in

Franco Boggero – Lo so che non c’entra niente

Esilarante Esistenziale

Recensione del disco di Franco Boggero “Lo so che non c’entra niente”

Condividi

Gli ascoltatori superficiali poterebbero definirlo jannacciano, per l’ironia che pervade ogni suo verso e per la maniera di porlo.

Ma Franco Boggero ha uno stile assolutamente proprio, che lo ha fatto arrivare alle vette del Premio Tenco dopo essere stato considerato da anni, a ragione, una delle voci da ascoltare del cantautorato italiano.

Uno stile, quello di Boggero, intriso di idee poetiche e di una cultura da storico dell’arte che spesso va a tangere campi altri, subito accanto alle canzoni. La divertentissima traccia n.8, L’Appartamento, è figlia di queste attitudini.

Ma andiamo con ordine.

Non farmi dire di più in apertura è una scelta felice. E’ importante l’indice in un album. Soprattutto se odora di dichiarazione d’intenti. “Siamo sordi tutt’e due/ ma chissà perchè ci guardiamo e stiamo zitti/ Silenziosa va questa cosa tra noi/ ha un po’ paura ma c’è”. La poesia del non detto, di un rapporto che pare andare bene, ma che per scaramanzia… non diciamo di più, appunto. Delizioso il pianoforte d’accompagnamento. Una seconda voce che viene dalle mani.

“Mi sono quasi perso nell’inserto gigante di un oscuro giornale biellese/ sul divanetto blu dell’ufficio postale di ‘sto maledetto paese”. Un paese. E’ la seconda traccia, Malpaese. Dalla poesia del non detto alla poesia della quotidianeità, dove una scelta logistica, o una geografia che ti è saltata addosso, fa sì che una qualunque scelta che ti accingi a intraprendere diventi “rischiosa”. “E se ripenso a te ridivento cattivo/ quasi quasi mi faccio paura/ parlando dell’amore è difficile dire a che serve una mezza misura”.

Boggero-San Tommaso nella terza traccia dell’album trasforma il celebre motto “non vedo, non credo” in Non ti vedo, non ti credo, in un ritmo che a detta dell’autore “non è un bolero/ credo sia un bolero/ gli assomiglia…”. Divertente e trascinante, Ben collocata nella successione dell’album.

La traccia n.4 ci spiega cosa succede Se qualche volta la dolcezza ci preoccupa. Noi siamo avvolti di pensieri/ e questo è un limite”. Esiti di pensiero notevolissimi, sempre estratti dal quotidiano; ma a volte una spanna più alti. Vale la pena di ascoltare questo pensiero, di lasciarsi parlare dentro.

Dolcissima la quinta traccia, che dà il titolo all’album: Lo so che non c’entra niente. “L’intonaco nuovo di questo edificio/ ha detto un esperto che fa proprio schifo/ Non gli domandato chi era/ Comunque col tempo ha detto che migliora”. L’ironia è un traguardo, non è un punto di partenza. “…e poi c’è quell’altro col martello in mano/ Chissà dove batte/ e perchè/ Cos’ha da inchiodare/ tra le due e le tre”. La ripartenza è una caratteristica di un brano complesso, pieno di pause ritmiche e tematiche. “Amore ti amo/ Lo so che non c’entra niente”. Il nucleo non ha bisogno di essere giustificato da attente introduzioni. Qualsiasi attenzione è trascinata da questo brano in un vortice appassionante: la sorpresa.

L’ha fatto cadere è forse la più divertente dell’album. Senz’altro la più teatrale. Bisognerebbe trascrivere tutto il testo. Una canzone ben congegnata e ben recitata. “Ma sei matto? Sei impazzito? Ti inciampi nei piedi di papà? Mariangela, Nicola sanguina. Vai a prendere qualcosa. Sta gocciolando”. Questo è il parlato iniziale. Non ci sono tanti artisti in giro con questa apparente disinvoltura. Che è senz’altro facilità di scrivere. Ma che prima di tutto è spessore. “Ma sono domande da fare? / No, dico, se sono domande da fare? / E’ lui che è caduto/ Io stavo seduto/ Leggevo il giornale/ Ma lui… / deve fare il balordo lui/ E suona la tromba e galoppa/ e fa tanto che cade/ E io stavo seduto/ leggevo il giornale/… Ma sì che lo stavo a guardare/ Ascolta/ Io stavo seduto/ Fumavo/ Avevo il giornale/ Però lo vedevo/ Gli ho detto stai fermo/ Tenevo le gambe così Angela !/ E lui mi passava davanti e zicchete e zacchete/ è stato un momento… e tu stai attento Nicola, che rischi, non sai quanto rischi…”

Un altro splendido respiro di pianoforte apre la sesta traccia dell’album, Sfumature. Sono sfumature di un barbiere metafisico, che sembra tagliare il tempo, rallentandolo e velocizzandolo a suo piacimento. Questo gradevolissimo brano, appena appoggiato a un istinto malinconico, raggiunge dei picchi altissimi come “Sono uscito con le orecchie nel vento/ respirando tramonto”.

“Vivo all’interno del centro storico/ solo nel mezzo del centro storico/ Sto in una casa del 1100/ Anzi mi sembra 1200/ Potrebbe essere 1300/ Non mi ricordo la cilindrata…” E’ L’Appartamento. E’ la canzone che più di tutte nel disco risente delle reminiscenze culturali del Boggero storico dell’Arte.“Con i soffitti a 3,90/ il riscaldamento ci mette un po’/ Ma c’è lo spazio per un soppalco/ Anche per due/ Non ne ho bisogno”. Gustosissimo e sempre presente però il ritorno al vissuto spicciolo, cifra connotativa della poetica boggeriana. “E io le ho detto che vita è/ se non la tieni sotto controllo/ Ti lasci andare e sei finito/ Prima volta non lavi i piatti/ La volta dopo non apparecchi/ Poi ti ritrovi con un pacchetto/ Prosciutto cotto/ E te lo mangi lì nella carta/ uguale ai gatti”. Probabilmente è Arte quello che riesce ad allontanarti dal vissuto, e allo stesso tempo quello che ha la potenza di fartelo sentire come altro da te, e accettarlo. In questo, l’ironia appare come un’arma indispensabile.

Bello, bellissimo l’incipit di Asfalto. “Il Bancomat quello qui sotto è fuori servizio/ e al di là del cristallo c’è uno che passa uno straccio/ Mi grida qualcosa ma sono parole blindate/ E uscendo mi trovo davanti una specie di prete”. Sarà perchè è dei quartieri alti, ma il prete risulta “antipatico” al nostro protagonista. Da qui il suo bisogno di chiudersi, sempre adagiandosi all’occorrenza. “Lasciatemi andare da solo che voglio sentire/ attraverso la suola sottile dei miei mocassini/ spessori diversi di toppe d’asfalto e tombini/ Io provo a pensare coi piedi nel modo migliore/ L’asfalto che aspetta l’Estate perchè vuol fumare…”. Soprattutto la congiuntura astrale è una: “c’ho da fare un bancomat!”. La capacità del ritorno è una dote che evidenzia l’abilità di guida nel viaggio. L’esito è esilarante esistenziale, categoria che si può coniare per gran parte delle canzoni di questo affascinante lavoro.

Insomma, ho visto un tipo, un tale, un bonhomme/ nella più classica delle baracche/ e si cuoceva due uova/ c’era un odore viscerale di uova”. Si ritorna su toni meno immediati, più sottili. Non perchè in nessuna parte del disco si possa ravvisare un’intenzione grezza o superficiale. Semplicemente Bonhomme proietta l’ascoltatore in un mondo grande quanto trascurato, dove un odore particolare può entrarti attraverso l’olfatto in qualche buona fetta d’anima. “Da lì seduti si vedeva un pontile/ e mi è venuta la voglia di andarci/ perchè le tavole suonano se ci cammini sopra/ fanno un bel tuono/ Lui dice <è vero/ là sotto c’è acqua/ è tutto un gioco di onde sonore/ E’ uno xilofono grande/ Mancano solo le bacchette/ e un gigante>”. Mi sembra l’immagine più suggestiva del disco.

Mario è di nuovo una grande sorpresa. Davvero. “Cinzia ama un centravanti di serie D/ ma che gioca coi calzini tirati giù/ e si vorrebbero sposare/ ma il padre di lei/ suggerisce di aspettare ancora un po’/ Questo padre è un uomo strano/ Un ex combattente/ che di football non capisce niente/ o quasi niente/ <La sapete raccontare -lui dice- però/ c’hanno tutti i parastinchi/ Mario no”. Il mondo di Boggero qui esce bene. E’ un mondo buono. Un mondo dove si profuma di “dopobarba da tabaccheria”. Un mondo dove un’abitudine può apparire una dichiarazione poetica, come il calcio in questa splendida metafora: “Noi concepiamo un calcio un po’ lombrosiano/ che ogni ruolo vuole un fisico, un modello umano”.

La musica della dodicesima traccia in apertura mima una locomotiva. Il brano sì intitola effettivamente L’aria che butta il treno. “Uomo dagli occhi tondi/ donna dai forti fianchi/ giocate con le mie perplessità/ e intanto il treno vola e il tempo va”. Dovendo raggiungere quella “fetentissima città”, Boggero archivia tipi umani e torna a sé con un’affermazione programmatica: “mi viene una tristezza della vita/ con un senso quasi comico di quello che non va”. Potremmo azzardare un ampliamento di questa analisi a uno spettro che si estende oltre questa ritmatissima canzone.

Linea d’ombra è un’altra pausa metaforica, dove il piano di Boggero gioca d’interdizione, e regala un io drammatico e definitivo. Il protagonista della canzone trova “quella sensazione di caduta rallentata” e inaspettatamente si addormenta. Splendido e dolce commiato. Tutto il brano è in punta di piedi. Tra considerazioni visionarie che sarebbe riduttivo riassumere, questo brano da scoprire lascia tra oniriche righe un’impressione di fondo del protagonista: “Non so cosa pensare di me/ i conti non mi tornano più”.

Si chiude con Chimica. “Avevo l’intenzione di brindare a questi due che oggi si sposano/ Magari si ameranno anche domani ma non ci scommetterei”. Il Boggero disincantato ci regala una chicca in chiusura, degna conclusione di un’agile e convincente struttura complessiva. E’ con le donne che “ci vuole chimica”. Altrimenti? “Meglio star zitti, non si sa mai”. E quest’ultima sentenza la estenderei a chiunque voglia ascoltare qualcosa che non dia l’impressione di sprecare il proprio tempo. Il silenzio, in questo abbracciarsi di parole inutili e violente, potrebbe essere un’efficace risposta. Allora torniamo gregari, come un contiano Boggero armato di kazoo, e andiamo a testa bassa a scoprire questi capolavori nascosti. Con la certezza che lo saranno sempre meno. Non capolavori. Nascosti, dicevo. Si era capito, no?

Eugenio Ripepi

www.eugenioripepi.com



Condividi


Biografia di Eugenio Ripepi

Leave a Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vota l'articolo!

Marco Ongaro – “Canzoni per adulti”

Fabrizio De Andrè – Vol. 8 (Dischi Ricordi)