Bellissima la chiacchierata che segue. Belle le sue personali considerazioni sul fare interviste oggi (considerazioni personali che ci siamo scambiati via mail e che non riportiamo qui): oggi il dialogo, quando sentito, è sempre l’occasione buona per raccogliere altri punti di vista e riportarsi a casa analisi che forse, diversamente, non avremmo fatto. Grazie a te Enrico…
Certamente di base è la provocazione che cerca e sa farlo in modo assai intelligente, si veda la copertina. Si intitola “Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone” il nuovo disco di Enrico Nanni, un esordio con il moniker Rosendorf, che troviamo solo sul suo canale Bandcamp – clicca qui – e rifiuta il resto del mondo digitale. Compratelo… il cd… in fondo si faceva così o sbaglio? Doveva finir nelle mani di Benvegnù chiamato a guidarne la produzione artistica che invece, vista la storia quanta tragedia ci ha regalato in tal senso, poi sceglie una vera regina outsider del mondo indie: Beatrice Antolini. Ed il risultato sembra davvero troppo “quadrato” per lei… canzoni liquide, larghe, con la voce che cerca quelle melodie che si, devo dirlo, mi ricordano molto Paolo…

“Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone” sembra una provocazione più che un titolo… o sbaglio? Come a banalizzare tutte le facili scorciatoie di oggi…
Certo, lo è. Oggi si possono “scrivere” album interi utilizzando l’intelligenza artificiale, anzi, montagne di singoli, perché gli album nella loro interezza sono troppo impegnativi, quindi il messaggio che passa è che sia facile fare il musicista, un po’ come una volta “ma vabbè, che ci vuole? Tanto lo fai col computer” riferito a qualsiasi cosa fosse “digitale”.
Una canzone, o un album di canzoni, è solo il finale di un grande lavoro che c’è stato prima, fatto di ricerca, scrittura, aggiustamenti, scelte… e non è certo facile. E il percorso è ancora più impervio quando lavori in gruppo: tutto diventa un grande compromesso e, si sa, i compromessi, spesso, non soddisfano tutti al centro per cento. Quindi no assolutamente! Ce ne vuole eccome per scrivere una canzone. E da qui la provocazione diventa doppia: “una canzone”, intesa come tutto il processo di realizzazione e pubblicazione di album, la si può scrivere, basta crederci e volerlo. È una questione di priorità e di necessità che deve essere condivisa, altrimenti non si va da nessuna parte. Non ci sono scorciatoie, ma si può arrivare a destinazione prendendosi il proprio tempo. Nel brano c’è tutto questo, una pervadente insofferenza che sfocia nella provocazione, ma che poi mette un punto fermo: “Qui si vomita l’anima” che prende le distanze e giustifica il tutto. Che è l’urgenza che muove tutto, il bisogno di scrivere un intero album e arrivare, alla fine, a pubblicarlo. Un album al quale ho dato il titolo della canzone. M’è sembrata la cosa più sensata.
E da qui anche la copertina con questo primate in giacca e papillon… specchio dell’involuzione di oggi?
La simbologia nasce da questo presupposto: anche se da oltre trent’anni faccio musica, non mi reputo un musicista, ma… Se siamo circondati da persone che ricoprono ruoli importantissimi, spostano gli equilibri politici e sociali nel Mondo e nel nostro Paese senza averne le competenze, folli che per tornaconto personale ed ego smisurati gestiscono le nostre vite, un branco di scimmie che si crede evoluto che “con una mano fruga il mondo e con l’altra fa penitenza”, per dirla con una canzone di Andrea Chimenti (KY), perché non posso permettermi di fare un disco per conto mio? Che male posso fare, se non solo a me stesso? Mentre, quanto male può fare questa gente all’intero pianeta? E credo sia inutile fare nomi perché, anche se non mi piace generalizzare, trovo che sia una deriva sociale che riguarda tutti. Però in abito elegante! (come nelle pubblicità di medicinali in cui basta indossare un paio di occhiali per diventare “dottore”). Hai presente “Idiocracy”? Ecco, non proprio a quei livelli, ma direi che abbiamo imboccato la strada giusta verso la regressione… (e qui mi rendo conto che sto parlando mosso io stesso dall’arroganza di un primate non sapiens che crede di esserlo). Poi, personalmente, uso la scimmia, Rosendorf, come armatura, sfrutto, appunto, la sua arroganza, che in realtà è una parte di me, e nascondo la mia insicurezza musicale attraverso una maschera. Ci rido sopra, ma penso veramente che Rosendorf ed io siamo un unico individuo in cui convivono due personalità distinte, la prima sotto effetto Dunning-Kruger, l’altra affetta da sindrome dell’impostore. Ma c’è una cosa che mi piace sottolineare, e qui chiudo perchè, forse, mi sono dilungato anche troppo: nella pagina centrale del booklet del CD, Rosendorf giace senza vita su un lungo flight case. Con questo disco ho ucciso Rosendorf, probabilmente non ho più bisogno di una maschera, di un’armatura.
Nessuno streaming se non dentro il tuo canale Bandcamp: finalmente qualcuno che dice no a Spotify. Da dove nasce questa scelta?
Per onor di verità, su Spotify – e su tutte le altre piattaforme – ci sono i due singoli che hanno anticipato l’album, ma dovevo pur affacciarmi in qualche modo a questo mondo e, ogni tanto, qualche compromesso va fatto (anche perchè non è che potessi stampare due 45 giri…)
È una scelta sulla quale non ho dovuto ragionare moltissimo, ma ci sono una miriade di motivazioni.
Sulle piattaforme musicali, la musica conta poco, contano i numeri. I numeri si sbandierano (“Milioni di streaming!”). Che tu pubblichi musica di qualità, schifezze o musica creata con l’intelligenza artificiale, di cui parlavamo prima, poco importa, l’importante è foraggiare le piattaforme continuamente con cose nuove perché tutto dura pochissimo e gli streaming sono usati come indicatori di successo (e no, non è come quando c’erano le classifiche dei dischi più venduti). Questo album è un’opera unica: ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Non è una semplice raccolta di canzoni, una playlist. Ha richiesto tempo e attenzione per essere realizzato, gli stessi tempo e attenzione che chiedo (oddio, arrogantemente) a chi lo ascolta. Credo che Bandcamp sia il canale migliore per distribuirlo, un luogo popolato da persone portate naturalmente all’attenzione per la musica e che impiegano tempo per ascoltarla, per cercarla.
Vabbè, mi dirai tu, ma anche sulle altre piattaforme c’è gente che ascolta musica! Certo, ma visto che abbiamo tirato in ballo Spotify, devo dire che (e se non so se posso dirlo tu edulcora), sebbene la utilizzi, Spotify mi sta un po’ sul cazzo!. Perché? Perché un po’ di tempo fa pubblicizzava la sua versione a pagamento, puntando sulla possibilità che gli utenti avevano di skippare le canzoni all’interno di un album. Forse questa cosa destabilizza solo me, ma mi pare un grandissimo controsenso: una piattaforma musicale che dovrebbe promuovere l’ascolto ti dice “Non ascoltare!”? Ridicolo e paradossale. Poi? Ah, sì. Perché Spotify non riconosce royalties agli autori di brani che non arrivano a un migliaio di streaming all’anno, perché Spotify – notizie di pochi giorni fa – assegna un badge di “umanità” per distinguere la musica generata da intelligenza artificiale, ma per essere considerato umano devi avere almeno diecimila ascolti mensili per tre mesi consecutivi (ma a me frega poco, tanto sono una scimmia! Ahahahahah) e nello stesso tempo lancia la possibilità di remixare brani di altri attraverso l’utilizzo di un’intelligenza artificiale.
Perché Spotify investe i suoi guadagni in tecnologia militare! Vado avanti? Non credo serva.
Purtroppo avrò dei grattacapi in futuro, perché non ho mai escluso di pubblicare l’album sulle piattaforme, ma ci penserò quando verrà il momento.
Dagli Aut al viaggio in “solitaria”… che cosa ti manca e che cosa ti porta questa nuova dimensione?
Lavorare in gruppo è bello, sarà perché gli Aut e, in parte, anche Radio-Line(e), erano principalmente gruppi di amici; c’era molta condivisione, anche al di là della musica e, da un punto di vista artistico, la direzione era unica e condivisa da tutti. Quel che non mi manca sono i compromessi o, peggio, le rinunce. Quelli riguardanti la gestione di tutto ciò che non è prettamente composizione e scrittura: registrare un disco, promuovere, trovare luoghi in cui suonare dal vivo, investire. Compromessi dettati da priorità diverse. Credo che in ogni band ci sia chi traina, chi si fa trainare e chi, inconsciamente o volutamente, tira indietro. Fare da soli permette di scegliere seguendo solamente le proprie ragioni. Certo, il confronto è minimo e la responsabilità di tutto ricade sul singolo, ma le scelte sono molto più libere. Da un punto di vista artistico, però, c’è una fortissima connessione tra questo album e quello che gli Aut proponevano, tanto che ho chiesto ai miei vecchi compagni di partecipare alla realizzazione del disco – Nicola Casellato, Massimo Donati e Giorgio Cedolin, a cui poi si è aggiunto Angelo Michieletto, oltre agli “ospiti” Eddy Bassan, Luca “Roccia” Baldini e Ricardo Vidotto – e, se ce ne sarà l’occasione, anche per i live in full band.

Beatrice Antolini come ha tradotto tutto il tuo suono?
Beatrice ha lavorato su un progetto che aveva sonorità, scrittura e identità già ben definite – per dirla con le sue parole, quello che le ho proposto non era “una tela bianca” – assecondando l’indirizzo che avevo dato, comprendendo perfettamente ciò che volevo. Per arrivare al risultato finale, però, il suo lavoro è stato enorme. Tieni conto che è partita dall’analisi della scrittura di ogni singolo brano in fase di preproduzione e ha portato il disco al master finale. E in mezzo ha arrangiato interi brani, come “Io non ci sarò”, un piano/voce su cui ha tessuto un abito sonoro che già sapeva avrei adorato, e “Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone”, pomposo, barocco e pressoché irrealizzabile nella versione orchestrale che ci avevo dato, diventato un gioiello; ha inserito e/o cambiato suoni dov’era necessario – penso soprattutto ai synth di “Quello che conta”, che nei provini era un po’ piatto ed è diventato arioso…
Ha suonato i pianoforti, quelli belli, non quelli che ho suonato io… Ahahahah…
Ha fatto in modo che arrivassimo in studio con tutte le idee chiare ed al loro posto, lasciando il giusto margine perché anche le registrazioni potessero essere un momento creativo. Tanto che a maggio, nella settimana in cui abbiamo inciso i primi sei brani – ’ché il disco, inizialmente, doveva essere un EP -, io mi sono “preso una vacanza” e mi sono concentrato solo sulle mie parti, disinteressandomi del resto. Ha mixato il disco! In mani migliori non avrei potuto essere, Beatrice è stata il perfetto direttore d’orchestra, il produttore artistico ideale, quello di cui fidarsi e cui affidarsi ciecamente. Credo che, più che una traduzione, sia stato un incanalare tutto nella direzione giusta, rispettando sempre le indicazioni che le avevo dato.
E parlando di Benvegnù: quanta scrittura nasce pensando al suo modo di scrivere? C’è tanto di lui nelle melodie vocali… e qui penso molto a “Pola, addio”…
Che io scriva pensando al modo di Paolo Benvegnù, sono sincero, lo escludo totalmente. Che l’influenza del modo di scrivere di Paolo venga fuori nelle mie canzoni, nelle melodie, questo è probabile. Ma come credo sia ovvio che tutto il mio bagaglio musicale si riversi in quello che scrivo. Quando ho fatto ascoltare ad amici i primi provini, c’è chi ci ha sentito Morgan, chi Samuele Bersani, chi, addirittura, Cesare Cremonini. Quando ho dato i primi riferimenti a Beatrice, in termini di suono, ho citato “The Golden Age” di Woodkid, “Illinoise” di Sufjan Stevens e “Ottocento” di Fabrizio De André. Io risento David Sylvian, i King Crimson, Fossati, Andrea Chimenti, Bowie… i Beatles! E tanto di quel che gli Aut hanno composto oltre venti anni fa – e qui ti invito all’ascolto https://on.soundcloud.com/rIkdpBp74n85SqP93N – è stato, per certi versi, ripreso in questo disco, filtrato dai miei nuovi ascolti e dalle altre mie esperienze musicali.
Quando eravamo in procinto di cominciare a lavorare insieme a questo disco, Paolo mi disse che mi sentiva “vicino nell’impossibilità” e che in quello che avevo scritto “si riconosceva l’urgenza a sessantamila chilometri di distanza”. Probabilmente, scritture simili nascono da motivazioni affini, da una comune visione delle cose. Ecco che, allora, sentire che nella mia musica ci sia tanto di lui, mi onora.
La chiusa… “Ti riconosco”… ha senso dirti che questo disco, queste riflessioni è qui che avevano l’obiettivo di arrivare? Anche come suono…?
L’album inizia con “Il canto della sirena” che un brano piano e voce, come piano e voce è “Ti riconosco”. Come ho detto prima, questo disco è un’opera unica, inizia, si sviluppa e finisce. Sia tematicamente che musicalmente. E “Ti riconosco” è una sorta di ricongiungimento.
Non so se altri provino le stesse sensazioni, ma scrivere mi impegna anche fisicamente. Lo sento come uno svuotamento, una pulizia interna, un esorcismo. Dopo oltre un anno di lavoro, arrivato (quasi) alla fine, stanco, ma estremamente felice per ciò che stava nascendo, ho fatto la cosa più naturale che potessi fare: mi sono messo al pianoforte e mi sono lasciato andare, suonando (dal basso della mia pessima qualità di strumentista) e cantando. Dopo anni di chitarroni, ritmi veloci, voci graffiate che cantano testi in inglese con i Radio-Line(e), avevo voglia di tornare al suono del pianoforte, a quello degli archi, a certa morbidezza e calore. Non dico che sapevo già che sarei arrivato precisamente qui, ma di sicuro ci sono arrivato con naturalezza. La stessa naturalezza che mi fa (e ci fa) comprendere che, alla fine, i legami che abbiamo con le persone sono ciò che ci salva, anche nelle difficoltà, nelle mancanze, le nostre, quelle degli altri; riconosciamo chi ci sta accanto, nel bene e nel male, trovando forza nella fragilità, sapendo che, come canto nel brano, “Quello che non c’è, ci perdonerà”.

