Il nuovo album di Marco Buccellato aka Boccanegra, “Tablao Beat”, si presenta come un’esplorazione sonora e concettuale che affonda le radici nel flamenco, trasportandolo in una dimensione contemporanea e cosmopolita. La sua ricerca parte da un’esperienza vissuta nei mirador di Granada, dove il battito delle palmas e il canto gitano diventano linguaggio universale, e si traduce in un lavoro che restituisce il calore e la spontaneità di quelle notti andaluse con una sensibilità da cantautore moderno.
Ciò che colpisce immediatamente è la qualità materica del suono. Gli strumenti utilizzati evocano atmosfere che banalmente, di primo acchito, rivolgo ad estati italiane anni ’70 dentro cui ricercare anche quel gusto spirituale (e qui non posso non rimandare il senno a Battiato e ad un certo modo antico di essere pop e asceta allo stesso tempo). A tale scopo forse la produzione sembra volutamente vintage, quasi polverosa (si veda anche il video di “Carmona – Alegrías”), dedito quasi totalmente al catturare l’essenza della tradizione senza scadere in meri citazionismi ma colorando si romantica nostalgia.
Si pensi anche ai titoli dei brani che come “sottotitolo” riportano balli, ritmi e richiami agli strumenti del flamenco: immergetevi nelle ricerche, un viaggio decisamente interessante. La chitarra flamenca, percussioni naturali come cajón e palmas o altri strumenti della tradizioni dialogano anche con chitarre distorte e soluzioni digitali e non per questo il risultato pecca di personalità e coerenza. È inevitabile sottolineare come il centro non penso sia la parola: Boccanegra utilizza l’estetica sonora come elemento narrativo, trasformando ogni traccia in un microcosmo in cui il tempo si dilata e si contrae tra passato e presente e perché no, anche il futuro fa capolino. Mi chiedo solo se sia riuscito l’intento di edulcorare o tradurre, in un linguaggio moderno, il flamenco pescandolo dalle sue radici tradizionali: di certo l’ascolto è faticoso, non ci sono soluzioni accattivanti o radiofoniche visto che comunque siamo nel mondo del pop d’autore. Non ci sono abitudini comuni ma brani che si dipanano senza una chissà quale forza ma, appunto, diluiti in veli nebbiosi che faccio fatica ad afferrare. In tutto questo connubio e dialogo tra ieri e oggi, forse, pesco “Carmona” come manifesto, brano che gioca con l’idea di un’Andalusia immaginata e vissuta, dove la ricerca di un luogo esotico diventa uno specchio dell’anima inquieta della protagonista. Un suono caldo e avvolgente che richiama il passato anche dentro l’elettronica che viene usata, con inserti di chitarre elettriche dal timbro decisamente retrò (fumose stamberghe di periferia) dentro una sezione ritmica quasi tribale. In “Club Solitudo”, dove la intro e la sezione di drumming sembra inneggiare al passato di qualche bel quadro psichedelico anni ’70 (belli i synth nel dipingere le strofe), poi la produzione assume un taglio quasi cinematico, con riverberi profondi e una voce che sembra emergere da una registrazione in pellicola, evocando atmosfere notturne e allucinate… il tutto evolve anche dentro aperture in maggiore da riviere italiane. A chiusa di tutto cito “Rivelazione”, un tango flamenco come mi suggerisce il sottotitolo, in cui il suono si fa limpido e cristallino (quasi pop), come se tutto il polveroso cammino percorso portasse finalmente a una chiarezza interiore. Qui, la voce di Boccanegra (qui cerca davvero forme e visioni alla Battiato) si fa più intima e raccolta, mentre gli strumenti tornano alla loro essenza primitiva, ricordando che, al di là di ogni sperimentazione, il flamenco è prima di tutto una forma di comunicazione pura e viscerale.
“Tablao Beat” è sicuramente un azzardo, un coraggioso connubio che cerco anche di digerire e di capire al meglio per non perdermi dentro etichette di superficialità. Esce molto da ogni quadratura ed è probabilmente questa la vera forza e il grande valore di questo disco che troviamo anche in vinile. Davvero interessante per chi ama confrontarsi con il diverso…



