Io li ricordo questi “scapestrati” come corredo sonoro al cantautore Francesco Porro. Ora la firma è collettiva, comunitaria… identitaria di una forma e una voce che sia una soltanto. La Compagnia Scapestrati torna in scena e lo fa con un disco che suona d’estate e di terra, di popoli in festa e di tramonti da contemplare… suona di corde e di mani artigiane e non poteva essere altrimenti. Si plana nel tempo passato dei sogni e dei ricordi, mescolandoli opportunamente, tra personaggi e allegorie… che quasi li vedo i loro vestiti e ne sento la loro voce. È un bel viaggio di storie…

Un collettivo, una famiglia… attorno al cantautore Francesco Porro… cosa distingue il solista dal “collettivo”? Che rapporto scende in campo?
Siamo tutti sullo stesso piano, lavoriamo insieme alle canzoni, infatti dopo un breve periodo dove abbiamo messo il mio nome (Francesco Porro) davanti a La Compagnia Scapestrati abbiamo deciso di uscire con questo album col nome del collettivo che ha sempre rappresentato tutti noi. Io scrivo i testi delle canzoni, questa è il mio ruolo, oltre a quello di cantante e chitarrista ritmico.
E nei suoni? Chi si identifica con cosa? Come si scelgono?
I suoni sono stati curati, così come l’intera produzione, da Massimo Galli, chitarrista del gruppo, lui ha dato la sua impronta stilistica a questo album. Veniamo tutti da ascolti ed esperienze diverse: il bassista (Leonardo Borghi) e il batterista (Diego Caroppo) hanno delle belle esperienze nel jazz, hanno studiato entrambi al conservatorio, questo riesce a dare ai nostri live una bella imprevedibilità, Massimo e Alessio vengono dal blues e adorano tra i tanti i Beatles ed i Pink Floyd, io sono un amante dei cantautori e della musica del mondo, da queste differenze nasce La Compagnia Scapestrati.
A proposito di suoni ho come l’impressione che sia tutto molto sognante (d’altronde come il titolo indica)… anche le chitarre e le batterie… tutto molto “lento”… vero?
Si, queste canzoni hanno un’aria onirica che le avvolge, sono immagini sfuocate che piano piano appaiono nitide.
Le parole… che rapporto c’è con la scelta delle parole? Un taglio pop che include un poco tutti quanti… secondo voi la canzone d’autore deve fare questo o devo star oltre le abitudini?
In questo lavoro ho cercato di lavorare di più con le immagini, raccontando persone e situazioni, i concetti che esprimo sono sempre coerenti con quello che ero dieci anni fa, ma ho sentito l’esigenza di raccontare una persona alla volta cercando di andare ad osservare meglio alcuni aspetti umani. Non penso mai prima di scrivere un brano a dargli un taglio pop, l’unica cosa alla quale sto attento è che ogni canzone non si sveli del tutto, che mantenga un segreto, delle diverse possibilità di interpretazione, questa è la bellezza delle canzoni, cento persone che ascoltano che si immaginano cento storie un po’ diverse tra loro, sarebbe interessante intervistare chi ascolta e chiedergli cosa si è immaginato, lo farò.
A chiusa un gioco di parole alla Marzullo: si sogna da un ricordo o si ricordano i sogni? In ogni caso: serve evadere dalla realtà?
5) Un ricordo può sicuramente riaccendere un sogno interrotto e sicuramente bisogna ricordarsi di sognare, il sogno è il motore delle nostre idee, ricordare significa richiamare nel cuore, sono due parole molto forti, i personaggi delle canzoni, immaginati o conosciuti nella realtà, ci ricordano l’importanza di avere sogni. Più che evadere dalla realtà serve avere degli spazi dove vivere ed esprimere la propria, ma bisogna avere coscienza di quello che ci circonda avere la capacità di saper leggere il nostro tempo.

