in , ,

Matteo Castellano: sanità mentale e canzone d’autore

foto di copertina Francesca Barbero
Il bivio non è affatto netto. Manco a dirsi sostanziale e severo. È piuttosto un crocicchio di vie alternative… alcune conducono in teatri sgangherati della società bene, altri dentro anguste nostalgie di cantautori antichi (Battisti per dirne uno)… altere ancora dentro pieghe vocali di canzoni dense di dissenso o meglio ancora provocazione come dentro il monologo “Montagne” che ravvedo le o trascinate di Alessio Lega e quel piglio intellettuale sbarazzino di certi modi alla Serge Gainsbourg. Parliamo di Matteo Catalano che torna con un disco dal titolo tutt’altro che lineare: “Come un matto sano”, lavoro che snocciola a se i mille colori di una libertà che se ne infischia delle regole estetiche comunemente accettate. E questo da sempre per chi segue il percorso del cantautore torinese… figlio di un milionario dentro una società borghese, proletaria, di pochissimi e sparuti milionari. E lui imbraccia il badile e suona una forma di “pop” d’autore sgangherata e densa di visioni fanciullesche…

Subito partiamo da un contrasto forte che ci rimanda alla vita di Faber. Anche lui cantava degli ultimi partendo però da dentro il tessuto agiato di famiglia facoltosa. Inutile rivangare polemiche e quant’altro… tu come la vedi? E come ti ci rapporti in fondo?
Io vedo due imbarazzi in me. Uno è un imbarazzo diciamo salubre, che mi ha portato a scrivere questa canzone per vincere questo mio tabù della ricchezza, questo non sentirsi a posto con la coscienza di cantante che, come insegnano i grandi, deve sempre cantare per gli ultimi, anche in modo così da cantare per tutti. Questo imbarazzo si rinnova sempre al momento di cantare questa canzone, ma proprio perchè poi la canto credo che sia un imbarazzo necessario. Se io non canto questa canzone invece rischia di prevalere un’ altro tipo di imbarazzo, quello di identificarmi troppo nel personaggio da dovere chiudermi in me stesso e aver paura di affrontare il mondo o di pensare di sbagliare a scrivere di cose troppo personali.

Ho scritto questa canzone per fregarmene del fatto di essere figlio di un milionario proprio come tutte le altre canzoni di questo disco, che sono sette, sette vergogne di cui avevo voglia di disfarmi, e che invece mi porto dietro, sotto forma di repertorio, trasformate in canto. Le persone me le restituiscono diverse, ridimensionate e corredate dal loro affetto.
Rispetto a De Andrè penso innanzitutto che erano altri anni. Non ho mai notato che avesse dichiarato nelle canzoni la sua appartenenza all’alta borghesia a cui si sa, apparteneva. É stato più discreto, forse anche come uomo era più maturo di me. La mia invece è una scelta deliberata e originale di parlare di questo argomento.

A quei tempi era anche più pericoloso, De Gregori fu anche rapito sul palco per motivi politici e De Andrè per motivi economici. A me se va avanti così mi sa che mi rapisco da solo.
Il denaro a me piace e verso la mia famiglia provo affetto pur essendo io una pecora se non nera per lo meno beige. Rispetto a questo fatto di cantare degli ultimi da dentro una famiglia facoltosa mi ci trovo bene perché i miei ultimi sono ultimi che possono anche essere ricchi ma restano ultimi perché così si sentono.

Che poi, ad un primo ascolto, ci trovo dentro tantissima ironia… che sia invece questa la chiave di lettura?
Secondo me no. L’ironia c’è e ringrazio il cielo per averla fatta entrare in questa canzone. Ma non è ricercata, io ho voluto esprimere la posizione e il tipo di ostacoli soprattutto mentali che il rampollo tipico si fa. L’ironia se ci fate caso é concentrata più nella seconda parte della song, dove il protagonista si difende dalle accuse della gente che chiaramente non gli sono state espresse direttamente, lui le immagina. Ecco, è l’ ironia che si immagina che si possa fare di lui. È l’ ironia della sua paranoia. Mi pare dunque, cantando, di essere nell’ironia e non di farla.

O come a dire: tutti possiamo avere dei problemi… non sono i soldi a far la felicità?
Certamente alla fine è quello il messaggio della canzone, magari è banale ma io sono già contento del fatto di essere riuscito a scrivere una canzone su questo argomento che per me era un grosso tabù. È ancora un tabù ma non così grosso. I soldi. I soldi sono necessari in questo mondo, diciamo anche per essere felici. Ma non bastano, ci vuole altro, ci vuole sesso, l’amore, la fede, a volte penso che i cristiani siano le uniche persone felici davvero. Ma non è facile, devi essere pronto a lasciare cosa hai di più caro per essere cristiano. Metti che hai un gruzzoletto, un grande amore o un figlio, saresti pronto a lasciarlo? Saresti pronto a lasciare tutto per seguire Gesù? Sospetto che sarebbe difficile poi barcamenarsi tra i vari ripensamenti. La felicità non è facile.

Dici che non è una canzone d’amore, né impegnata, né pop: cosa ti infastidisce di più delle etichette?
Le etichette mi danno fastidio perché sono appiccicose e difficili da staccare poi. Io da me non me ne do ma non posso pretendere che non me le mettano gli altri, vorrei però che mi scivolassero di dosso. Quando sono sul palco infatti non ho fronzoli e cerco di essere il più diretto possibile. Anche quando scrivo o registro. Mi piacerebbe che mi si considerasse nella tradizione del cantautore classico, che per me è la versione borghese del canto popolare.

La definizione di “canzone pasoliniana che non ha più voglia di fare la guerra” è potentissima: che la pace oggi diventi un gesto decisamente radicale?
Deporre le armi implica il perdono, che è molto difficile perché il cuore non dimentica e vorrebbe spingere alla guerra o a covare il risentimento. La pace è faticosa come scrivere una canzone quando non viene fuori, bisogna attenderla, nutrirla di cose belle, avere fiducia in qualcosa che ancora non c’è. La mia canzone è pasoliniana perché come nei suoi scritti c’è un indagine, una fotografia dell’ impotenza borghese, dell’ aridità dei sentimenti e della tristezza della classe agiata a cui per certi versi appartengo. Però non c’è condanna, non c’è accusa, io faccio attenzione a non colpevolizzare i soldi o i ricchi. Non solo perché colpevolizzerei me stesso ma anche perché quando in passato l’ho fatto non è servito a niente dividere. Deridere, sfottere, anche ormai parteggiare razionalmente in un contraddittorio non ha più per me molto senso. Scrivendo canzoni cerco sempre più di sollevare l’animo, di sublimare la rabbia, di liberarmi dai conflitti.

Un po’ dentro tutto il disco c’è un bisogno di essere amati… come a dire che in fondo, appartenere ad élite significhi anche emarginazioni dalle cose di tutti i giorni… o sbaglio?
Se si sente nel disco il bisogno di essere amati vuole dire che sono stato bravo. Non era nei miei intenti ma sono contento perché è uscito il mio stato d’animo. Tutti hanno bisogno di essere amati , coccolati, toccati, non solo i ricchi. I ricchi per come li vedo io hanno un po’ il bisogno di essere coinvolti, di essere strappati alla confortante solitudine che possono permettersi, al loro silenzio. Io ho un po’ di pudore a parlare della vita degli altri e ho notato che i benestanti quando si sbottonano hanno delle idee e delle opinioni un po’ pesanti proprio perché nel loro vivere separati non vedono la realtà della povera gente. Come sempre tocca al povero essere intelligente e perdonare le bestemmie del ricco. Money doesn’t talk It swears cantava Dylan. Dove uno si offende inizia l’ emarginazione dall’ altra parte. Inizia una lotta. Dunque la lotta di classe fino a un po’ di tempo fa era considerata utile. Questa canzone per come la vedo io è un occasione per arrivare alla persona al di là della sua classe sociale, se poi è utile la lotta io voglio dare l’ occasione di lottare con una persona e non con la sua posizione. E se è lotta e c’è contatto forse è anche uno scambio d’affetto.

Nel disco anche gli oltre 8 minuti di “Canzone per Giulia” che ha tratti anche “psichedelici” oltre che evanescenti… e poi in generale la voce che nel mix si staglia con ruvidezza dal resto del suono. Quasi che stonasse… insomma: la musica d’autore per te deve provocare la normalità?
Nel caso di questo disco ho provocato volutamente me stesso cantando di vergogne intime e anche mettendo in gioco la mia vita personale. Ho esagerato. Avevo bisogno di farlo e di provocare la realtà per uscire dal mio guscio di matto sano. Ora posso occuparmi di altro finalmente. Ogni canzone è una provocazione da un certo punto di vista. Dice Vasco di essere un “provocautore” e un po’ mi riconosco. Poi il mio ascendente scorpione mi porta a essere provocare naturale. Un po’ mi detesto per questo perché sono fragile e caratterialmente non proprio stabile. Allora cerco di provocare cose belle, di provocare con amore. A proposito di questo sto lavorando sulla voce, in modo che sia più armoniosa, se suona ancora stonata è perché sono partito da una quota veramente esagerata nel voler provocare. Il produttore dell’ album, il mio amico Puso, mi ha fatto ri-registrare più volte proprio per addolcire quindi, figuratevi come era prima. Solo dopo che il disco è uscito ho iniziato a venire a patti con delle cose interiori e sto cantando i pezzi in maniera più corale, meno agitata. Queste provocazioni sono state necessarie però quindi direi che sbagliando s’impara.

Written by Paolo Tocco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

What do you think?

Robbè: sono chiacchiere la vita…

Freakybea: come figli di “Mondi” pop