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Guido Maria Grillo

A quel tempo io ero un ragazzo (…e giocavo a ramino e fischiavo alle donne). Se la memoria non mi inganna, era il finire del 1993. Dalle selezioni di “Sanremo Giovani” uscirono, in tutti i sensi, “Iodio” e “Voglia di gridare”. A cantarle erano dei giovanissimi Bluvertigo da una parte e un Daniele Silvestri con tanto di codino dall’altra; già si poteva intravedere quello che sarebbero diventati di lì a pochi anni. Cosa c’entra questo con Guido Maria Grillo? C’entra, perché anche lui ha avuto la possibilità di condividere un destino simile. Si è presentato alle selezioni dell’ultimo Sanremo con il brano “Le mie lacrime”. Brano che avrebbe potuto portare Guido davanti a un pubblico decisamente più vasto. Invece, non solo è stato scartato ma, a sentire i fatti, sembra aver subito una sorta di “discriminazione”. Il regolamento prevedeva, infatti, che i video delle canzoni escluse fossero pubblicati on-line sul sito www.sanremo.rai.it. Cosa che, in questo caso, non è avvenuta.

Guido nasce a Sapri nel 1981. Musicalmente, inizia a fare i primi passi nei salernitani Madeira (all’attivo solo un demo nel 2003), per i quali canta, suona la chitarra e compone i brani. Nel disco ritroviamo al pianoforte anche Mario Perazzo, altro pezzo della band. I Madeira ebbero, all’epoca, un discreto successo, tanto da aprire, tra gli altri, i concerti di artisti come Il Parto delle Nuvole Pesanti, Max Gazzé, Francesco Renga e Le Vibrazioni. Forma e sostanza, direbbero i Csi. Poi, Guido consegue una laurea in Filosofia con la tesi su “La Buona Novella” di Fabrizio De Andrè; un modo per dichiarare gli intenti e il percorso musicale che, di lì a poco, avrebbe intrapreso.

E saranno tanti gli omaggi a Fabrizio De André, di certo uno dei punti di riferimento di Guido (citiamo solo gli spettacoli “Pensieri, musica e parole di Fabrizio De Andrè” e “Mille anni ancora”).

Dopo lo scioglimento dei Madeira e il trasferimento a Parma, arrivano i primi concorsi vinti, come Musica ControCorrente nel 2006, con il brano “L’equilibrista”. L’anno dopo nasce un’altra creatura grilliana: MATERIAoff, Laboratorio artistico, circolo culturale e caffè letterario nel centro della città (dove, restando in tema musicale, avranno modo di esibirsi anche Marco Parente, Max Manfredi, Moltheni e Cesare Basile).

Tutto questo a dimostrazione che definire Grillo solo un cantante diventa quantomeno riduttivo. E questo disco, totalmente spiazzante, ne è una conferma. Fino all’ultima canzone, non si riesce a capire davanti a cosa ci si trovi. E’ un disco che stordisce. Disorienta. Accattiva.
Ascoltare questo esordio, come direbbe un’amica, “dilata il tempo, sottolinea le cose”. E lascia sospesi. Interrogarsi su cosa sia oggi la canzone d’Autore (quella con la “A” maiuscola) diventa una conseguenza naturale.

Non serve ascoltare il disco passeggiando per strada, in auto mentre ci si reca al lavoro o stando seduti in casa. Bisogna trovare il momento e il posto giusti. Quest’album mi ha trovato in un giorno di pioggia. L’ombrello chiuso e le canzoni addosso. E mi è tornata alla mente la prima volta che ho ascoltato il live di Marco Parente, quello con la Millenium Bugs’ Orchestra. La stessa sensazione di disperata tranquillità. E’ un disco che ricorda, suggerisce altri lavori, lasciando intrappolata la mente in un vortice di continui déjà vu. Allo stesso tempo, però, non assomiglia a niente di quanto già si è sentito. E’ un disco alla Guido Maria Grillo, coraggioso, energico, malinconico, elegante e disperato.

A mio avviso, le canzoni migliori dell’album sono “Ferite di guerre”, “Solitudine” e “Inutili parole”. Continuando l’ascolto, in “Un fiore va a dormire” si possono trovare echi dell’ultimo De Andrè e di un De Gregori fine anni settanta. E in tutto il disco, si avverte il percorso di Andrea Chimenti, la maledetta genialità di Buckley e la delicatezza di Antony. Nove canzoni di ricerca che provano a unire la tradizione e la poesia. Non è un caso che a Parma Guido Maria Grillo abbia avuto modo di debuttare con “Me-dea della sua grazia“, spettacolo scritto, suonato e cantato dal vivo al PARMA POESIA FESTIVAL 2008, una delle manifestazioni più importanti per quanto riguarda la Poesia, con la partecipazione di Francesca De Angelis. Uno spettacolo a metà tra il teatro di ricerca e la “dimensione concerto”.

Ci troviamo davanti a un disco che merita di essere ascoltato con un’attenzione quasi devota, in cui i testi fanno da contrappunto alle musiche, rivestendo anzi un ruolo da antagonista. E diventa difficile mantenere la concentrazione in alcuni passaggi del violino di Rocco Rosignoli, così come è facile distrarsi con la pioggia di “Le nostre verità” o con il fruscio di un vinile in “Quello che resta”. E’ un disco impegnativo, sofferto, malinconico, dai testi alle musiche; di quella malinconia che resta nelle cose che si osservano da vicino. Malinconico ma non triste. Un disco che lascia pensare.

E mi chiedo se anche Guido riuscirà a trovare lo stesso spazio che, dopo quella selezione mancata, riuscirono a prendersi Daniele Silvestri e i Bluvertigo, seppur con stili molto diversi. Ma erano altri tempi (nelle tv c’era VideoMusic) e di ben altro spessore e lungimiranza erano i discografici (basti pensare a Francesco Virlinzi e Renzo Fantini).

Il limite di Guido Maria Grillo, se proprio vogliamo trovarne uno, è l’essere nato in Italia. Se fosse nato, per fare un esempio stupido, in Inghilterra, oggi sarebbe un “caso” musicale. Ma Guido, come abbiamo visto, è un artista poliedrico, intelligente e pieno di risorse. E vista anche la giovane età, non mi sorprenderebbe se da qui a qualche anno facesse parte di una nuova corrente di cantautori, da Dente a Mannarino, da Vasco Brondi proprio a Grillo.Perché dopo quello parlante, è arrivata l’ora del Grillo cantante.

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