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Cristiano Angelini – L’ombra della mosca

Un disco in cui non c’è una parola o una nota fuori posto.

di Fabio Antonelli

Ad ascoltare questo disco che è l’esordio del cantautore spezzino Cristiano Angelini, anche se ormai bazzica sui palchi da anni e all’anagrafe non è certamente più un giovincello (va per i quarantaquattro), s’intuisce sin dalle prime note di trovarsi tra le mani un disco di gran qualità, anzi uno di quei prodotti di puro artigianato musicale come ormai se ne trovano davvero pochi.

lombra-della-moscaD’altronde per rendersi conto di ciò, basterebbe osservare la cura del package, quegli splendidi scatti in bianco e nero realizzati dalla Hasselblad (pensavo che il mitico dorso 6×6 fosse solo un lontano ricordo) di Daniele Barraco che ritraggono Cristiano in ambienti che sanno di vissuto e di passato oppure le indicazioni certosine di certi dettagli come il fatto che tutti i glockenspiel suonati nel disco sono di proprietà di Max Manfredi, proprio il cantautore genovese vincitore della Targa Tenco Migliore album del 2009 con “Luna persa” quale migliore album dell’anno 2009” con il disco Luna persa con il quale qui condivide non solo i glockenspiel ma anche una parte della Staffa, ossia il gruppo di musicisti che da anni accompagna Max ossia Marco Spiccio, Federico Bagnasco e Matteo Nahum, quest’ultimo anche autore degli arrangiamenti e direttore artistico dell’intero progetto.

Sarà forse per questo motivo che il disco ricorda un po’ il terreno in cui si muove l’amico Max, compagno di tante notti insonni, se non altro per alcune scelte strumentali e la cura estrema di ogni dettaglio, la bellezza di ogni singola parola scelta con cura maniacale, ma tutto ciò non è certamente un difetto anzi, una volta tanto i riferimenti non sono i soliti Paolo Conte o Fabrizio De Andrè come per tanti altri artisti.

I punti di contatto però direi che finiscono qui perché, seppure Cristiano Angelini abbia una buona voce, non è certo paragonabile a quella di Max e si avverte ancor più quando ad entrare in gioco nella canzone che dà il titolo al disco, è proprio lo stesso Max, cantando i versi “L’odore del sangue rappreso è misto alle spezie d’Oriente / Rumori di gente che vive / Dentro ai bagliori d’Occidente / E i pochi sorsi tradiscono la diffidenza / Di una tacita alleanza / Tra l’illecito e il bon ton”. Max ha sicuramente una voce più tenorile, più duttile e profonda, con quella particolare r che lo rende inconfondibile, ma Cristiano certo non sfigura nel duetto.

In più Cristiano ha dalla sua uno stile che denota grande umiltà, non è tipo da imporre il proprio personalissimo mondo, è piuttosto artista sensibile che si porge con grande tatto e lascia a chi lo ascolta la scelta se aprire la porta d’accesso al proprio mondo interiore fatto di sogni, illusioni, disillusioni fino alla più tenera commozione o se tirar dritto per la propria strada pena però l’inevitabile rinuncia a lasciarsi profondamente emozionare.

Direi che è però giunta l’ora di rimettere nel lettore questo disco ormai consunto dal tanto girare nel mio lettore ed affrontare questo viaggio virtuale tra i solchi, pardon non esistono più negli attuali cd, cercando come un nuovo Virgilio di farvi cogliere almeno qualche preziosa sfumatura.

Ad esempio “Il profumo del canto” che apre il disco è introdotto in maniera spumeggiante da una profonda cavata di violoncello da Stefano Cabrera subito intrecciata da ispanici arpeggi della chitarra di Matteo Nauhm, è un brano molto ondivago, con influenze che spaziano dal flamenco al jazz, ricco di nostalgie suggerite soprattutto dalla fisarmonica di Franco Piccolo, il testo è di un’accuratezza folgorante fino al gran finale “Ora veglio la notte aspettando una luna falena / L’aspetto col piatto dorato ed i fiori di tiglio / Per donarle il profumo del canto di un amore vissuto / E chiederle in cambio quel bacio che mi fu rubato”.

“L’aroma del caffè” può essere considerata una pausa comunque mai scontata e banale prima di un grandissimo brano ricco di magia e dall’atmosfera dolcissima come “La juta di Klaus”, è la storia di un barbone che “Trascinava dentro notti insonni un grande sacco di juta / e adorava i lampioni, le stelle della sua vita. / E nessuno più ricorda quando arrivò in paese / forse ai tempi dei maghi o della caccia alle streghe. / Inseguiva a passo lento il volere dell’ombra / coi piedi lasciati ribelli all’umor della terra / rubava il profumo alle donne per saperne il sapore / e lottava coi mostri feroci del suo troppo bere” e che grazie alla magia visionaria dell’artista si trasforma ormai stanco e stremato “Forse aveva troppo poco tempo per partire ancora / E la luce gli tinge i capelli di aurora / Oppure era solamente stanco dei suoi piedi scalzi / E del sacco di juta, con i sogni degli altri” nel vecchio barbuto munito di sacco più famoso del mondo “E poi lascia il sacco in una strada scelta a caso / Tra le tante percorse, quasi fosse un intruso / Che tu faccia buon viaggio, vecchio Babbo Natale”.

Non si scende certo di livello con la successiva “La polvere dei guai” dove Cristiano condivide il canto con un’altra voce famosa, quella di Vittorio De Scalzi, quali versi evidenziare tra quelli che compongono quest’affresco che ci narra tutta la sofferenza del viandante? Io direi questi “E poi, con le mani come artigli / Strappa il velcro della sera / Sveglia i miei demoni / Benda i miei angeli / Rimane lì”.

La successiva “La conta dei passi” un crogiuolo di pensieri profondi e splendide intuizioni accompagnate dall’infinita dolcezza del violoncello e del pianoforte, bastano versi come “Offro il banchetto all’assassina / Che ha ucciso la mia infanzia / Chiedo al genio della lampadina / Soltanto resistenza” a rendere l’idea della genialità mista a grande sensibilità di Cristiano. Affascina la presenza quasi solenne del corno francese e la delicatezza del glockenspiel.

Davvero notevole per tema trattato e svolgimento è “L’iscariota”, canzone in cui Cristiano fa sua una nuova tesi sulla figura tutta umana dell’apostolo Giuda Iscariota, da colpevole del tradimento più famoso della storia dell’uomo diviene così artefice del pieno compimento della missione di Cristo, ecco le sue parole “Così lascio alla storia il nome del traditore / Ed un sosia impiccato alla morale dell’umanità / Porto dentro uno scrigno ben chiuso il mio gesto d’amore / Senza il quale il sacrificio non si compirà”. La voce di Cristiano s’intreccia con vera maestria a quella di Nives Agostinis.

Dopo una canzone così è difficile viaggiare ancora alti, però “Aisha la maga” riesce a non sfigurare, grazie al suo carattere fantastico e lo strizzar l’occhio a musicalità vagamente medio orientali, c’è poi l’instancabile ricerca sopraffina nell’uso dei termini che porta a versi come “Mi chiama, appoggiandomi addosso un ricordo sottile / Salvato di frodo e prezioso zaffiro di stella / Che culla i miei passi distratti con tocco gentile / E mi appende a quel filo di labbra sapor di cannella”. E’ poco?

E’ il momento del brano che dà il titolo all’intero lavoro, “L’ombra della mosca”, un grande pezzo che la presenza di Max Manfredi, come già detto più sopra, non fa che rendere sontuoso. A colpire è soprattutto l’atmosfera dell’intero brano che sembra quasi sospesa nel tempo anzi, direi senza tempo, come un nuovo classico destinato a non uscire mai di moda, da riascoltare all’infinito, per uscirne intrisi di malinconia.

C’è ancora spazio per due canzoni, la prima è “Il baro” capace di descriverci l’arte, ahimè infranta, di un baro quasi fosse un epico romanzo “Il suolo accoglie cortese / La fuga dei re e dei fanti / Arcieri fedeli in invisibili lotte / Come dardi assassini e imponenti”, bella la presenza a tratti inebriante del violino, fino alla dolcissima chiusura condotta ancora una volta dal violino cui s’intreccia il glockenspiel, la seconda è “Stagioni” forse la canzone più classica del disco, almeno come struttura, capace però di lasciare dentro chi ascolta il desiderio di affrontare altre nuove canzoni di Cristiano, quasi fosse un promemoria messo lì a ricordare quanto è piacevole ascoltare canzoni così ben scritte.

Non è ancora tutto, perché non fa a tempo a chiudersi il pezzo che decolla un delizioso brano, un po’ stile osteria, scritto da Cristiano per l’amico Luciano Barbieri, mitica figura dell’infermeria del Tenco, cantato a più voci da un gruppo di amici cantautori genovesi, a voi ovviamente il piacere di scoprirne i nomi, non citati, nel libretto.

Non ho detto nulla, lo farò ora, della piacevole cover di “La libertè” del compianto Franco Fanigliulo, artista spezzino da troppi dimenticato ma ancora attualissimo grazie al suo stile dissacrante ed irriverente come dimostra bene il magnifico affresco d’Italia pescato ad hoc da Cristiano tra la sua discografia per rendergli giusto omaggio.

Forse si sarà ormai capito, ma questo disco di Cristiano Angelini mi piace e molto, perché non c’è una parola o una nota fuori posto, perché parole e musica si equivalgono per qualità e peso, c’è perfetto equilibrio tra vuoti e pieni, ci sono potenza evocativa e grazia nel canto, insomma un disco proprio ben fatto.

Cristiano Angelini ha rotto il ghiaccio, che la sua musica possa prendere il largo, le potenzialità ci sono tutte.

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Redazione Bravo!

Biografia di Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

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