Siamo città ma anche isole. “Siamo moltitudini” ma anche “numeri primi”… l’isolamento forzato di una epidemia o di una campagna di mercato, le pubblicità ma anche le piccolissime cose. Siamo “Satelliti” che in qualche modo fluttuano e ci uccidiamo l’un l’altro, sparendo per poi ricomparire armati di chissà quale altro bisogno estetico.

Siamo fantasmi… e dentro il suono di questo nuovo disco di Salvario ho ritrovato moltissima decadenza urbana, moltissima solitudine, contemplazione di una nuova forma di città che anche quando rumorosa e illuminata resta pur sempre densa di solitudini. Non è un caso forse questo titolo: “Fragili Meravigliose Città”. Uscito per Indipendence anche in vinile, bellissima immagine di copertina che vorrei indagare più da vicino nei suoi tanti piani di lettura diversi, ci regala 8 spaccati di scritture indie, decisamente figlie di quel modo pop anni ’80 e ’90 che da tempo si è sdoganato nelle mode ormai non più nuove di fare canzone d’autore. L’elettronica che non guarda al futuro e che non invade il campo… un vertice assoluto dentro “Satelliti” brano che condivide alla voce on Irene Buselli e alle liriche con Eugenio Rodondi, che mi riporta alla delicatezza de “Per le strade di Roma” del Principe. Splendida leggerezza dentro l’aria aperta degli incisi di “Amore classico”, reminiscenze dei Thegiornalisti come anche di un certo periodo dei Tiromancino dentro “Almodovar”… fino a rifugiarsi dentro “Sciame” con un piglio appena diverso dentro sfumature R’n’B, dentro un’America urbana di sobborghi notturni, dentro aperture in inciso che accompagnano l’ascolto e il veleggiare morbido… Salvario in questo disco si riprende la pace e la contemplazione di anni scritti e poi “chiusi nei cassetti”…


