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Moostroo: il “Male” come prima parte di un lungo percorso

La prima faccia della medaglia gira in questo disco dal titolo “Male”… il dualismo dei giorni nostri

Dulco Mazzoleni, Francesco Pontiggia e Igor Malvestiti, ovvero i Moostroo, tornano in scena con un lavoro davvero molto interessante. La parola torna un oggetto, anzi un protagonista importante nell’espressione musicale di un disco che, al pop-rock underground dallo schietto sapore di provincia, unisce anche la responsabilità di un compito narrativo. “Male” è un titolo che precluda al “Bene”, forse la vera conseguenza di questo primo lavoro, prima faccia di un doppio disco che completerà a breve il suo viaggio di pubblicazione. Dunque ora godiamoci questo primo lavoro che sa di ruggine, di vero suono suonato, alla “vecchia”… godiamoci tutto il dualismo che un concetto così arcaico di “in e yang” semina e ispira senza sosta.

La parola… se pensiamo al male oggi, mi vien facile pensarlo anche in
direzione di una parola violentata. Che rapporto avete con le parole?
Se le parole hanno il compito di rendere concreti pensieri e stati d’animo, il rapporto che abbiamo con le parole è continuo. Esistono inoltre le parole silenziose, astratte, che parlano dal profondo di noi stessi. Insomma è una condanna: siamo animali sociali e quindi condannati a comunicare a partire con noi stessi. La parola è importante, ma da sola non dice nulla. Le nostre canzoni raccontano (a intrecci di parole) storie di relazioni e stati d’animo; il male e il bene sono gli estremi dentro cui queste storie, come quelle di ciascuno di noi, procedono. Nel nostro caso non c’è violenza, c’è convinzione e coraggio nell’espressione del senso di ciò che si racconta. Il peso e il senso delle parole è una faccenda privata, ma il significato è pubblico.

Questo disco è il lato scuro della vita. Il “Male” appunto… anche se
devo dire non sono pochi i momenti di rinascita e di luce o sbaglio?
No. Non c’è una netta distinzione fra il mood di “Male” e quello che sarà “Bene”. L’oscuro e il limpido convivono, il torbido e il cristallino e peraltro si alternano tra loro. Le canzoni sono evocative, cioè chiamano allo scoperto, nella fattispecie chiamano emozioni. Capire se poi queste emozioni abbiano valore di rinascita o di sconfitta per chi le ascolta, è un’interessante indagine che ad ora non possiamo permetterci. Ci siamo limitati a distribuire le canzoni sui due dischi dando ordine al caos, in un gioco di sovrapposizioni di contrasti, consapevoli che ciascuna canzone è già di per sé rappresentazione del conflitto dialettico tra gli opposti.

E poi l’allegoria dei tarocchi a cura di Lucrezia Fontana in arte
 Aizer: ovvero?
La funzione del tarocco è di tradurre in immagine un’idea e, caricandola di valore simbolico e proiettivo, renderla un oracolo in grado di sollecitare maggiormente l’empatia e l’autoriflessione. Lucrezia ha tradotto in meravigliosi mostruosi disegni le sollecitazioni che noi le abbiamo dato in relazione a ciascuna canzone. L’idea è maturata in Do Ink Yourself, il collettivo di cui facciamo parte e l’idea è che Samu (giovane poeta della banda) legga i tarocchi dei MOOSTROO ai Live. Uno degli aspetti più interessanti del nostro progetto è proprio collaborare con altri creativi, amplifica e arricchisce le possibilità espressive, come è stato con Alessandro Villa, che cura le nostre foto-press già a partire dal precedente album.

Nella vita di oggi siamo sempre meno sensibili ai dettagli della
parola, delle immagini… ogni cosa deve colpire il gusto estetico e meno
quello spirituale. Questo disco invece lo trovo estremamente spirituale:
cosa ne pensate e come vi rapportate dunque a questa situazione di
disparità?
Più che disparità, ci pare vero e proprio conflitto, contrasto, contrapposizione. Se per estetico si intende l’aspetto percepibile delle cose, parrebbe ci si riferisca all’apparenza. E per essere onesti, stiamo parlando di canzoni, quindi in qualche modo vanno a sollecitare esteticamente per lo meno la percezione uditiva. Eppure come tu stesso rilevi, c’è una parte immateriale che risuona ed è proprio la dimensione emotiva profonda della narrazione. Materia e spirito, corpo e psiche, apparenza e sostanza sono concetti che risuonano nei due dischi, in un gioco di polarizzazione in cui emerge l’interdipendenza delle parti. Al contempo la conflittualità narrata nelle canzoni è sia esistenziale che sociale e ha una funzione progressiva. In ciascuna canzone è come se stessimo cantando la ricerca dell’equilibrio in un contesto conflittuale, niente di diverso dalla vita.

Spirituale anche nell’immagine di copertina: e qui potremmo partire
con allusioni dissacranti. Per “Male” porta la faccia di un Chierichetto
in Chiesa?
È una foto della prima comunione di Franz, aveva otto anni, nei suoi occhi c’è tutta la perplessità di un mondo che gli risultava inconsistente, gli sembrava che niente si incastrasse. È una foto che cerca di raccogliere una goccia di umanità, una «goccia di splendore» nel mare crudele e feroce di questo mondo. Tanti nefasti schemi umani sono la risultante di una cultura rigida e coercitiva, moralmente o politicamente. Ci è sembrata la foto perfetta di un’epoca, oggi come allora, di un sentire collettivo. raccogliere attorno chi come noi si sente traviato, travolto, ma non molla niente, tiene duro per non farsi opprimere.

A chiusa un omaggio a De André con una versione distopica di
“Disamistade”: perché questa scelta? Le faide di oggi quali sono?
Celebriamo questo capolavoro di De André e Fossati dalla nostra prospettiva angolare. È una canzone che ci ha calamitato da sempre. La lirica appunto narra di faide tra comunità in una società chiusa e diffidente in cui la lotta al vicino viene combattuta con gesti vigliacchi fuori dalla comprensione della accomunante miseria umana. La storia umana è costellata di queste dinamiche, ad esempio oggi l’estraneo è percepito come un pericolo da respingere. Per noi la canzone oggi risuona come la messa in scena dell’incomunicabilità nell’era della comunicazione, della reciproca lontananza nella convivenza globalizzata, dell’egoismo crudele, del sospetto infondato, del pregiudizio dettato da ignoranza, del conflitto reazionario. Ne risulta una versione cupa che riflette per antitesi la luminescente consapevolezza di De André in merito alla malcelata e spesso compatita mostruosità umana (tema a noi caro, che fa da chiusura a questo primo capitolo).

Biografia di Redazione Bravo!

Bravonline nasce tra il 2003 e il 2004 frutto della collaborazione tra vari appassionati ed esperti di musica che hanno investito la loro conoscenza e il loro prezioso tempo al fine di far crescere questo magazine dedicato in particolar modo alla Canzone d’Autore italiana e alla buona musica in generale.

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