Si intitola “Ajere” questo primo lavoro personale di Federica Caso. Si firma con il moniker FEDESHUI, cerca un equilibrio tra il suono acustico e la parola dialettale. E da Eboli e dalla sua Campania, un dialetto simile porta con se anche la teatralità di una visione romantica delle cose. E quanta delicatezza a contorno. L’ascolto richiede quell’attenzione a censurare tutti i rumori quotidiani, inutili e invasivi. Una bella produzione che arriva da L’Airone Dischi di Lucio Auciello.
La parola qui si fa snella e sincera. Acqua e sapone. Ma nella vita in genere che rapporto hai con le parole?
Ho la tendenza a parlare poco e ad ascoltare molto, ad essere riflessiva, ma anche spontanea. Mi piace il significato ed il suono delle parole, mi piace il valore che si dà ad esse e la forza che trasudano.
Il dialetto ha un peso centrale in questo lavoro. Che ragione ha? Che legame hai col dialetto?
Il dialetto ha per me un significato affettivo visto che sono cresciuta in una famiglia in cui si è sempre parlato. E con le mie nonne, entrambe cilentane, abbiamo sempre fatto lunghe chiacchierate in dialetto. È una lingua piena d’amore. E questa cosa mi piace tanto.
Fedeshui invece? Anche questa è una parola dialettale?
No, Fedeshui è nato un bel po’ di anni fa quando ero perdutamente innamorata della cultura cinese e giapponese ed avevo cominciato ad appassionarmi ai film di Miyazaki e Takahata. È stato il primo nickname che ho usato con l’avvento dei social. Nasce dal Fengshui, che in cinese ha il significato di “Soffio” e “Acqua”, ed è la ricerca dell’armonia all’interno di uno spazio.
E in generale che significato ha per te il “nascondersi” dietro un nome d’arte?
Probabilmente non è un nascondersi, ma è un sentirsi maggiormente rappresentata. Mi piaceva l’idea di pensarmi come un qualcosa che fosse in continuo scambio con la natura fino a diventare parte di essa.
La semplicità poi investe ogni cosa della produzione e delle immagini. Che lavoro è stato tornare alla sintesi delle cose essenziali? Pensi di esserci riuscita?
È stato un po’ faticoso, ma allo stesso tempo liberatorio. Ho permesso ad una piccola parte di me di uscire fuori e di gridare a voce bassa tutto quello che aveva dentro. Di slegarmi un po’ da tanti abbellimenti non necessari. Non so se ci sono riuscita, ma mi sono sentita più serena.
Questo primo Ep troverà uno sviluppo sulla lunga distanza? Cioè, dopo aver scritto un racconto, scriverai un romanzo?
Spero di si. Ho tanta voglia di incontrare nature differenti, sconosciute ed immergermi in esse alla ricerca di nuove armonie e radici. E non vedo l’ora di ricominciare.


