Parliamo di passato inevitabilmente, sottolineiamo anche quel certo modo di pensare al mix. Sembra davvero di navigare dentro quel folk americano che si mantiene vivo quando girano i dischi di Don McLean ad esempio… e non è un caso probabilmente che il nostro qui lo omaggia con la splendida “Vincent”, avventurandosi non senza rischi dentro una traduzione e adattamenti personali che, paradossalmente, suonano ballabili di un pop molto più moderno di tutto il resto di questo ascolto. L’album d’esordio del “marchignolo” Andrea Sandroni in arte Dirlinger si intitola “Contastorie”.
Dunque: si ciba (soprattutto) di quel cantautorato italiano degli anni ’70 molto figlio dell’America come dicevamo, evocando atmosfere retrò sia sul piano sonoro che visivo se pensiamo anche solo alla copertina di questo disco che sembra scimmiottare l’antica calligrafia sanscrita, cosa che ricordiamo tutti sulle copertine di Hendrix. La tracklist si apre con la già citata “Vincent” che subito mette in chiaro le regole: una vocalità decisamente evidente, in primissima linea e dai tratti mediosi, quasi fastidiosi quando si spinge a cercare dinamiche estese, e poi la melodia (che in questo caso conosciamo benissimo) in cerca di soluzioni pop, sempre morbida e sospesa senza trovare mai riparo in qualche routine radiofonica. Dirlinger in qualche modo sembra restare in questo limbo senza mai definire un tempo per il suo suono: moderno o antico? Forse ad ognuno resta il compito di dirigersi dove più si sente a suo agio con i richiami e le sensazioni. Personalmente l’organo che apre “Preghiera Miscredente” non può lasciarmi indifferente e senza i rimpianti di Procol Harum e compagnia cantando. Ma “Cemento” sfoggia quei tratti indie pop dalle voci corale che forse sarebbe stato bene addosso a personaggi come Brunori. Il tratto medioso, “ferroso” arriva anche su tutto il suono, nelle acustiche in particolar modo, che qui diventano prominenti sempre a due passi dal “fastidioso” quando le dinamiche sono presuntuose. Manifesto sociale la bellissima “Ho paura”, dentro cui tratti favolistici alla Faber con il suono di flauto (oppure oboe?) che danza con i tamburelli si alterna ad un andamento noir in ci il nostro ci canta di quanto sia concreta la paura di essere inutili in una società che non ammette sconfitte e imperfezioni. E anche qui la lettura personale di ognuno farà la differenza.
Questo “Contastorie” in fondo non stupisce con altre trovate, piuttosto rimescola grandi stilemi come nel singolo “Mafalda” in cui Dirlinger si spalma addosso il De Gregori dalle allegorie con quel certo modo di caratterizzare i personaggi e due pizzichi di Dalla che canta le notti romane con un certo gusto per chiudere i periodo con una voce da “strillone”. Un disco di vita, un disco personale, di ragionamenti… un disco in cui gli arpeggi e i suoi riverberi richiamano anche la spiritualità di Claudio Rocchi. Va decantato bene e senza fretta…


