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Miriam: tra passato e futuro, tra il classico e il digitale

In circolo “A squarciagola”, un esordio che ha salvato la vita

Si respira l’urgenza, si respira quel certo modo di giocare alla vita per poi scoprirla e infine saperla raccontarla a se stessi. Miriam sforna un album dal titolo imperioso “A squarciagola” ma senza promettere il bel canto urlatore ma quella posa melodica propria della scena indie di oggi. Certamente l’ingenuità di tante cose sono anche figlie di questa urgenza… ma è la voce che cerca e segna gradi di personalità per niente scontati. Tracce del passato, i grandi e soliti riferimenti artistici… ma io direi che proprio in questo lavoro vocale, certe ombre e tracciati comodi sembrano dissolversi o comunque si manifesta quel coraggio ad ignorarli e far da se. Indaghiamo da vicino, la parola, il modo, la forma… e anche questo tipo di urgenza che va gridata.

La parola. Partiamo da qui: liriche liquide che scivolano, liriche che
abbracciano il tempo che viviamo. È così?
Ho sempre amato giocare con le parole e con il loro suono. Scrivere per me è un processo molto veloce perché quando mi ritrovo a giocare con le parole poi è come se producessi una cascata di versi ed emozioni che si fondono insieme dando voce a ciò che non sarei riuscita a dire senza dei versi. Spesso le mie sono liriche che rincorrono il tempo, per poi prenderlo e tenerlo con loro. Lo avvolgono più che abbracciarlo, le parole amo fonderle con la musica, nascono quasi sempre insieme ed insieme danno vita ad un brano. Mi piace l’immagine della liquidità, vedo proprio così le mie parole uscire dalla mia testa e fondersi nella musica della mia chitarra come un fiume che diventa un tutt’uno con il mare alla sua foce. Perciò essendo lo specchio di ciò che sento e che vivo i miei brani sono quasi sempre una fotografia di una parte di me passata o presente e cercano di portare con sé quella figura nella me di oggi che trasforma con nuove sonorità ciò che sente e che scrive.

E se ti chiedessi se nella forma c’è qualcosa di “antico”? Un brano
come “Sto bene” sembra venir fuori dagli anni ’90…
Quando parlo del mio passato racconto sempre dell’influenza portante che hanno avuto i grandi cantautori italiani di cui ascoltavo le canzoni provenire dal salone di casa mentre mia madre li ascoltava. Tralasciando quasi sempre, in questa storia, come anche tutta la musica anni ’90 abbia per me rappresentato una bellissima parentesi della mia infanzia. Giocavo nella mia camera mentre i miei tre fratelli più grandi ascoltavano a tutto volume cantanti come Cremonini, Max Pezzali o Jovanotti. Quest’anno è stato molto emozionante andare al concerto di Max Pezzali al circo massimo non solo per lo show a cui ho assistito ma perché nelle ore prima, e in realtà poi anche nei giorni successivi, ho potuto godere dell’euforia di uno dei miei fratelli che chiamandomi dal luogo dell’evento poco prima del suo inizio cantava a squarciagola divertito come se quelle canzoni e qui personaggi della sua infanzia avessero il potere di regalargli un giorno in più nei panni della versione di sé più giovane. Ogni artista racconta con i suoi versi ciò che i suoi occhi vorrebbero racchiudere in fotogrammi ed io sono fiera del mio passato che si leggete tra le righe di ciò che scrivo. La cosa che amo di più della musica anni ’90 è la leggerezza travolgente che ha il potere enorme di trasformare una semplice serata in uno dei party più grandi della storia. Sto bene racconta con leggerezza una parte di me più difficile da raccontare, una frase che usiamo ogni giorno con così poca attenzione ma che spesso racchiude la difficoltà di parlare veramente di noi stessi. Forse questa è la nota più anni ’90 di tutte, quella leggerezza che ha il potere di travolgerti a prescindere della storia che porta con sé.

Elettronica o chitarra acustica? Che suono scegli e che suono hai
ricercato?
Io sono nata come chitarrista acustica ed ancora oggi la ritengo la mia seconda pelle. È forse per questo che nel mio disco ho ricercato dei suoni prettamente elettronici. I brani usciti con il mio EP erano canzoni che portavo con me su ogni palco negli ultimi anni, chi mi veniva ad ascoltare prima di questa uscita conosceva già ogni testo ma non solo, anche ogni singolo stop ed ogni ritmica che facevo con la chitarra. Una volta in studio volevo quindi poter regalare una nuova versione di me e di ogni canzone a chi mi ha sempre sostenuta. La ricerca in studio è stata quella di ricostruire un’immagine da zero di un brano già così non per alcuni, quando è uscito l’EP l’ho definito “il nuovo vestito”. Questa ricerca e questo lavoro fatto con il mio fantastico produttore Francesco Torre non è stato affatto semplice e a dire il vero neanche veloce, ma quando abbiamo ascoltato per la prima volta l’EP dall’inizio alla fine ho provato un’emozione indescrivibile. Finalmente era tutto lì il lavoro di anni di musica fatta per strada e tra i locali romani ed aveva un vestito nuovo, più elettronico, che segnava una nuova era per me e per tutto ciò che accadrà prossimamente.

L’amore torna al centro delle scritture. Per te questo disco ha
rappresentato la cura o lo sfogo?
Credo che entrambe, sia la cura che lo sfogo, siano due facce della stessa medaglia e come ogni componente di questo disco l’amore è rappresentato in ogni sfumatura che ho avuto la fortuna di toccare. In squarciagola c’era lo sfogo per un amore lontano e la cura del portarlo accanto a me sul palco ogni giorno; in sto bene lo sfogo di poter dire finalmente cosa nascondeva quella frase così breve ma bugiarda trasformata in cura su delle note allegre e coinvolgenti; in maledetta voglia si sfoga un amore lontano che soffre sempre la distanza che segue un saluto e la cura di un amore consumato carnalmente in un letto; ed ancora in cinema l’amore è cura quando quella felicità vissuta resta sui tuoi vestiti e nei tuoi occhi così a lungo da sembrare incisi su pellicola e sfogo per l’impossibilità di conservare ricordi in ampolle da far viaggiare nel mare aperto ed infine in tu non te ne andare lo sfogo per quell’amore fatto di un primo sguardo e di ogni altro sguardo successivo che riesce a costruire con la propria immaginazione ma la cura di chi trova riparo nella propria testa, luogo in cui ogni storia ed ogni finale è ancora aperto e tutto da decidere.

Dietro una fine, come dentro “Cinema”, la felicità per te che cosa
significa veramente?
So che molti parlano di Serenità al posto di felicità perché la felicità è effimera e troppo fugace ma io faccio sempre molta difficoltà a pensarla così. Ed anche se la felicità ha i colori di un tramonto, per cui abbiamo sempre troppo poco tempo per goderne completamente, io la inseguo con tutta me stessa. Io sono felice su un palco, quando ho intorno le persone che amo, sono felice in una camera vuota ma con l’allegria che pervade la stanza, sono felice ogni volta che mi sento viva. In “cinema” parlo di quella felicità classica dei film che quando la vivi pensi che tipica commedia romantica ma per me la felicità è tutto ciò che mi permette di amare ciò che faccio, sentirmi viva e piena.
Datemi un palco, la mia musica e organizziamo una grande festa. Quando faccio ciò che amo mi piace molto vedere come la mia felicità sia pervasiva, mi capita spessissimo di vedere persone entrare con un viso ed uscire con un altro. Il mio sorriso felice diventa il sorriso felice di chi mi saluta dopo l’esibizione ed ecco questa è per me il significato di felicità. È energia che si trasforma quando dei corpi entrano in uno stato di euforia condivisa.

Biografia di Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

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