta incide a fuoco una caratteristica nel disco di Talarico che a risentirlo da capo avrei voluto gli archi quasi ovunque…

Di nuovo De Gregori tra i fantasmi dietro l’angolo dello scorrere di “Diario dei giorni senz’aria” che nella progressione della strofa cerca anche le soluzioni di brani come “Atlantide”. E qui Talarico forse chiede alla sua voce di disegnare melodie “pop” troppo estese di note che non riesce a reggere come l’arte dello spettacolo vorrebbe. Qui esce il cantautore che di norma non ha un cantato pregiato e forse, vista la quadratura del brano, qui avrei voluto invece sentirlo più sicuro e preciso. Non siamo dentro un brano d’autore intimo e narrativo in senso strettissimo come ad esempio dentro l’ultima traccia “La tregua”. Siamo invece dentro una ballata dai forti contorni pop… come anche lo strumentale che fa da ponte tra ritornello e strofa, che cerca quel rock alla R.E.M. per ricordarci quanto di “americano” ci sia dentro l’identità sonora del disco. E dunque arriviamoci dentro “La tregua”, ultima fotografia di una bellezza visionaria forse unica nel disco. Penso che sia questa la dimensione vocale e narrativa perfetta per Talarico e che chiusa magica affidare a visioni d’amore la tregua di una guerra. E quel ronzio elettrico di amplificatore in sottofondo, lasciato ad arte credo io, è l’ennesimo manifesto live di un disco dai forti contorni “americani”.
Non è una voce alta dalla precisione estetica a cui ormai siamo abituati. Si torna a fare canzone d’autore il cui vero centro è la parola narrante, è la visione del mondo, è un peso critico su chi siamo e cosa stiamo diventando. Il cantautore canta il mondo che vede… è un disco pulito quanto basta per conservarlo a lungo.

Crediti
Una registrazione in presa diretta da Fabrizio Simoncioni e che ha visto le scelte artistiche a firma dello stesso Talarico e di Gianfilippo Boni. Il tutto nelle mani di Lorenzo Forti al basso, Matteo Urro alle chitarre, Fabrizio Morganti alla batteria e lo stesso Boni alle tastiere e pianoforte.
Ad arricchire il tutto la splendida voce femminile di Marilena Catapano.

Written by Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

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