Cosa sia l’olimpo… e qual è la normalità? Quale la giustizia o la verità? Galleggiando dentro un flusso distopico di ipocrisia resa normale, abitudinaria, come melma che un poco copre e un poco in qualche modo protegge. Che sia giusta o sbagliata, questa attitudine di attesa e di accettazione sembra essere per me una chiave centrale nel suono e nella lirica di questo nuovo disco di Umberto Maria Giardini: si intitola “Olimpo diverso”, lavoro che troviamo anche in vinile e personalmente penso sia l’esperienza più intensa e personalizzante che si possa fare con un suono simile.

Quel rock acido, spalmato su tela bianca ad ingrigire i contorni di palazzi di periferie, pattern distorti quasi a richiamare sentieri shoegaze… “Frustapopolo”, ancora una mannaia sull’ipocrisia come ci scrive lui nel track by track. E non smette di ricorrere a frasi lapidarie ma anche a giochi allegorici di un “io” che si contrappone ad un altro la del “se”… e, comunque, siamo sempre moltitudini. E devo dire che una composizione come “Topazia” mi ha disorientato: come fosse un rompere (ancora) abitudini di suono… questa matrice elettronica che cuce un arpeggio ritmico… e mi colpisce questa “ragione” che sempre cerchiamo di dare a tutte le cose, anche (aggiungerei io) a quella “regola inventata del noi due assieme”…
Sempre bella la voce di UMG, sempre puntuale, potente e sicura soprattutto quando cerca dinamiche alte. E penso che “Paga la vita” sia uno degli esempi più manifesti di tutto questo. Ma sono anche sempre ricche di suggestione i momenti di solitudine e di solipsismo acustico come dentro “Vipera blu”, quasi un riallacciarsi a quel Moltheni che abbiamo tanto amato. Anche qui: UMG sa essere potente nelle chiuse delicate, nel decantare silenzioso i dettagli di ogni lettera per restituire quasi una severità ad ogni parola. E poi il singolo che troviamo in rete: “Energia”. Rock e Pop che tanto ci piace… percorsi alternativi, di grunge, di post-rock, di quella psichedelia che colora i bordi… ombre di pop nella forma con un ritornello che prende son dal primo ascolto. E saltando subito alla chiusa che non vogliamo proprio svelare tutto, troviamo un gioiello assoluto: “Acquaforte”. La scrittura è quella che rende merito all’identità del nostro, la sua voce, l’arpeggio e tutti i silenzi che legano le singole parti… tutto questo si arricchisce ancora di uno sviluppo in seno alla “sperimentazione” di un suono che cerca mondi altri, paralleli, sconfinati, deserti di colori pastello non determinati a priori, un fade out che mi significa l’infinito a perdita d’occhio…
“Olimpo diverso” sembra quasi un testamento di appartenenza nonostante tutto, l’aver capito le finzioni e le maschere di questa indecente realtà come primo passo per sentirsi liberi da un “cancro” sociale che omologa tutto e tutti. Siamo dentro un disco pieno di ispirazione, forte di un’urgenza ragionata e mai urlata con isterica ossessione… siamo dentro un lavoro che va ascoltato più e più volte, che ad ogni giro di disco l’olimpo cambia… è diverso… ma sempre lo stesso… che ne sarà di noi in questa inutile regola che abbiamo ormai di dentro.

