Il potere evocativo di questo disco non so fotografarlo dentro parole semplici. Il titolo di sintesi ma forte come un manifesto politico: “Yiddish Blues” che dentro racchiude la preghiera di un’anima ferita, il suono che arriva dalle viscere del sentire… un popolo che alla pace forse non ci arriverà mai. Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich. Scritture della tradizione perse nel tempo come “Dona Dona” scritta in yiddish per la produzione teatrale di Aaron Zeitlin dal titolo Esterke (1940-41)… ma anche inediti come la struggente “Palestina terra di dolore”… un ricamo prezioso che non possiamo non sottolineare a dovere.

Le parole di questo disco… quelle scritte e quelle ritrovate dalla storia. Che rapporto c’è con le parole? Ve o chiedo perché questo disco penso badi poco al suono che queste hanno… in genere succede così durante le preghiere…
Ovadia: Le parole, prima di essere significato, sono suono. Il senso delle parole si ha nella sua pienezza dal rapporto che si crea intimo fra il significato e il suono. E quindi, quando si ascoltano parole in una lingua che non si comprende, bisogna lasciarsi andare. E attraverso il suono arrivano anche elementi di significato e di senso. Ricordo una volta che in una sinagoga un ebreo si dispiaceva, pur ripetendo parole in ebraico, di non capirne il significato. E allora ci fu un maestro che gli disse: «Guarda che il miglior contrabbandiere è quello che non sa di avere la merce».
Gazich: Proprio così. Ad esempio: ho composto una decina d’anni fa la canzone nella parlata degli ebrei di Venezia “Maltamé” e pensavo che sarebbe rimasta un esercizio intellettuale, uno studio; invece è stata una canzone che ha avuto un suo percorso, ripresa in tanti progetti, incluso questo “Yiddish Blues”. Il pubblico la canta ad ogni concerto (Babahò, bèd a holìm / Behàr tòv, bèd a haìm) lasciandosi cullare dal suono, dalla rima proprio come fosse una preghiera o una formula magica, anche senza comprenderne il significato…
Esistono tratti marcati con il vostro vissuto personale (e qui penso alle radici di Moni nello specifico)? Esistono rifugi dentro questo disco, tracce che più di tante altre raccontano da dove veniamo?
Ovadia: Domanda acuta. Sì, c’è molto nel nostro lavoro, molto di esperienze personali, molto di percorsi che non sono quelli fisici, ma sono percorsi dell’anima, della mente. Personalmente, i miei percorsi sono alla ricerca dei valori intimi e profondi dell’esilio, che a mio parere è una condizione di splendore per l’essere umano. Perché non esistono più i lacci, lacciuoli nazionali, le frontiere, appartenenze rigide; nell’esilio un uomo guarda il suo simile negli occhi, ne ascolta l’anima, questo gli interessa. Non gli interessa né quello che ha nel portafoglio né le sue connotazioni nazionali.
Un lavoro così intenso, così lontano dai percorsi tradizionali della musica… secondo voi che cosa riesce a raccogliere in seno alla vita quotidiana perennemente distratta?
Ovadia: Anche questa è una magnifica domanda e ringrazio chi l’ha posta anche per il giudizio che dà sul nostro lavoro riconoscendogli intensità e profondità. Noi viviamo una vita distratta, una vita spesso volta a rincorrere mediazioni di consumo. Però in ciascuno di noi ci sono elementi di profondità che possono essere percepiti. L’essere umano, finché rimarrà tale, ha sempre un’anima, uno spirito e un cuore. Il nostro intento è quello di parlare a quella dimensione dell’esistente.

Domanda provocatoria forse: perché la scelta di strumenti “antichi” per un messaggio al mondo moderno? E se tutto questo fosse stato fotografato da strumenti delle macchine moderne? Avrebbe perso di senso secondo voi?
Ovadia: Io credo che l’interiorità è talmente forte che se fosse stato anche eseguito con strumenti come le chitarre elettriche o l’organo elettrico, il senso non sarebbe cambiato. Comunque il violino, il violoncello o quell’accenno di chitarra classica, sono strumenti che fanno ancora parte del nostro repertorio di ascolto e del nostro, diciamo, paesaggio esistenziale e noto che molti artisti rock o che si cimentano con generi più “attuali”, utilizzano tranquillamente questo tipo di strumentazione. Io credo che questo sia il miracolo della musica: riesce a toccare qualcosa che appartiene a un passato, molto passato, toccando comunque le corde di risonanza dell’interiorità di oggi. E quindi, in fin dei conti, è il valore, la qualità e l’espressività della musica che comandano.
Gazich: Abbiamo scelto strumenti che il tempo non avrebbe segnato, o almeno così speriamo. Pensa come oggi sono inascoltabili i dischi registrati negli anni ottanta… O anche se li ascolti, come risultano immediatamente databili. Pensa invece a Georges Brassens, che, per decenni, ha suonato, in ogni suo disco solo la sua chitarra accanto alla sua vice, con l’aggiunta eventuale di un contrabbasso e basta. Concordavamo su questa visione con il tecnico del suono Fabrizio “Cit” Chiapello, che è stato fondamentale per la realizzazione di questo lavoro. Moni ed io, poi, siamo innamorati della bellezza del suono del violoncello di Giovanna Famulari e anche della sua voce. Il suono del suo violoncello irradia luce, Giovanna è in grado di trasformare il suono in luce. Adoro unire il suono del mio violino e della mia viola al suo violoncello!
Domanda delicata per quanto banale al tempo stesso. Come avete vissuto la guerra, il genocidio, l’assurdità umana che passava gratuitamente alla televisione? Quanto mi fa paura questa gratuità dell’orrore… ve lo chiedo pensando al suono e alle trame di questo disco…
Ovadia: L’assurdità umana che passava gratuitamente alla televisione è stata semplicemente spaventosa. Tutti noi l’abbiamo vissuto molto, molto dolorosamente. Per quello che riguarda me, che sono ebreo, io l’ho vissuta come se avessi ricevuto simultaneamente una pugnalata al cuore, alla gola e alla schiena. Da diversi decenni critico sempre più duramente la politica dei governi sionisti, i governi dello stato sionista. E immaginavo che si sarebbe arrivati a questo punto, perché quando si imbocca la via del nazionalismo fanatico non si può finire che con la violenza, l’odio, lo sterminio, il sangue e anche il genocidio. Ho quasi perso la fiducia nell’umanità, perché oltre ai crimini inenarrabili dello stato sionista, c’è stata la quasi totale indifferenza da parte di governi e istituzioni del cosiddetto Occidente. Però io ho reagito con un impegno di militanza continuo, indefesso, minuto dopo minuto, perché credo che la lotta contro le ingiustizie, contro le violenze, contro i massacri e i genocidi sia una necessità per un essere umano che si senta tale. Anche questo lavoro musicale è un atto della mia lotta.
E dunque guardandolo con occhi contemporanei questo mondo: secondo voi dove stiamo puntando? Il disco si chiude con un inno alla speranza… è così?
Ovadia: Secondo me, siamo proprio all’imbocco di un bivio. Si aprono quindi due strade: una è la catastrofe definitiva del genere umano verso l’autodistruzione o la schiavitù, con pochi uomini, un pugno di uomini che decidono il destino di tutti gli altri con la violenza, le guerre, le persecuzioni, le censure, gli imprigionamenti e le torture. L’altra è la via della redenzione, che può avvenire solo dal basso, solo da uomini che non hanno potere ma che hanno passione per la vita, un riconoscimento totale dell’altro da sé, e che hanno capito che la redenzione inizia dagli ultimi e che il pilastro istitutivo di un’umanità di giustizia sociale, di pace e di amore per l’altro non è l’io ma il tu. L’ultimo canto accende una luce di speranza, ma non è quella speranza facile, diciamo, dei sintagmi stereotipati; è la speranza che viene sempre quando all’orrore si oppone la resistenza.
Gazich: Dice bene Moni. Aggiungo solo una postilla. Quando ho composto questa canzone, volevo proprio tentare di comporre un semplice inno alla speranza, ma, proprio come dice Moni, non volevo scrivere nulla di zuccheroso. La speranza non è una caramella, la speranza è resistenza, è coraggio. Il coraggio di opporre l’amore alla violenza.

