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Jacopo Perosino: il dissenso e il romanticismo si incontrano

È un disco difficile nelle sue distanze dalle mode. È un disco esterno ai cliché ma neanche troppo. Di sicuro è un disco in cui l’istinto vince sulla matematica, dentro cui l’espressione ha una ragione più pesante del riscontro sociale. Jacopo Perosino poi a questo disco da il titolo di “Estramenia”, alludendo a quanto mondo altro esista fuori dai nostri fedelissimi ripari di confort. Sono pochi brani ma dentro c’è la storia, c’è l’amore, c’è la società del precariato e dei direttori. C’è la sua personalissima dimensione di rivoluzione

La canzone d’autore in questo disco sembra cercare smagliature teatrali o comunque di recitazione. Vero?
Mi piace il linguaggio teatrale perché nella finzione è portatore di verità, in pratica il meccanismo inverso a quello dilagante delle fake news che sono frottole ammantate di verosimiglianza. Non so recitare ma mi piace scrivere sceneggiature, magari descrivere nel dettaglio i paesaggi, la scenografia. Se la canzone e il teatro si trovano a queste latitudini, ben venga.

La parola rivoluzione è importante. Peraltro per te è terrestre come a dire che c’è anche una dimensione extra-terrestre? O come ad alludere al cielo e a tutto quel che ci mostra nella spiritualità?
La parola rivoluzione è sicuramente importante per me ed era importante per questo Ep che, non a caso, apre e chiude con questa parola anche se posta in contesti diversi. D’altronde la rivoluzione è anche questo: un moto rotatorio e costante. Proprio da quest’ultimo spunto va detto che mi piacciono i crittogrammi e i giochi di parole e nel titolo “La rivoluzione terrestre” il termine acquista quella duplice accezione che diventa più interessante se calata al tema portante della canzone.

Louise Michel e la Comune di Parigi. Cosa ti porta a questa storia?
Direi il caso e un po’ di curiosità. Era luglio 2012 e mi trovavo a Parigi per la prima volta. Nello specifico stavo visitando il cimitero Pere Lachaise: in mezzo alle tombe di personaggi celebri, ho notato una targa bronzea su un muro. Era la commemorazione degli ultimi comunardi caduti nei giorni della presa di Parigi quando, circondati dai militari, si barricarono nel cimitero e non ne uscirono più vivi. Ho iniziato a studiare l’esperienza della Comune da un punto di vista storico e sociologico perché è una pagina completamente ignorata dai libri di storia nelle scuole italiane. Poi è arrivata la scoperta della figura di Louise Michel e di tutte le comunarde che hanno proposto, nel 1871, un modello di parità di genere che ancora fatichiamo ad accettare.

Ti cito o quasi: non scrivi barre dal 2004 e pensavi che i cantautori fossero noiosi. Ci vogliono emozioni. Beh ti chiedo: oggi mancano le emozioni. Decisamente. La scrittura spesso è solo estetica. Come ti confronti e come dialoghi con questo scenario?
Forse un po’ provocatoria ma non così distante dalla realtà. In casa mia non si ascoltavano i cantautori che ho imparato ad apprezzare più tardi, eccezion fatta per Bennato con Burattino senza fili che mia madre mi faceva ascoltare. Per quanto riguarda il presente, fortunatamente, mi confronto con uno scenario piuttosto florido di bravi scrittori di canzoni. Tutt’al più possiamo discutere del fatto che nessuno di loro partecipa a talent show, non passano spesso sulle principali radio (esclusa la Rai) e le loro canzoni non accompagnano balletti su nuove piattaforme social. Questo non li aiuta nella diffusione popolare.

A proposito di estetica manca un lavoro di video e di social network: oggi la canzone d’autore passa anche da li. Eppure? C’è chi fa la sua rivoluzione terrestre?
Per ora ho pubblicato un docu-video loop che mostra di come i muri raccontano la città in cui vivo. Ho in progetto un altro “docu-videoclip” che sto cercando di capire come poter fare: purtroppo le idee non mancano ma è necessario fare i conti con i budget. Creare contenuti accettabili e interessanti richiede tempo e soldi e io, per indole, anziché rischiare di condividere cose sciatte non condivido nulla. Quindi se la mia attività sui social è giudicata come scarsa è dovuto a questo fattore unito al fatto che, in primis come fruitore o utente passivo, i contenuti social non mi interessano granché, preferisco leggere libri, guardare film (le serie tv meno) e ascoltare album. Quindi non è affatto una qualche forma di marketing ma, paradossalmente, sto raccontando di me molto più di quanto farei con un contenuto studiato che certamente non mi apparterrebbe.

Che rapporto hai con l’immagine in generale?
Le immagini, se hanno il potere di raccontare qualcosa, mi affascinano. Ma vivo in una società che parla di immagine ma poi la teme. Parlare di qualcosa che si teme è la base di ogni religione, credo sia per questo che si parla oggi di culto dell’immagine. Voglio dire, censuriamo i capezzoli dai social network! Nemmeno tutti, in realtà. Solo quelli femminili!
Per quanto riguarda la mia immagine, penso che venga sempre dopo quella delle canzoni che scrivo o almeno così vorrei, semplicemente perché me ne frega di meno. Sono vanitoso delle mie canzoni più che di me stesso. Un caro amico mi raccontava invece di come la cd. GenZ stia riscoprendo la musica suonata purché abbinata ad un discorso estetico: look, abbigliamento, linguaggio, ecc. Io questa cosa la trovo molto interessante da osservare ma non mi interessa affiliare la mia immagine, lo trovo limitante. Così posso invece essere un giorno un punk berlinese e l’altro un suonatore di Tango di Rio della Plata a inizio ‘900 oppure un hobo alla Woodie Guthrie.

Il disco si chiude, come ho citato, con “Canzone da muri”. E qui un certo soul americano la fa da padrone. Come mai questa direzione? Ha un senso narrativo, una ragione? Che poi la copertina di questo singolo sembra assai uscire fuori da tutto…
Il brano è una spoken song che potrebbe, talvolta, rassomigliare a qualcosa di ibrido, rubato dalla cultura hip hop. Gli arrangiamenti e la scelta melodica del ritornello sono invece più rock e R&B e tutto questo, in generale, è stato un personale tributo ai primi generi musicali che mi hanno affascinato in adolescenza. Eravamo a cavallo di millennio con le ultime scie dell’onda nichilista che ha pervaso la musica nel decennio dei ’90. In Italia, con un po’ di ritardo, stavamo vivendo un momento nel quale i giovani (in realtà un po’ più vecchi di me) identificavano le canzoni come strumento di identità, per urlare a gran voce nuovi modelli sociali ed emanciparsi da quegli sfigati degli yuppies anni ’80. Poi a Genova nel luglio 2001 è finito tutto, tra il sangue. La copertina è un murales che ho fotografato a Exarcheia, il quartiere anarchico di Atene, teatro di parecchie manifestazioni e scontri sociali. C’è un soggetto che pare urlare qualcosa, costretto tra le mura e sotto un bambino che corre, sfuggente, libero. A me sembrava un’ottima cornice dove incastonare il quadro di questa canzone.

Biografia di Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

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